Non possiamo tacere tutta la verità: sulla vicenda di Verona
Con un comunicato che ha per titolo “Non possiamo tacere”, l’Ufficio Scuola della Diocesi di Verona ritiene di dire una parola chiara sulla vicenda relativa a Marco Campedelli e al suo reale o presunto allontanamento dall’insegnamento IRC. Per capire il senso del testo occorrono alcune premesse:
a) Il Vescovo della Diocesi, Mons. Zenti, ha scritto una lettera in occasione delle elezioni comunali che è parsa, alla gran parte dei commentatori non parziali, come del tutto inopportuna;
b) Marco Campedelli è tra i pochi preti veronesi che ha avuto il coraggio di dire, di fronte al suo Vescovo, tutto il suo dissenso;
c) Il Vescovo ha reagito male alla critica e si è scagliato contro don Marco Campedelli, chiedendo che fosse sollevato dall’insegnamento.
Questi sono i fatti, che il giornale “Adista”, e poi altre testate, hanno raccontato con una certa obiettività. Di fronte a questo racconto il documento della Curia dice alcune verità importanti, ma omette dalla narrazione le premesse che ho qui indicate. Infatti è giusto dire che Don Marco, avendo un incarico annuale, non può essere licenziato il 27 giugno. Come è giusto dire che il “contratto” non dipende dalla Chiesa, ma dallo Stato e che semmai sarà lo Stato e licenziarlo, e non la Chiesa. E tuttavia è del tutto singolare che la Curia scriva un Comunicato in cui non precisa il contesto della questione: ossia la richiesta esplicita che il Vescovo ha fatto perché Don Marco fosse sollevato dall’insegnamento. Dal Comunicato della Curia sembra che “Adista” si sia inventata una cosa assurda, abbia costruito un caso dal nulla e abbia soltanto voluto mistificare la realtà. Non è così e se si racconta solo una “mezza verità” si alimenta colpevolmente una “mezza menzogna”. Altrettanto impreciso è il fatto che il licenziamento sia a carico dello Stato e non della Chiesa. E’ vero infatti che lo Stato può incaricare solo i docenti a cui il Vescovo riconosca la idoneità. Se però il Vescovo non riconosce la ideneità ad un docente, è lo Stato a licenziarlo, ma la responsabilità sarà del Vescovo. Che ovviamente può avere motivi per negare la idoneità. Io ricordo che, personalmente, iniziai ad insegnare IRC nel 1990, fino al 1994, solo perché ad un docente che insegnava nella mia diocesi fu ritirata la idoneità, a causa del fatto che i suoi titoli erano falsi! In questo caso veronese, tuttavia, si tratterebbe di un “ritiro della idoneità” per vendetta. E giustamente l’Ufficio Diocesano di Verona ha resistito alla proposta (imposizione) del Vescovo.
Ma qui, io credo, si deve porre una questione di onestà, non semplicemente per il piccolo errore per cui Adista ha parlato di “licenziamento”, ma per il grande errore con cui l’Ufficio di Curia ha raccontato una realtà fittizia, mistificata, addomesticata. Soprattutto perché in questo modo sembra, dal comunicato di Curia, che l’unica colpa per tutto ciò che si è detto sia di Adista. Questa cosa è evidentemente falsa. Aver scaricato il problema su Adista è un tipico procedimento curiale. In cui i terzi non contanto nulla. E’ un vero abuso di potere. Pur di salvare la faccia, si passa direttamente a demonizzare il terzo in causa (Adista) e così si confonde lo spirito di servizio con il servilismo e con il clericalismo. Avremmo voluto che l’occasione avesse permesso di dire tutta la verità, per salvaguardare le prerogative di tutti, comprese quelle di coloro che, più o meno precisamente, hanno avuto il merito di dire la verità. E sono stati gli unici a dire quella verità di cui la Curia ha troppa paura: perché la verità è la incongruenza del comportamente episcopale, (nella lettera e nella negazione della idoneità) che non può essere confusa in nessun modo con la errata terminologia di Adista. Se davvero “non si può tacere”, si deve però dire tutta la verità, e non solo la parte più indolore per sé e più pesante solo per gli altri. Questo non è degno di una Curia episcopale, ma dell’ufficio stampa di un partito o di una azienda commerciale.































Area personale











Bisogna andare alle questioni di fondo in modo da cercare di discernere sempre più adeguatamente, da cercare le vie di questa crescita.
https://gpcentofanti.altervista.org/una-chiesa-famiglia/
Ab episcopo maligno, libera nos Domine.
Tra mezze verità e mezze menzogne navigare non mi è dolce; tanto più quando le mezze verità sono dette per offuscare le mezze menzogne. Diversa è la situazione nella quale più facilmente ci muoviamo, quella di sapere che ciò che conosciamo è ancor meno di una mezza verità! Ma allora ci è dolce navigare in questo mare che ci mostra orizzonti sempre più grandi e quindi… buona estate a tanti cari amici!
Zenti è vescovo e come tale fa quello che gli permette il diritto canonico. Se don Campedelli fosse stato un oppositore conservatore di un vescovo progressista, lo zenti-viscerum-inversus si sarebbe lecitamente potuto comportare in maniera identica. Quindi il problema non sono i due contendenti ma è la struttura totalitaria della chiesa cattolica che in Italia trova ancora avallo formale nel dispositivo dell’insegnamento confessionale sul quale oltre il paradosso dello “scelgo-io-e-paghi-tu(cioè noi)” si addensano le nuvole di gestioni clientelari e chissà quant’altro (vedi lettera anonima di 35 docenti di religione al vescovo di Piacenza).Sono stato militante in organizzazioni cattoliche e non so se supererei un esame di cattolicesimo oggi, non per ignoranza ma forse per maggior consapevolezza. Certo, per campare non dipendo da nessun vescovo anche, se come lui, mi piacerebbe campare senza lavorare. La qualità dei diritti umani in una organizzazione religiosa è fondamentale per l’intera società. Giustamente ci preoccupiamo dell’Islam, ma vi sembra poca cosa la discriminazione di donne, gay, divorziati?Certo le porte sono aperte, ma perchè alloraprevedere un finanziamento statale alle religioni? molto meglio competere ad armi pari con i fornitori di servizi socio-educativi, almeno lì si offre un lavoro e non solo parole.