Marcel Lefebvre e il Movimento Liturgico: la fine di una illusione
Se recuperiamo con attenzione le tracce di una presenza, all’interno della storia del Movimento Liturgico degli ultimi 60 anni, possiamo chiaramente identificare il profilo di Marcel Lefebvre come una delle figure rilevanti che hanno condizionato il modo in cui si è sviluppata la recezione del Movimento Liturgico dopo il Concilio Vaticano II.
Forse è bene precisare, in questo caso, che il concetto di Movimento Liturgico è tutt’altro che pacifico. Non solo per come viene interpretato, ma anche per come viene periodizzato. Per non pochi interpreti, infatti, il Movimento Liturgico è facilmente ridotto ad una delle condizioni del Concilio Vaticano II. Questa visione, condizionata dalla dinamica movimento-istituzioni di impronta sociologica, tende a pensare che quando la istituzione si afferma, il movimento finisce. Credo che sia più fecondo pensare, invece, che anche la istituzione fa parte del Movimento Liturgico. Così è proferibile considerare il ML strutturato in diverse fasi.
La prima fase precede ogni istituzionalizzazione, estendensosi dagli inizi del XX secolo alla enciclica Mediator Dei, del 1947, di papa Pio XII. Questa prima fase ha carattere profetico e sperimentale: lavora su diversi fronti, ma non progetta direttamente una riforma dei riti.
Viceversa, una seconda fase, che inizia già l’anno dopo Mediator Dei, con la convocazione della Commissione per la liturgia, nel 1948, inizia quel progetto di riforma che a partire dal 1951 affronta la riforma della Veglia Pasquale, della Settimana Santa e poi, con il Concilio, di tutta la liturgia ecclesiale. In questa seconda fase Lefebvre compare, chiaramente, come oppositore. Anzi, egli mutua, da Giuseppe Siri, un argomento nuovo: ossia l’idea la riforma liturgica possa essere una “proposta del magistero”, che lascia liberi i pastori di continuare come prima. Come ho spiegato meglio in un post precedente (qui) l’argomento era stato messo a punto da Giuseppe Siri, per reagire alla Veglia Pasquale notturna. Egli aveva proposta a papa Pio XII: voi fate le riforma, ma lasciate i vescovi liberi di continuare con la veglia a mezzogiorno. Lefebvre utilizzerà lo stesso argomento, ma lo applicherà alla riforma conciliare. Voi fate le riforma del rito romano, ma lasciateci liberi di usare la forma precedente, quella tridentina.
Questo argomento ha potuto essere in qualche modo tollerato fino al 1988, quando Lefebvre ha ordinato i vescovi senza consenso da parte di Roma. La domanda di autonomia liturgica è diventata scisma. Così è nata l’idea che quell’anno costitisca una soglia anche per il Movimento Liturgico, che nello stesso anno conosce, oltre allo scisma di Lefebvre, il primo (e finora unico) rito inculturato (il Messale romano per le Diocesi dello Zaire) e il documento di bilancio di SC a 25 anni (Vigesimus quintus annus).
Dopo il 1988 si è aperta una fase nuova del ML, che ha assunto caratteri profondamente contraddittori, ma che, a distanza di quasi 40 anni, possiamo riconoscere segnata in modo forte dall’ombra lunga della questione lefebriana e dalla illusione di “ricucire”. In effetti, se osserviamo con occhio attento, non è difficile notare come a partire dagli anni 90 e poi nel nuovo XXI secolo, si sia perseguita, quasi ad ogni costo, la via di un “riavvicinamento” agli scismatici, che è arrivata a concedere a Lefebvre (e ai suoi successori nello scisma) persino l’argomento principe: ossia la riduzione della riforma liturgica ad accessorio! Che cosa è stato, infatti, Summorum Pontificum se non la arrischiata ipotesi di concedere all’avversario la argomentazione centrale, ossia l’idea che la riforma liturgica non impedisca “a nessuno” di poterne fare a meno?
Dal 1988 al 2021 questo è stato il crescente rumore di fondo, che ha alimentato la illusione sia all’interno, sia all’esterno della comunione cattolica. Sia per chi ha iniziato a pensare che nella comunione il rito diventasse opzionale, sia per chi era nella scomunica, che immaginava potesse essere “rimessa” a un prezzo molto basso.
Le vicende successive al 2021 hanno mostrato che questo non può essere e che i fratelli lefebvriani, possono inventarsi anche lo “stato di necessità” pur di non rinunciare alla loro natura scismatica. Questo pone una questione centrale anche al movimento liturgico e alla sua periodizzazione. Forse potrebbe essere che il 2026 possa essere considerato come la soglia di una nuova fase, la IV fase. La sua caratteristica sarebbe il superamento della ambiguità circa le “forme parallele” di rito romano, che aveva segnato a fondo la III fase. Una parola di chiarificazione, alla luce del trauma di un nuovo scisma, potrebbe illuminare il percorso ecclesiale. Una sola è la “lex orandi” della chiesa cattolica: la sua ospitalità può anche prevedere un “uso selettivo/elettivo” dell’unico rito comune, ma occorre dire, ripetendo parole chiare degli anni 70, che il rito romano tridentino è passato integralmente nel rito romano riformato dopo il Vaticano II. A questo rito occorre conferire il potere pieno di formare la chiesa cattolica, nella piena articolazione dei suoi registri verbali e non verbali. Questo è l’oggetto della lettera Desiderio desideravi, che il nuovo scisma lefebvriano rende ancora più chiara, mettendo definitivamente in luce che l’idea secondo cui l’unica chiesa possa avere, universalmente, due riti romani paralleli e non coerenti, è solo una illusione pericolosa. Era nata come un sofisma di Giuseppe Siri, che Marcel Lefebvre aveva sposato più tardi e che, per recuperare la comunione con lui, anche il magistero romano aveva pensato di poter fare proprio, con un gesto tanto arrischiato quanto infondato. Prendere definitivamente le distanze da questo falso ragionamento è il compito della IV fase del Movimento Liturgico. La fine di una illusione è sempre alimento prezioso per la speranza vera.































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