L’unzione dei malati, l’estrema unzione e i bambini che muoiono.
Come già accadde in occasione della morte del piccolo Alphie, a Londra, nel 2018, nei giorni scorsi, la emozione per la morte del piccolo Domenico ha riportato alla attenzione la terminologia della “estrema unzione” e la presenza, accanto al bambino di allora, come a quello di oggi, di soggetti ecclesiali autorevoli, che “amministrano i sacramenti”. Le questioni che il teologo deve affrontare, in questi casi, sono ovviamente diverse (cfr. la bella sintesi del profilo istituzionale, medico e morale di Mastrofini qui). Come accadde nel 2018 ci fu allora, come anche oggi, qualche obiezione sulla “validità del sacramento”, visto che la normativa prescrive che venga amministrato a chi è “in età di ragione” (ossia sopra i 7 anni). La questione, evidentemente, può essere usata in modo strumentale, e per questo può essere giusto non considerare queste obiezioni come capaci di porre in crisi una azione della Chiesa che voglia estendere la celebrazione della Chiesa a soggetti che non sono considerati “in età di ragione” (o perché minori di 7 anni o perché incapaci).
La questione, in realtà, è più complessa e più seria di quanto emerga dalla obiezione sulla validità e chiede che la figura dei “sacramenti” sia portata alla sua originaria complessità, senza la quale non riusciremo a comprenderne la preziosa funzione. Per questo è importante acquisire (o, meglio, riacquisire) due importanti distinzioni.
a) Unzione dei malati o estrema unzione?
Uno dei passaggi teologici decisivi, nella comprensione della unzione, è il fatto che abbiamo di nuovo imparato, almeno nell’intelletto ecclesiale, che si tratta di un sacramenti “dei malati”, non dei “morenti”. La sua giustificazione non sta nel vivere gli “ultimi istanti di vita”, ma nella “prova a cui espone la malattia grave”. Il punto decisivo consiste nel fatto che mentre la tradizione ha interpretato la unzione come “estremo rapporto col peccato”, la riforma liturgica, in fedeltà alle prassi di larga parte del I millennio, ha riscoperto la relazione tra la condizione di malattia e la fede. La malattia grave mette in crisi la fede e perciò chiede un sacramento diverso dalla penitenza, per recuperare il soggetto alla fede. Questa è la sua giustificazione: non di accompagnare il morente, ma di consolare il malato. Continuare a chiamare “estrema unzione” il sacramento dei malati è un modo di non comprenderlo più. D’altra parte, se viene amministrato ad un morente, come evitare di utilizzare, ancora una volta il nome medievale e moderno del sacramento?
Qui si apre lo spazio per una riflessione ulteriore? Qual è il sacramento di chi sta per morire? La risposta è sorprendente: non la unzione dei malati, ma l’eucaristia come viatico. Questo è il punto ecclesialmente più delicato: non si tratta di “regolarizzare” il soggetto in vista della fine e del giudizio, ma di “compierne il battesimo nell’ultimo pasto di comunione”. Siamo così passati alla seconda questione, che merita di essere affrontata separatamente.
b) Sacramenti di iniziazione o di guarigione?
Quando un uomo, una donna, un bambino o una bambina, è sul punto di morire, non deve essere guarito, deve essere benedetto. Si colloca nella “fine del tempo” e così la Chiesa ha pensato, per secoli, che fosse il viatico (l’ultima eucaristia) la forma compiuta del saluto ecclesiale al soggetto morente. Ovviamente, se si tratta di persona adulta, è stata normale la prassi di far precedere alla eucaristia la penitenza e la unzione, quasi come una somma di guarigione e comunione. Ma per un minore di 7 anni? Se non ha senso “confessarlo”, neppure ha senso “ungerlo”. Piuttosto il battezzato può essere escatologicamente comunicato, custodito nella comunione, affidato alla pienezza di grazia. Se usiamo la guarigione al posto della iniziazione, senza volere, forziamo la tradizione. Anche quando questo è diventato normale, e addirittura ragionevole, non possiamo nascondere che qui vi è una forzatura. Ma poiché ci siamo rassegnati a “confessare” i bambini prima della prima comunione, così possiamo anche essere convinti che “ungerli” prima della morte sia “necessario”. Ma non lo è, per ragioni intrinseche alla logica sacramentale, che distingue accuratamente il centro dalla periferia. Vediamo perché.
c) La vicinanza nella morte e la comunione eucaristica
Stare vicino a chi muore, sia esso un 95enne o un piccolo di pochi anni o mesi, è uno delle azioni qualificanti della vita ecclesiale e di ogni singolo cristiano. Ma come farlo? Su questo la tradizione non è così univoca come pensiamo. Le regole canoniche non sono solo la traccia di una lettura “formalistica” dei sacramenti, ma non di rado indicano anche una profondità che la teologia sistematica fatica a recuperare. Pensare che i sacramenti di guarigione possano “astrarre dalle condizioni del soggetto” è un modo di deformare la tradizione, sia pure in totale buona fede. Stare accanto al morente non è anzitutto una questione di “regolarizzazione”, con cui traduciamo la sollecitudine per la “salvezza delle anime”. Per questo è giustissimo non ridurre i sacramenti alla sola questione della validità. E tuttavia dobbiamo anche porre la questione se sia giusto perdere la differenza interna al settenario, ossia ciò che il Concilio di Trento condanna con anatema: di considerare tutti e 7 i sacramenti “della stessa dignità”. Al morire si addice un sacramento della comunione, non un sacramento della guarigione: alla fine c’è il “finis omnium officiorum”, il compimento eucaristico. Per questo, accanto ad un morente, c’è sempre il posto della eucaristia, non della unzione. Recuperare questa evidenza, tuttavia, non può essere la domanda che si solleva in una condizione di emergenza. Ma sono proprio le emergenze, che rendono pubblici i sentimenti e le parole, fino ad imporre alla Chiesa una riflessione profonda, perché anche i sacramenti trovino la loro giusta collocazione: perché non siano né troppo, né troppo poco e perché ad ogni azione ecclesiale sia riservato il posto e il tempo che la giustifica e che ne rivela appieno la verità e il senso.
In altre parole, per concludere, non si tratta di discutere se il sacramento della unzione sia “valido” quando amministrato ad un bambino minore di 7 anni. Questa è una obiezione quasi ridicola, ma che dobbiamo riconoscere come non priva di ogni fondamento. Per capirne il senso ci si deve chiedere, fuori da ogni formalismo, se in questo caso il sacramento della unzione sia necessario e se sia opportuno, rispetto al sacramento dell’eucaristia. Su questo abbiamo una teologia ancora molto fragile, perché tende a pensare il sacramento senza rapporto sia con la sua giustificazione specifica, sia con le condizioni del soggetto. Ma la prima come le seconde sono parte essenziale della sua verità concreta. Prendersi cura di queste differenze essenziali può essere un punto di crescita della coscienza ecclesiale, del suo intelletto come della sua sensibilità.
































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