Le donne tra battesimo e ordinazione: una discussione sulla autorità


Con un intervento che merita grande attenzione, (e che si può leggere qui) Simona Segoloni esamina il Rapporto pubblicato dal Gruppo di lavoro n.5 del Sinodo dei Vescovi, sulla partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa. A proposito del testo sono già usciti su questo blog diversi post (che si possono leggere qui, qui ,qui e qui). Mi pare che il commento della prof. Segoloni, che tra l’altro è anche Presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, offra almeno tre profili di analisi che debbono essere valorizzati. Li presento qui brevemente:

a) Il dato nuovo, offerto dal Rapporto, a suo avviso consiste in una serie di acquisizioni, che il magistero ecclesiale fatica a riconoscere. Per usare le sue parole convincenti:

Si fanno affermazioni ad alta voce che fino a questo momento erano per lo più mormorate: non si può parlare di ruoli per le donne e per gli uomini (e a questo proposito s’invoca una vera e propria conversione ecclesiale); la differenza di genere esprime una parzialità dell’esperienza umana che riguarda anche i maschi (non esiste, cioè, un genere che può fare tutto e che ha tutto, e uno che è specificamente pensato per alcuni ambiti o ruoli); la sudditanza delle donne dipende dal peccato non dalla volontà di Dio; la partecipazione delle donne all’autorità nella Chiesa non è una concessione dell’autorità gerarchica, ma qualcosa che viene dall’ordine della redenzione; le donne non possono essere tutte inquadrate solo in alcune caratteristiche (tenerezza, accoglienza ecc.) ma vanno loro riconosciute anche quelle di leadership, discernimento, insegnamento ecc.”

b) La possibilità di riconoscere “autorità” al di fuori dell’ambito del “ministero ordinato” costituisce una occasione storica per ampliare la partecipazione delle donne alla guida della chiesa

c) Evitare il clericalismo e la discriminazione consisterebbe, secondo Segoloni, nell’accettare la condizione “moltiforme” dell’esercizio della potestà, senza lasciarsi dominare dall’idea, generale e un poco astratta, della ordinazione come condizione necessaria per l’esercizio di ogni autorità.

In conclusione Segoloni scrive:

Magari conferire autorità di governo alle donne permetterà di spezzare il cerchio magico del clericalismo e riconoscere che il battesimo conferisce a donne e uomini, cui lo Spirito dona carismi e desiderio adeguati, la capacità d’esercitare nella Chiesa una potestà autorevole di guida, insegnamento o discernimento. Magari invece di partire dalla riflessione sull’ordinazione delle donne, potremmo riaprire quella sulle potestà e riconoscerne la molteplicità, liberando così l’opera dello Spirito dalle gabbie in cui la vogliamo costringere.”

La tesi che guida il discorso di Segoloni è: il fatto di non partire dalla “capacità di essere ordinate”, ma dal “fatto di esercitare un potere” può aiutare a riconoscere l’azione dello Spirito Santo, senza pregiudicarla con preconcetti teologici e sistematici.

Mi pare che sia del tutto legittimo impostare la lettura del documento in questo modo. Resta però in me un margine di perplessità per una serie di motivi, che cerco di illustrare con tre domande.

1. La “restrizione” del Vaticano II è davvero una riduzione?

Se seguiamo il ragionamento di Segoloni, il Rapporto avrebbe il merito di uscire da una visione “riduttiva” del potere nella Chiesa. Ossia da quella visione che lo farebbe discendere totalmente dalla “ordinazione”. La “riduzione”, che a suo parere causerebbe una caduta clericale nella comprensione della autorità, sarebbe il frutto del Concilio Vaticano II (o, per lo meno, di una sua lettura troppo univoca). Qui io vedo il rischio di fraintendere proprio la intenzione di LG, quando unifica tutta la autorità dentro il “ministero ordinato”. La qualità sacramentale dell’episcopato, che per un millennio era stata dimenticata e letta solo come “ufficio”, riporta al centro una questione dimenticata: ossia il superamento della autorità pensata nella alternativa tra ordine e giurisdizione. Su questo piano, a mio avviso, la posizione di Segoloni, che è condivisa da altri teologi, canonisti, teologhe e canoniste, sovrappone in modo troppo netto due problemi diversi:

– la differenza tra battesimo e ordine;

– la differenza tra ordine e giurisdizione.

La differenza tra battesimo e ordine non riguarda l’esercizio della autorità, ma la capacità di testimonianza di ogni soggetto battezzato rispetto all’esercizio di un ufficio formale. Non vi è alcun parallelismo, che invece sembra sostenuto da Segoloni, tra battesimo/potere di giurisdizione e ordinazione/potere di ordine.

Questa impostazione creerebbe, di nuovo, nella Chiesa, una doppia categoria: coloro che esercitano la autorità in base al battesimo, e coloro che esercitano la autorità in base alla ordinazione.

Questo può avvenire solo di fatto, come accade oggi. Ed è bene che questo sia accaduto e continui ad accadere, come un fatto nuovo e che inquieta.

Ma un assetto istituzionale dovrebbe porre la questione in termini diversi: chi esercita l’autorità, nella Chiesa, oltre che essere battezzato, deve anche essere ordinato. Questa è la novità con cui LG reintegra anche il Vescovo nel sacramento dell’ordine.

La sfida, per la chiesa, è anzitutto riconoscere i fatti nuovi. Ma per dare ordine a tali fatti, e farli entrare nell’ordinamento ecclesiale, occorre pensare alle nuove condizioni di accesso al ministero ordinato.

2. Come ci liberiamo dal clericalismo?

Io non sono affatto convinto che questo accada riconoscendo una autorità anche a chi non è ordinato. Questo accadeva nel Medioevo per i Vescovi, ma non ha affatto garantito che non fossero, a loro modo, clericali tanto quanto i preti. Il motivo dipende dal fatto che il clericalismo è un fenomeno che riguarda la autorità, non il sacramento dell’ordine. Questo punto merita una chiarificazione radicale.

Se accantonassimo la questione della ordinazione, e puntassimomo semplicemente sull’ampliamento della autorità riconosciuta sul piano battesimale, non affronteremmo veramente il problema. Anche perché non è un caso che in tutti gli esempi che Segoloni ha proposto nel suo testo, vi sia, riferita alla autorità delle donne, il riconoscimento di una autorità di insegnamento, di giudizio, di discernimento. E la santificazione? E la presidenza del culto? Il “sistema medievale”, implicito nella sua analisi, tende a clericalizzare il culto, anche contro la volontà di chi parla. Se noi pensassimo la autorità come una “giurisdizione” alla quale possono accedere tutti i battezzati (insieme a tutti gli ordinati, ovviamente), resterebbe alla ordinazione solo una “sporgenza”: la santificazione e la presidenza eucaristica. Per questa competenza resterebbe, immutata e indiscussa, la riserva maschile. Sarebbe questo il modello che vorremmo produrre? Siamo sicuri che, rispetto al Vaticano II, si tratterebbe di un progresso?

3. Le due strade che si aprono sono forse incompatibili?

Io trovo molto opportuno proporre, come fa Segoloni, una lettura in bonam partem del Rapporto del Gruppo 5. Ma trovo anche necessario, come fa solo indirettamente anche lei, che si affronti apertamente la questione dei “tria munera” applicata non solo al battesimo, ma anche al ministero ordinato. Su questo punto dobbiamo essere molto chiari: la novità di LG non è solo nel riconoscere anche al battesimo una partecipazione strutturale ai tria munera Christi, ma nell’ interpretare anche il ministero ordinato sulla base di questi “tre doni/compiti/ uffici”.

Cerco di spiegarmi meglio. Se è giusto salutare i passi avanti che si leggono nel Rapporto, perché mai dovremmo tacere la presenza di una “zona franca”, di cui il documento non dice nulla, per la quale, trattandosi di “ordinazione”, la donna subirebbe ancora, esattamente come 100 o 500 anni fa, un giudizio di impedimento, senza che ve ne siano ragioni?

La valorizzazione dei “ministeri battesimali”, su cui persino la Commissione pontificia presieduta dal Card. Petrocchi ha votato unanimemente, non è in questione e non è la questione, se non per la resistenza di logiche preziudiziali, che appartengono più al senso comune che alla teologia.

Mi pare che, tuttavia, la esclusione dal discorso della inclusione delle donne anche nel ministero ordinato, resti funzionale ad un doppio pensiero ecclesiale:

– da un lato custodisce, implicitamente, lasciandola nel “non detto”, l’idea che il ministero ordinato sia “riservato ai maschi”: il che, teologicamente oggi appare privo di fondamento e questa debolezza non può essere taciuta, anche se disturba.

– dall’altro alimenta l’idea che tutto si possa fare, dal punto di vista della autorità, senza la ordinazione, salvo la presidenza eucaristica e gli atti di “santificazione”. Ma anche questa è la visione vecchia del ministero ordinato, quella elaborata dalla tradizione medievale/tridentina, dalla quale vogliamo liberarci, perché è troppo stretta e distorta.

Se alla presunta “restrizione” del Vaticano II, per il fatto di aver ricollegato tutta la autorità ecclesiale alla ordinazione, retrocediamo alle categorie medievale/moderne, non mi sentirei di interpretare questo movimento come un avanzamento, bensì come un arretramento. Per alcuni questo può apparire come il piccolo prezzo da pagare per ampliare (giurisdizionalmente) lo spazio di presenza e di influenza delle donne. Forse questa strategia a lungo respiro chiede che sul piano tattico si accetti di rimuovere il tema della ordinazione dall’ordine del giorno.

A me sembra, invece, che a questa via, che è legittima e che ha indubbiamente buone ragioni, resti come punto cieco la esigenza di fare i conti con la autorità collegata con un sacramento diverso dal battesimo. Su questo, la difesa della tradizione cattolica non significa “clericalizzare”, purché l’ordinazione non sia allo stesso tempo, la difesa di una lettura sacrale del sacerdozio e la legittimazione della esclusione da esso delle donne.

In questo “gioco di specchi” penso che sarebbe utile tenere insieme le due vie: sia quella che mira a valorizzare una lettura molteplice della autorità ecclesiale, sia quella che non rinuncia alla intuizione con cui il Concilio Vaticano II ha riunificato, dopo più di un millennio, la esperienza ecclesiale della autorità.

Quella del Vaticano II resta una profezia, che sicuramente può essere letta in modo clericale. Ma non è detto che una formula medievale, che separa ordine e giurisdizione, equivalga con certezza ad una profezia.

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