L’audacia ponderata in liturgia. O la depolarizzazione dell’azione rituale
E’ uscito su “Lumen vitae” un mio articolo intitolato «L’audace raisonnée en liturgie. Ou dépolarisation de l’action rituelle» (“Lumen Vitae” – LXXIX/4 (2024) – p. 424-431). Pubblico la prima parte del testo (424-427), nell’originale italiano.
L’audacia ponderata in liturgia. O la depolarizzazione della azione rituale
I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.
Francesco, Traditionis Custodes, 16 luglio 2021, n.1
Per produrre quel monumento di sapere de-polarizzato che chiamiamo “teologia”, la Chiesa ha accettato la regola della “distinzione”: mediante opportune distinzioni la custodia del depositum fidei può gestire gli inevitabili conflitti che si creano lungo la storia.
Faccio un esempio, che prendo da una predica domenicale. Un parroco, riferendosi alla eucaristia, ha detto: “questo non è pane, ma è Corpo di Cristo”. La frase mi pare un esempio di “polarizzazione” che inizia con la domanda di un re, il nipote di Carlo Magno, Carlo il Calvo, che pose nel IX secolo questa domanda: “alla comunione quello che riceviamo è il corpo e sangue di Cristo in veritate o in misterio”? La domanda apre ad una “polarizzazione” potenzialmente distruttiva, perché oppone ciò che deve essere unito e coordinato. Ma come si fa a rispondere correttamente al re Carlo il Calvo, senza accettare la sua polarizzazione? Per 400 anni i teologi hanno lavorato, in occidente, per mettere a punto una risposta il più possibile de-polarizzata. Così è nata la “teoria della transustanziazione”. Per dirlo in breve, e non senza poter conservare dubbi sulla efficacia attuale di quella grande risposta, si tratta di un modo elegante per affermare che l’eucaristia “è” pane e vino ed “è” corpo e sangue, ma a due diversi livelli dell’essere. Quindi è sbagliato dire “è” e “non è”, ma conviene affermare altrimenti l’essere, che appunto “si dice in molti modi”1. Con un grande teologo medievale: “è pane e non è pane, è lo stesso corpo e non è lo stesso corpo” (Lanfranco).
1. La questione rituale e sessuale a partire dal XIX secolo
Veniamo ora al luogo forse di massima polarizzazione dell’ultimo secolo, ovvere il “sesso”2. Oggi sulla sessualità dobbiamo fare un lavoro molto simile a quello che è avvenuto 1000 anni fa, sul piano della “dottrina eucaristica”. Siamo di fronte ad un cambiamento culturale, esattamente come avvenne alla fine del I millennio per il mutamento simbolico di quell’epoca. La domanda di Carlo il Calvo, per Agostino o per Ambrogio appariva senza senso. Addirittura in Ambrogio la espressione della “presenza del Signore” viene concepita e comunicata usando con tranquillità la espressione “figura”. Che il pane sia “figura” del corpo di Cristo è per Ambrogio affermazione di realtà. Il grande lavoro di “depolarizzazione” che la teologia eucaristica ha dovuto compiere, a partire dal IX secolo, è scaturito proprio da una nuova “opposizione polare” emersa dalla cultura, che iniziava a pensare una contraddizione tra figura e verità.
Mutatis mutandis, a partire dal XIX secolo, la rilettura della sessualità avviene almeno su tre piani, che si intersecano, e che introducono fattori di “polarizzazione” estrema. Sono elementi di quella “svolta antimodernista” che ha caratterizzato la teologia cattolica dalla fine del 800 fino ad oggi. Vediamo i punti-chiave del fenomeno:
– la donna inizia ad essere letta sul piano biologico come “generatrice” al pari del maschio
– la donna acquisisce un ruolo nello spazio pubblico
– muta il rapporto tra maschile e femminile nella famiglia, nel lavoro, nella cultura e parzialmente nella Chiesa
Questo cambiamento avviene sul piano della scienza e della coscienza, ma viene giudicato dalla cultura ecclesiale secondo modelli rigidi di “dottrina naturale” e di “dottrina morale”. La sfasatura tra la entità del cambiamento e le risorse per rispondervi si apre a forbice e crea una distanza di linguaggio e di percezione sempre maggiore. Così la lettura del “sesso” (sia come figura identitaria del femminile, sia come esercizio della sessualità di entrambi i generi) si blocca in una visione tipica della società chiusa: anzitutto si ritiene che sia la natura (e Dio che l’ha creata) ad aver collocato la donna in un “ruolo” e in una “identità” che la cultura moderna, con nuove e inaudite menzogne, vuole sovvertire. Ogni “cambiamento sociale” viene percepito come “sovversione” dell’ordine voluto da Dio. Di qui la donna viene giudicata sul piano “morale” e il cambiamento di “ruolo” (nello sport o nella politica, nel lavoro o nella cultura) viene percepito come “disordinato” e moralmente non conforme al bene della donna e al bene comune. Ovviamente questo giudizio ricade anche anche sulla sessualità e sul suo esercizio, come conseguenza di un assetto culturale e sociale in cui la subordinazione della donna all’uomo implica una profonda differenziazione dell’esercizio della sessualità maschile e femminile. Sarebbe sufficiente leggere la lunga parabola del “magistero sul matrimonio”, che inizia nel 1880 con Arcanum divinae sapientiae di papa Leone XIII, per arrivare al 2016 con Amoria Laetitia di papa Francesco, per scoprire quanto la logica di polarizzazione (di carattere teologico, ma anche sociale, politico e morale) abbia segnato in larga parte il magistero, anche se non ha impedito, intorno al Concilio Vaticano II, la irruzione di nuove logiche, attende ad una considerazione nuova dei soggetti implicati3. Un livello su cui la depolarizzazione ha funzionato bene è la “forma rituale” del rito del matrimonio. Qui la tradizione cattolica degli ultimi secoli aveva “riti inequivoci” che oggi abbiamo dimenticato sul piano rituale, ma che hanno lavorato molto profondamente sul piano culturale, contribuendo ad una polarizzazione estrema. Consideriamo meglio questa recente evoluzione come un caso di de-polarizzazione.
2. La evoluzione del rito del matrimonio: un caso esemplare
Un primo sguardo alla questione deve iniziare da un passaggio storico fondamentale: ossia il decreto Tametsi (1563) con cui il Concilio di Trento determina una totale assunzione di competenza della Chiesa cattolica sul fenomeno “matrimonio” in Europa4. Nel “rito del matrimonio” che viene compilato nel 1614, e che diventerà normativo nella Europa cattolica per 350 anni, accadono due fenomeni paralleli della massima importanza:
– da un lato, il rito del matrimonio del 1614 recepisce la novità del 1563: ossia trasferisce “nel cuore della celebrazione” il consenso esplicito di ciascun coniuge e il sorgere del vincolo; questo primo elemento contribuisce a creare una cultura della eguaglianza e della libertà, che deriva da una grande intuizione della canonistica medievale;
– il rito, però, aggiunge anche il “rito dell’anello”, che oggi chiamiamo “scambio dell’anello”, ma che dal 1614 al 1969 non è stato affatto uno “scambio”. Il prete benediceva l’anello, che poi lo sposo metteva al dito della sposa. E qui finiva il rito. Negli anni 50, quando la “polarizzazione” tra visione ecclesiale e visione civile era aumentata largamente – a causa del sorgere di nuove forme di vita e di riconoscimento di diritti delle donne – la reazione ecclesiale fu di “vietare che si benedica e si usi un ‘secondo anello’”, ossia quello per il marito.
Per una evoluzione interna dovuta al mutamento del contesto culturale e sociale, la “forma rituale” del matrimonio si era caricata di una nuova polarizzazione, dovuta alla inerzia di forme ecclesiali maturate in contesti sociali e culturali pre-moderni. Questa “inerzia” conosceva anche un terzo elemento, la “benedizione della sposa”, che non faceva parte del rito del matrimonio, ma della “messa per gli sposi” e che era subordinata alla “onorabilità” della donna (che non convivesse già con il marito).
Solo nel nuovo rito del 1969 il rito dell’anello diventa “scambio degli anelli” e la benedizione diventa benedizione “degli sposi”. Dalla consegna, presa di possesso e benedizione della sposa precedente, si passa al “patto paritario”, che il diritto aveva già concepito e fissato nel medioevo, ma che le pratiche sociali e rituali avevano lasciamo ai margini, per privilegiare la logica “di onore”. In un certo modo vediamo che la logica di onore e la logica di dignità convivevano nel rito tridentino e non creavano problemi finché la società tradizionale ha potuto pensare ed agire sulla base della strutturale differenza gerarchica tra maschile e femminile. La polarizzazione cresce a dismisura nel momento in cui la società elabora una “forma di vita” basata sulla “comune e libera dignità” piuttosto che sul “particolare e vincolato onore”.
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1Nella enciclica Mysterium fidei di papa Paolo VI la riflessione sul piano “ontologico” tende a negare l’essere delle specie, per affermare l’essere della sostanza. Ma questo comporterebbe un uso del termine “essere” univoco. I molteplici significati di essere impediscono una soluzione così lineare. Tanto l’accidente quanto la sostanza solo “modi dell’essere”.
2 Qui si intendono con il termine “sesso” due cose diverse: da un lato la differenza tra genere maschile e genere femminile, dall’altro l’esercizio della sessualità. La prima accezione ha a che fare con la differenza tra maschi e femmine, e la seconda con la pratica sessuale.
3 Una sintetica e documentata ricostruzione dei passaggi degli ultimi 150 anni si può leggere in A. G. Fidalgo – A. Grillo (edd.), Matrimonio e famiglia. Da ‘Arcanum divinae sapientiae’ ad ‘Amoris Laetitia’, Milano, Paoline, 2022.
4 Per una più ampia trattazione di questo sviluppo, in cui “polarizzazione” e “depolarizzazione” si succedono storicamente, rimando a A. Grillo, “La bénédiction du mariage dans l’histoire, entre système théologique et système juridique”, “La Maison-Dieu”, 309(2022), 105-123.






























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