La tradizione vivente del Signore Gesù: la novità liturgica da onorare (di Cosimo Scordato)


Cosimo Scordato riprende gli ultimi interventi ospitati su questo blog, rileva con finezza il gioco di posizioni dei diversi testi e mostra bene in che modo le diverse voci permettano di ricostruire, in modo fruttuoso, il compito di comunione e di discernimento che oggi la Chiesa cattolica vive intorno ai propri riti, su cui, nello stesso tempo, ha potere e non ha potere. La semplicistica opinione, secondo cui sarebbe quasi indifferente l’uso del rito vecchio o del rito nuovo, chiede la predisposizione di argomentazioni precise, equilibrate e convincenti. Questo è il senso del dibattito che qui si è creato e che ora aggiunge al suo mosaico un ulteriore tassello, di cui ringrazio l’autore e amico palermitano. (ag)

L’evento Cristo nello Spirito, celebrato anamneticamente ed epicleticamente come dono permanente e definitivo all’umanità da parte del Padre nella liturgia (soprattutto) sacramentale, viene accolto dalla Chiesa con modalità che vanno continuamente purificate dalle superfetazioni estrinseche e continuamente liberate al Novum escatologico del Risorto. In questo orizzonte appena delineato ci permettiamo di intervenire per affiancare il nutrito dibattito espresso in queste ultime settimane con qualche breve considerazione.

La prima considerazione prende spunto dall’intervento di Giorgio Bonaccorso per ribadire l’importanza della ritualità nella sua ineludibile circolarità col resto dell’esistenza cristiana in quanto la determina e a sua vola viene riplasmata da essa, per cui ne consegue che un rito non vale un altro.

Inoltre riteniamo preziosa la sua distinzione dei termini logici ‘contradditorio’ e ‘contrario’. Egli fa osservare che la celebrazione rituale fa un tutt’uno con ciò che la ispira e le dà forma; per cui non è indifferente l’uso di un rito o di un altro per il sentire di un credente. Non credo, però che questa considerazione vada intesa in senso massimilastico come se il VO fosse totalmente falso perché solo il NO è totalmente vero! Questo non sarebbe rispettoso del cammino, faticoso seppure tante volte ambiguo della comunità cristiana, che intorno al dato essenziale dell’evento Cristo nello Spirito, si è ritrovata sempre, seppure, a partire dalla rinnovata coscienza credente, tante espressioni del passato possono risultare inessenziali ad esso o addirittura non compatibili.

Custodendo l’impianto generale dell’argomentazione, si dovrebbe esemplificare in quali aspetti del nuovo sentire sollecitato dalla riforma del Concilio ci si sente in contraddizione con espressioni del VO, soprattutto a livello ecclesiale ed esistenziale. Questa esplicitazione potrebbe aiutare a circoscrivere i tanti punti critici ma senza atteggiamento generico e generalizzante.

D’altra parte la riforma liturgica non poteva essere intesa come puro rinnegamento della situazione precedente, piuttosto come un ripensamento critico a partire dalla nuova consapevolezza ecclesiale, sollecitata dallo Spirito del Risorto, che è approdata ai nuovi testi conciliari. Insomma una continuità… discontinua!

Questa considerazione ci porta anche a condividere la proposta avanzata di un “uso selettivo” dei testi della Riforma liturgica da parte di Andrea Grillo, ulteriormente precisato – propositivamente – come “uso elettivo” da fratel M. Semeraro; e questo andando incontro non solo alla sensibilità dei ministri ordinati ma anche alle sensibilità delle diverse comunità del popolo cristiano.

Sullo sfondo resta la preoccupazione che il dibattito ospitato con tanta perizia e pazienza nel blog, non possa incidere sulla deriva ‘scismatica’ ventilata a proposito dei gruppi lefevriani, che si accingono a consacrare nuovi vescovi (prescindendo dal consenso della Santa Sede). Sullo sfondo sembrerebbe confermato il loro ricorso al VO. In verità il ricorso al rito non è indifferente perché nella ritualità si esprime la Lex credendi e, perché no?, anche la Lex intelligendi, ovvero la concezione della fede e della ratio theologica, profondamente connesse seppure non poste sullo stesso piano.

Cosa proporre a questi nostri fratelli che, oltre alla riforma liturgica, sembra che continuino a contestare, appunto, tutto il processo di rinnovamento (ecclesiale e teologico) sancito dal Concilio Vaticano II, soprattutto nel suo dialogo con la modernità e i segni dei tempi? Questo a conferma di quanto sopra affermato, ovvero che la Lex celebrandi implichi tutti gli aspetti della vita della Chiesa.

Dovremmo aiutarci a comprendere che la migliore fedeltà alla Tradizione vivente della Chiesa non è la semplice ripetizione del passato (non sarebbero sorti i simboli della fede, non ci sarebbero stati i diversi concili con le loro importanti acquisizioni dogmatiche, né la ritualità tridentina avrebbe potuto affermarsi su quella precedente etc.); ma che la Tradizione è vivente e interpella ogni generazione perché il continuo ripensamento della dottrina e della forma celebrativa, anche alla luce delle provocazioni che Dio suscita nella storia, venga vissuta come opportunità per una fedeltà ancora più radicale all’Evento fondante, che oltre alle suggestioni delle sue interpretazioni del passato, spinge a scoprire il sempre Novum del suo compimento al di là e oltre ogni sua realizzazione nella storia.

 

Cosimo Scordato

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