La politica della pandemia secondo Carlo Galli (di Andrea Ponso e Andrea Grillo)


IMG_0023

Un bel testo di Carlo Galli – Epidemia tra norma ed eccezione – può aiutare a comprendere meglio il dibattito recente, suscitato dalle pagine forti di Giorgio Agamben. Rifletto su questo scritto, e sulle sue implicazioni politiche, culturali, teologiche e liturgiche, con l’aiuto prezioso di Andrea Ponso nelle pagine seguenti.

Un’altro “stato di eccezione”: la rilettura di Carlo Galli

(di Andrea Grillo)

 Nel corso del dibattito apertosi a seguito delle posizioni espresse da G. Agamben sulla reazione politica, pubblica e culturale alla “pandemia”, mi pare che meriti un occhio di particolare attenzione la ricca posizione espressa da C. Galli (cfr. supra), uno dei massimi esperti italiani di dottrine politiche, che di recente ha scritto un testo importante sul tema della “sovranità”. Provo ad indicare i punti-chiave della sua rilettura della questione sollevata da Agamben.

 Una sintesi

 a) Lo “stato di eccezione” è una creazione “antiliberale”, che spiega l’ordine come “frutto del disordine”. La decisione sovrana fa ordine ponendo e imponendo il disordine. Non la norma sarebbe l’origine, ma l’arbitrio della decisione sovrana, di fronte al quale le “sostanze” proposte dal liberalismo come ostacolo alla sovranità (diritti, corpi, mediazioni) restano inconsistenti. La radice è il vuoto di un nichilismo della eccezione. Così la differenza stessa tra ordine e disordine, tra salute e malattia sarebbe imposta e prodotta dal gesto sovrano.

 b) In questo conflitto, tra antiliberalismo che porta alla luce e denuncia la violenza originaria dello stato di eccezione, e il liberalismo che invece pretende di fondare anzitutto i limiti del potere, nella ragione e nell’altro, la pandemia ha portato chiarezza nuova e sorprendente. Ossia ha mostrato che i due “sistemi” – quello liberale e quello anti-liberale, quello della mediazione e quello della irruzione sovrana e/o rivoluzionaria – possono convivere. E lo stato liberale, senza clamore, altera profondamente lo statuto dei diritti, i tempi, i luoghi della vita. E il disordine che si produce non dipende dalla “inefficienza” del sistema (italiano), ma dal “dispositivo di eccezione” che genera con indifferenza continue e sempre nuove differenze. Non in base ad ideologia, ma in relazione ad eventi reali (una epidemia non costruita a tavolino, ma obiettiva) le differenze irrompono nel corpo sociale, non in base al sovranismo, ma per esercizio di sovranità. “Ciò significa, oggi, cittadini ridotti a corpi, governati e gerarchizzati in nome della sanità, da una politica che si legittima attraverso la scienza.”

 c) Il prezzo di questa condizione è una “riduzione”: la vita prima di tutto. Sì. Ma quella dei più giovani prima di quella dei meno giovani. Oppure, la vita “in sé”, ossia vita fuori dalle relazione, fuori dai legami, fuori dal tempo e dallo spazio. Tutte le funzioni non biologiche sono tradotte, spostate, virtualizzate. In qualche modo controllate o controllabili. Da un lato la “paura” e dall’altro la “scienza” hanno funzionato come “regolatori”. La politica si è lasciata condurre dalla prima e dalla seconda.

 d) Ma un fatto è certo: “nel governo della pandemia c’è un concentrato di politica moderna, dei suoi assiomi, delle sue strategie, delle sue aporie”. Questo dimostra, perciò, più una continuità che una discontinuità. Si sono rivelati meccanismi tipici e propri dello stile moderno di esercitare la autorità e il potere. La emergenza tende a diventare “normale” e a perpetuarsi. E prontezza elastica sorprendente nel “chiudere” diventa inerzia anelastica quando si tratta di riaprire. Ma la “potere sovrano” non resistono i diritti, ma il profitto. Al principio di sovranità fa da contraltare il principio di prestazione. Ma capitalismo di controllo e Stato di sicurezza possono allearsi, in una “custodia” piena di eccezioni e di anomia.

 E Galli così conclude:

Naturalmente, anche se la pandemia e la sua gestione hanno disvelato e accelerato processi e strutture, non è del tutto irrealistico pensare che dai molti squilibri che stanno profilandosi all’orizzonte possa emergere un imprevisto: la voglia di libertà di una società stanca di vivere dissolta, e pronta a stringere legami significativi sulla base della vita concreta e delle sue reali difficoltà, non della paura, né della nuda vita né della vita virtuale. Un evento eccezionale, e insieme una pulsione alla normalità, che, per una volta, sarebbero non una coazione a ripetere ma un soffio autentico di novità.”

 Alcune considerazioni

 L’analisi proposta mi sembra contribuisca a superare una serie di “equivoci” o di “miraggi”.

Il primo è senza dubbio la contrapposizione tra due “prospettive” – sovraniste e liberali – che rileggono in modo troppo semplificato l’impatto tra tradizione politica e emergenza pandemica. Far fronte alla sfida del virus ha rivelato meccanismi profondi della tradizione istituzionale e della gestione politica del consenso. I diritti, alla luce della “nuda vita” e della “scienza”, possono perdere consistenza, fino a diventare “flatus vocis”.

D’altra parte lo stato di eccezione diventa, chiaramente, parte integrante di una “politica liberale”. Senza cataclismi, senza dover negare la realtà del contagio, senza implicare una “mistificazione generalizzata”, è certo che la gestione politica trasforma i soggetti, introduce differenze, stratifica gli ordini, introduce forme sempre più raffinate di disordine. Nella imprevedibilità dei tempi, introduce un ulteriore motivo di invisibilità.

Il merito di Galli, a mio parere, consiste nell’aver “mescolato le carte”, trovando ragioni di speranza dove di solito diventiamo preoccupati, e ragioni di timore dove invece siamo abituati a confidare in modo forse scriteriato.

CONTRO IL CRISTIANESIMO FANTASMATICO. A PARTIRE DA ALCUNE RIFLESSIONI DI GIORGIO GALLI

(di Andrea Ponso)

Carlo Galli, nelle sue fondamentali riflessioni intorno alla sovranità e alla situazione attuale nel periodo del virus, sostiene non solo che i diritti possono perdere consistenza ma che, nella sovranità moderna – rifacendosi alla spietata ma lucidissima analisi di Hobbes – sono un “accessorio” che potrebbe anche non esserci, poiché sono il frutto di una contrattazione del tutto contingente e concreta, una sorta di convenzione come quella dei segni linguistici; di contro, abbiamo le narrazioni politiche e sociali, anch’esse prodotte nella confusione che l’ordine stesso crea per potersi giustificare e operare.

In secondo luogo, allineandosi fondamentalmente con la riflessione archeologica di Giorgio Agamben, mette l’accento sull’evidenza della vita in questo contesto – evidenza o, meglio, svelamento delle pratiche di potere che, da sempre, almeno per quanto riguarda la storia a partire dalla modernità, la in-formano e la riducono a materia biologica disponibile e controllabile.

Mi pare che in questa riflessione sulla categoria del tutto fantasmatica della “vita in sé”, prodotta dal gesto sovrano ma anche, occorre dirlo, da una convinzione diffusa che ha radici metafisiche e anche in parte cattoliche, si arrivi a toccare uno dei grandi problemi dell’occidente: una sorta di tirannia del valori, di questo valore in particolare, che viene posto al centro del dibattito solamente per non essere mai preso davvero nella sua problematicità e inafferrabile complessità; potremmo leggere la perpetuazione di questo “idolo” come un sintomo di una mancanza di unificazione, di una sparizione della percezione del sé cenestetico e carnale, per dirla con categorie fenomenologiche – qualcosa di molto simile, per fare un esempio terra terra, alla coazione a ripetere del selfie.

La “vita in sé” come ab-soluto, praticamente priva di relazioni pubbliche che non siano previste e monitorate dalle società del controllo, e parificata nella nuda vita, è gestita dalla tecnica amministrativa (e non politica) e da quella medica, che vanno a confondersi. In questa con-fusione salta il dispositivo stesso di una sovranità in senso positivo, quella che Galli intercetta nel movimento della “crisi” come momento essenziale di crescita o decadenza, per non parlare della scomparsa della pratica dell’autorità come capacità di far crescere – o, meglio, questa capacità di “far crescere” è ridotta al biologico, al mantenimento di una esistenza capace di rinunciare a tutto in nome della sopravvivenza, per essere invece pronta a “prendere tutto” nella dinamica del mercato e della spettacolarizzazione diffusa.

Dietro alla “cura” non si trova quasi più traccia di ascolto singolare ma solamente una sorta di coltivazione intensiva. La virtualizzazione delle relazioni interpersonali sembra quindi virare da quella tra soggetto e soggetto a quella tra soggetto (amministrativo/medico/astratto) ad “oggetto” – e il soggetto ridotto ad oggetto è sempre passivo, chiuso: non più soggetto, quindi, e non più icona, finestra aperta verso la trascendenza (non necessariamente di fede) ma accomodato nella rappresentazione, affamato di quella “pappetta di significati” accettati acriticamente che, di fatto, lo possiedono e ne regolano il desiderio.

Il merito di Galli, a mio avviso, è quello di operare come in una sorta di transfert lacaniano, in cui il sintomo viene fatto agire, viene mostrato nel suo svilupparsi concreto, nei cortocircuiti tra eccezione/legge e anomia: nella speranza di disattivarne almeno un poco la coazione a ripetere orientata solamente nel senso della “prestazione” e del “profitto”, in cui sovranità e capitalismo si alleano in qualcosa di perturbante proprio perché estremamente familiari.

Con quale grande problematicità, rendiamocene finalmente conto, possiamo noi cristiani – che non siamo chiamati a vivere in un mondo chiuso, che siamo incarnati nella storia o almeno dovremmo esserlo fino alla kenosis – parlare ancora acriticamente, ad esempio, della “festa” e della gratuità donata della liturgia? Del resto, per rimanere in ambito lacaniano, sappiamo che il sintomo non può scomparire, come non può scomparire la sovranità – ma può almeno essere depotenziata, aprendo alla possibilità di una diversa relazione con essa e, di conseguenza, con gli altri. E, si badi, non si tratta di una “consapevolezza” razionale o concettuale: è invece qualcosa che accade nei gesti e nelle parole, nella divisione concreta dei tempi e degli spazi … ritualmente, potremmo dire. Svelarla è utile solo fino a un certo punto: si deve piuttosto viverla e tentare di darle una diversa sfumatura, una postura meno passiva.

 Ma, forse, anche in questo caso, uno spiraglio di luce si può vedere: uno spiraglio letteralmente poetico, capace cioè di riportare al gioco, nel senso profondo del termine (che riguarda anche la liturgia), i segni, depotenziandone la carica imposta loro dal sistema convenzionale, liberandoli dai significati per renderli ogni volta di nuovo significanti e significativi nel loro momento creativo.

La stessa tradizione, allora, non può essere demolita o messa da parte, poiché questo non sarebbe altro che il gioco del creare un disordine del tutto funzionale al meccanismo sovrano dell’ordine: essa va invece investita, abitata e vissuta come cassa di risonanza e spartito in cui prendere singolarmente e creativamente la parola – qualcosa di molto simile a ciò che avviene nella proclamazione liturgica della Parola che si incarna nel singolo e nella comunità in ascolto ogni volta con sfumature diverse, con nuove e inaspettate epifanie di senso che travalicano l’incrostazione dei significati, anch’essa utilissima proprio come trampolino da cui spiccare ogni volta il volo.

Siamo capaci di vivere cristianamente, almeno in minima parte, questo rischio e questo gioco nel rito e nella nostra vita di tutti i giorni? Se non lo siamo è perché siamo spremuti nell’ingranaggio spettacolare ed economico del “nuovo”, della continua e noiosa riproposizione pubblicitaria dei bisogni indotti e del mercato. Contro tale velocità il grembo semiogenetico del rito può diventare, proprio attraverso la spazializzazione e non la cancellazione semplicistica della tradizione a favore del “nuovo” esteriore, un felice punto di fuga “fermo”, in cui il soggetto non viene parcellizzato e disperso dal bombardamento mediatico della novità, per farsi anch’esso vuoto e quindi capace di accoglienza e di ascolto. È l’unica forma viva di ob-audire che si possa fare nuova nascita e nuovo passaggio pasquale, di contro ad uno stato di eccezione della novità come noiosa immobilità frutto della iper-velocità del mercato come abbaglio liberale.

Una fede che non tenga conto concretamente di tutto questo, che non lo ritrovi nel proprio corpo come sintomo, è una fede che manca l’incarnazione rifugiandosi in una immunità fantasmatica e angelicata, che nulla ci può dire di Cristo, nonostante sostenga i suoi valori.

Share