La liturgia e la pace, oltre le falsificazioni tradizionalistiche: tre vie obbligate


Come già diverse volte mi è capitato di segnalare, dopo la elezione di Papa Leone nel maggio scorso, diversi settori del mondo tradizionalista si sono messi a costruire scenari immaginari e ad alimentare false speranze. Prima denunciando le pretese “scorrettezze di Francesco” durante la fase del sondaggio del 2020-21 in vista di Traditionis custodes, poi scoprendo una “nuova sensibilità” nel nuovo papa, più attento, a loro dire, nei confronti delle ragioni di chi pensa di “custodire la tradizione”, poi ancora esasperando le attese verso il Concistoro di ottobre, come se fosse un redde rationem (per una sintesi di questa storia recente rimando a un post precedente qui). Poi addirittura sposando una “proposta di pace” di carattere tipografico, ma senza alcuna possibilità di successo (che si può leggere qui). Da ultimo le affermazioni contenute in un messaggio che il Card. Parolin ha scritto ai Vescovi francesi: queste parole vengono proposte come affermazioni “del papa” e magari condite con presunte rilevazioni sociologiche, che imporrebbero una verità diversa e chiederebbero con urgenza una riconciliazione, con sdoganamento del rito vecchio quasi come una sorta di passaggio obbligato.

In generale si deve rilevare che queste parole spesso sono del tutto esterne alla questione e vengono forzate nella direzione di un “ritorno alla libertà di rito”, come se questa fosse una conquista, se non di fede, almeno di umanità. Si profila quasi la domanda, da parte dei tradizionalisti, di poter essere cattolici con il rito che preferiscono. Ma è evidente che qui, proprio qui, manca ogni riferimento alla natura del rito e al suo spessore teologico ed ecclesiale. Una questione teologica ed ecclesiologica non può essere risolta con indagini sociologiche superficiali o con percentuali, come se fosse un referendum…

In un articolo, come al solito pieno di sottintesi fumosi, S. Magister offre una ricostruzione del tutto arbitraria della vicenda del “questionario” che è stato svolto come premessa al MP Traditionis custodes (il testo di può leggere qui)

 Mi interessa qui citare soltanto la frase con cui Magister chiude il testo, che è una citazione dalla lettera del Card. Parolin ai Vescovi francesi:

È preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una ferita dolorosa riguardante la celebrazione della Messa, sacramento stesso dell’unità. Per sanarla, è certamente necessaria una nuova prospettiva reciproca, con una maggiore comprensione delle sensibilità altrui ; una prospettiva che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell’unità della fede. Possa lo Spirito Santo suggerirvi soluzioni concrete che consentano la generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al ‘Vetus Ordo’, secondo le linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”.

Questa frase costituisce un auspicio di accoglienza reciproca del tutto comprensibile, soprattutto se si parla al contesto francese, particolarmente segnato da 60 anni dalle fratture liturgiche ed ecclesiali. Includere coloro che “aderiscono sinceramente al Vetus Ordo”, se deve avvenire secondo le linee guida stabilite dal Vaticano II in materia di liturgia implica però tre passi elementari e irrinunciabili, che non possono restare impliciti:

a) Chi aderisce sinceramente alla Chiesa cattolica non può aderire al Vetus Ordo, perché il Vaticano II ha chiesto esplicitamente e con la massima autorità di riformare quell’Ordo. Esiste solo un Ordo, quello Novus, che ha al suo interno una nuova elasticità che può accogliere tutti, purché lo riconoscano come il “loro” rito;

b) Una “nuova prospettiva reciproca” consiste nella preziosa occasione per cui, coloro che si sentono legati ad uno stile più classico, possono farlo valere all’interno del medesimo rito. Così ha testimoniato di recente l’Abate di Solesmes, che nella sua abbazia celebra il Novus Ordo, anche se in latino e con il canto gregoriano. Questa è una chiara prova della elasticità del Novus Ordo e della buona via per restare in comunione, nella differenza rispettata e valorizzata;

c) La pretesa di “non cambiare rito” e di non accettare il rito frutto della Riforma Liturgica non è una istanza da comprendere, ma una resistenza da superare. Le concessioni reciproche che possono ispirare una “fase nuova” sono due:

– accettare da una parte che il Novus Ordo sia l’unico rito comune a tutti i cattolici;

– accettare dall’altra parte che si possa far uso dell’Ordo comune con sensibilità diverse e con priorità differenti.

Ma tutti accomunati dall’unico e medesimo Ordo, che è come un albero di senape, dove tanti uccelli diversi possono nidificare con grande rispetto per le reciproche differenze.

Questo rispetto reciproco è ciò che ci insegna anzitutto il Novus Ordo, a differenza del Vetus, che non ammette varianti. E’ il Novus Ordo la scuola di accoglienza, che può insegnare a tutti, sia ai fautori della riforma, sia ai detrattori.

Tuttavia, non è una buona soluzione, in vista di questa opportuna riconciliazione, far dire alle persone parole che non hanno detto e interpretare le parole dette con irragionevole arbitrio. Mentre sarebbe prezioso se, al medesimo rito comune, ognuno portasse la propria sensibilità e la propria cultura ecclesiale, con la serena accettazione della irreversibilità del Concilio Vaticano II e della Riforma liturgica da cui tutti possono (e debbono) lasciarsi arricchire, nella carità e nella unità della fede.

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