In forma di appello. Prime considerazioni su “Salvare la fraternità-Insieme” (/1)


PontificiaAccademiaVita

Un gruppo di 10 teologi e teologhe, coordinati da Mons. Paglia e P. Sequeri, nell’ambito dei collaboratori della Pontificia Accademia per la Vita e dell’Istituto Giovanni Paolo II, ha scritto il mese scorso un testo che si intitola

Salvare la Fraternità – Insieme
Un appello per la fede e il pensiero

Il testo (23 pagine, più 4 pagine della Postfazione di Mons. Vincenzo Paglia: si possono leggere integralmente qui) merita attenzione per diversi motivi. In questo primo commento mi limito ad esaminare il documento sul piano “formale”, perché già su questo livello mi pare che si facciano notare elementi considerevoli e che devono essere esaminati con cura.

a) La forma di “appello”

Sicuramente molto si è riflettuto, nel gruppo che ha steso il documento, sulla “forma” da adottare per consentire alle parole di essere comprese, considerate e valutate. Più volte, lungo le pagine, emerge questa “coscienza infelice” di una teologia che rischia di “parlare solo di sé e a se stessa”. Per questo, credo che si debbano leggere con molta attenzione le parole con cui il testo comincia. Riporto qui integralmente le prime righe:

Quello che proponiamo in queste pagine è un appello con il quale
confrontarsi, non semplicemente un’analisi da accogliere o respingere.
Per essere più precisi, la descrizione della condizione ecclesiale e
culturale che sollecita l’appello è lo strumento diagnostico che ne sostiene
la motivazione e l’urgenza: non è un “direttorio” di tesi alle quali è chiesto
di aderire, ma un “repertorio” di temi sui quali ci appare decisivo riflettere
e discutere” (SF, 1)

Qui emergono alcuni tratti di singolare chiarezza: l’appello è motivato da una “descrizione della condizione ecclesiale e culturale” su cui non si chiede di dire “sì” o “no” – di aderire come potrebbe accadere con una serie di tesi o di dichiarazioni  – ma di confrontarsi. Come un repertorio, non come un direttorio. Il gruppo si è impegnato in una “descrizione” – allo stesso tempo ecclesiale e culturale – in cui è messa in gioco la “specifica competenza teologica”, pensata al servizio di una urgenza, così come posta dalla Enciclica “Fratelli tutti”. Potremmo dire allora: un dato di emergenza, posto autorevolmente dalla Enciclica di papa Francesco sulla Fraternità e l’amicizia sociale, impone alla teologia una più precisa descrizione della condizione culturale ed ecclesiale e sollecita (anzitutto i teologi) ad un compito comune che attraversa l’intero spettro dei soggetti possibili: quelli interni e quelli esterni alla tradizione ecclesiale. Di qui, come vedremo subito dopo, la necessità di identificare gli interlocutori dell’appello. Se un gruppo di teologi decide di “cambiare forma”  – non scrivere trattati o saggi, ma un appello – diventa decisivo identificare bene i destinatari dell’appello.

b) I due “messaggi” con diversi destinatari

Il testo indentifica, a partire da p. 14, i suoi destinatari. L’appello è per i Discepoli (14-19), mentre ai Saggi è inviata una “Lettera aperta” (19-23). Le forme vengono differenziate e gli interlocutori sono pensati in modo non generico. Qui, evidentemente, il testo si differenzia in modo più netto. L’appello, in senso proprio, quello volto ai discepoli, è centrato su un ripensamento del rapporto tra Chiesa e mondo. Una cosa molto importante è che il testo punti sia ecclesialmente sia teologicamente su un “nuovo paradigma” di relazione con il mondo, che sappia uscire dai “dualismi tra comunità credente e comunità secolare, tra mondo creato e mondo salvato”. Sia il credente, sia il teologo professionale,  sono rimandati alla sfida di una relazione nuova, diretta, con il mondo e con i suoi linguaggi, che occorre imparare a parlare. Questa è la sfida – grande ed esplicita- interna all’appello.

La lettera aperta, destinata invece ai Saggi (ossia agli intellettuali non credenti) compie alcune scelte nette: usa un “noi” che ricorda i discorsi del Concilio Vaticano II e di Paolo VI e entra subito “in medias res” con una richiesta diretta: quella di “purificare la cultura dominante dalla tentazione del relativismo e della demoralizzazione”. Forse, sul piano della forma, non è l’inizio più consigliabile per favorire una interlocuzione senza pregiudizi. Proprio perché, formaliter, la domanda di verità e di valori, a cui “Fratelli tutti” da voce con grande potenza, scaturisce da una tensione tra fratellanza, libertà ed eguaglianza, è interessante che l’appello ai discepoli appaia impostato in modo più dialogico di quanto non sia la lettera ai Saggi. Nella quale, emergono, con maggiore forza, quelle letture “in contumacia” del mondo contemporaneo, che l’appello ai discepoli aveva giustamente indicato come una via senza uscita. Se della “scoperta del soggetto” moderna si parla, almeno inizialmente, solo in modo catastrofico, si seleziona e si predispone l’interlocutore in modo troppo drastico. Ci sarà modo di discutere meglio sul piano dei contenuti i singoli passaggi, ma anche solo formalmente questa scelta appare meno convincente rispetto all’impianto generale del documento.

c) La pluralità di voci

Senza entrare per ora nella considerazione dei contenuti, è però evidente che nel testo parlano “diverse scuole”. E questo è un ulteriore dato significativo. Quanto è difficile non usare del tutto il proprio gergo. Quanto è difficile imparare il gergo altrui e farlo fruttificare nel proprio, così come arduo risulta ascoltare il proprio gergo “riespresso” in altro contesto, con altra intezione, con diverse accezioni. Il controllo delle parole, che è l’ideale di ogni linguaggio tecnico, nella teologia smentisce la più bella delle esperienze: quella di lasciar parlare il linguaggio della tradizione. Se siamo teologi è perché abbiamo elaborato un linguaggio tecnico, che dovrebbe restare “servo”, ma qualche volta diventa “padrone”. Non è difficile cogliere questa fatica, questo travaglio, questo sforzo su tutte le pagine di questo appello. Questo è un suo pregio rilevante. Mostra la fatica di uscire da un gergo. La prevalenza del “gergo milanese” – che è sulla pagina è evidente ed arricchisce di terminologie fini il periodare e il respirare delle frasi – è certo dovuta al fatto che almeno la metà del gruppo proviene da quella scuola, da quelle forme di pensiero e da quelle figure di esperienza. Ma, diversamente dai testi dei singoli autori, l’appello risuona anche di altri toni, di altri immaginari, di altre figure di parola e di pensiero. Questo permette un confronto molto più ampio e abbassa il livello di lettura pregiudiziale riduce i casi di “tecnicismo”. Per un appello, che voglia parlare a tutti, questo è un elemento decisivo, che ne garantisce la possibile fecondità.

d) L’apertura di un dialogo fecondo

Questi rilievi di carattere solo formale sono evidentemente una “premessa” a contenuti tanto urgenti quanto ricchi. La conoscenza diretta di molti membri del gruppo di teologi e la lettura del loro testo mi fa dire che sono poste le basi per un dialogo veramente fecondo e produttivo. Senza evitare la “confusione delle lingue”, ma accettando la pluralità dei registri, questo “appello a salvare la fraternità” può raggiungere diversi risultati, grazie alla sua impostazione formale. Può suscitare dialogo e confronto perché è già in sé frutto di questo dialogo e di questo confronto. Credo si possano individuare due obiettivi espliciti di un tale sviluppo, che mi sembrano del tutto condivisibili:

- da un lato favorire un “lavoro teologico” chiaro, audace e paziente, “creativo e ospitale”, che sappia dialogare in modo davvero radicale con la cultura contemporanea, per rileggere la tradizione con un atto audace e paziente di “traduzione”;

- dall’altro che abbia una incidenza ecclesiale capace di pensare e realizzare quelle riforme di cui la Chiesa confessa il bisogno da almeno 60 anni e la cui esecuzione non può non essere preparata da un “pensiero della fede” alla altezza della sfida.

Per raggiungere questi due obiettivi, occorre aprire un dibattito, nella libertà e con rispetto, sulle tre parti qualificanti di questo testo, ossia sulla “descrizione della condizione ecclesiale e culturale” (SF 1-14), sull’appello ai Discepoli (SF 14-19) e sulla Lettera aperta ai Saggi (SF 19-23). A ciascuna di queste parti vorrei dedicare un commento specifico nei prossimi giorni.

 

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