Il papa e il sovrano. Sul saggio di Marcello Neri “Il destino di Pietro”


Di fronte all’ improvvisa accelerazione dello scontro tra le espressioni rozze della sovranità degli USA e le parole pacate di papa Leone, ho ripreso tra le mani il piccolo volume di Marcello Neri, Il destino di Pietro. Il papato dalla sovranità alla sinodalità, Youcanprint, Lecce, 2025. (i numeri tra parentesi sono riferimenti alle pagine del libro)

Che cosa si trova in questo volumetto di sole 62 pagine, ma dal contenuto così prezioso? Si tratta di una meditazione, originata dal conclave del 2025, che riflette sul papato collocandolo nella storia degli ultimi 150 anni. Come una delle “tre cose bianche” (insieme alla Immacolata e alla Eucaristia) il papa è diventato, in questo ultimo secolo e mezzo, una sorta di “supersacramento” della Chiesa cattolica. Lo studio di Marcello Neri identifica con limpida chiarezza come la storia degli ultimi due secoli, con le sue sorprendenti vicende, ha reso la Chiesa cattolica “l’unica istanza globale super partes” (3) nel panorama del mondo sempre più globalizzato e conflittuale. Questa funzione è il frutto paradossale di una grave perdita: con la fine della sovranità temporale (1870) inizia per il papato e per la Chiesa cattolica un “lento cammino di aggiustamento e di apprendimento” (3), che ha riflessi evidenti sia al suo esterno, sia al suo interno.

Ma oggi, la situazione è nuova per il fatto che la Santa Sede si trova senza interlocutori istituzionali, in una solitudine nuova e per certi versi anche drammatica. Con la fine del Pontefice sovrano è iniziata una stagione, che evolve continuamente, in cui il papa cambia funzione e ruolo. Il papato diventa addirittura difensore (unico?) della democrazia, di fronte alle democrazie che si trasformano in autocrazie, negatrici delle identità personali, orientate a politiche di autodifesa, fino allo sterminio dell’altro.

Per esercitare questa funzione, tuttavia, il papato non è esposto soltanto “fuori di sé”, verso il mondo, ma anche “dentro di sé”, nella Chiesa per cui esiste. La domanda è: come si esercita la autorità verso il mondo e verso la Chiesa da parte del Vescovo di Roma?

Nella storia che va da Pio IX (che lascia il Quirinale) a Leone XIV (che viene insultato dal Presidente Trump) abbiamo visto il mutamento nel modo di esercitare la sovranità. Un capo di Stato ridotto ai minimi termini si trasforma in un Vescovo di Roma che nega di essere un politico. Tra Pio IX e Leone XIV, quasi a mezza strada, troviamo le parole, singolarmente sincere e forti, con cui Paolo VI, nel 1965, si confessa di fronte alla Assemblea dell’ONU e dice:

Voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore “ (34)

Nella traiettoria che congiunge Pio IX a Leone XIV ci sono tutti i toni possibili di autoriflessione del papato e del cattolicesimo. La descrizione che troviamo nel libro è davvero notevole. Si passa dalla “resistenza sovrana” che trova nella forma del dogma, del codice e della festa liturgica di Cristo Re un crescendo impressionante e arriva, con questa postura, fino alla fine degli anni 50.

Anzitutto si reagisce, a caldo, col Vaticano I, attraverso la giurisdizione immediata e diretta e attraverso la dogmatizzazione della infallibilità papale. Una “nuova sovranità universale” (11), senza territorio, nasce dalla intersezione di queste due qualità del Pontefice. Ma poi la codificazione del diritto canonico (1917) e la istituzione della festa di Cristo Re (1925) segnano un cinquantennio in cui “la sovranità regale di Cristo funziona da reazione cattolica all’affrancamento del potere secolare dalla giurisdizione del potere temporale della Chiesa” (14). Questo è il tempo in cui l’aggettivo “clericale” viene vissuto come un vanto contro il laicismo. Ma questo assetto, che arriva fino al progetto di Enciclica di Pio XII, che nel 1958 avrebbe dovuto vedere col titolo, perfettamente coerente, di “Cultum Regi Regum”, ha introdotto una nuova rigidità, in cui il Vangelo è totalmente assorbito dalla istituzione. “La totale istituzionalizzazione della comunità convocata diventa ‘perversione del Vangelo’” (21).

Dopo questo primo capitolo (Potere e sovranità) il libretto si sofferma, nel cap II su una esegesi del libro degli Atti (Il destino di Pietro: “a loro come a noi”) in cui appare il compito di uscire da una fissazione su giurisdizione e infallibilità che, ancora alla fine degli anni 90, tendeva ad estendesi alla “irreformabilità” di tutto il magistero ordinario. Ma nella Scrittura si scopre che Pietro non è titolare solo di una “sovranità esclusiva”, ma di un ministero della “inclusione”. Per lui non vale soltanto un “solo a lui”, ma anche un “a loro come a noi”. In altre parole, livello istituito e livello istituente della tradizione debbono restare aperti. La chiusura del secolo breve dal 1870 al 1958 si deve aprire alla storia, anche grazie a nuove ermeneutiche della Scrittura, della Liturgia, della Chiesa e del Mondo.

Il cammino Oltre la sovranità (capitolo terzo) passa attraverso una revisione della lettura “sovrana” del papato, “che sposta l’asse della configurazione ecclesiale dalle frasi istituite alle pratiche istituenti” (33). La resistenza del modello di “cristianità”, nonostante il Concilio Vaticano II, perdura almeno fino a Benedetto XVI, sul cui corpo, tuttavia, nel momento storico in cui si ritira dal ministero, viene iscritta a lettere di fuoco anche la fine del modello tardo-moderno, inaugurato dal Vaticano I e che ha resistito fino alla pratica (priva di teoria) di un papa che prende congedo non solo dal proprio ministero, ma da una forma storica del papato: “con esso si attesta anche la inadeguatezza del tema della sovranità giurisdizionale a fondamento della attuazione complessiva della istituzione ecclesiale cattolica” (37).

Il “cambiamento d’epoca” che sarà verbalizzato solo da Francesco dice, nella continuità dei papi, una discontinuità strutturale. Così, nel capitolo quarto (La forza delle pratiche) si scopre come la pratica del papato di Francesco sia proprio l’inizio di un nuovo rapporto della Chiesa con la storia, come luogo comune di apprendimento della propria missione. La chiesa non può restare “all’interno del perimetro politico-teologico della sovranità” (43). La Chiesa “in uscita” significa un altro modello di esercizio del potere.

Con Sinodalità (quinto capitolo) inizia una riconfigurazione pratica dell’esercizio della autorità. Ma il travaglio di questa trasformazione, di cui il Vaticano II aveva dato il presentimento a tutta la Chiesa, diventa una occasione duplice: da un lato per la autocoscienza ecclesiale, ma dall’altro per la vita del mondo. “La forza della sinodalità sta nell’essere una prassi e non una struttura istituzionale” (53). Essa però è anche una occasione per capire, diremmo laicamente, che cosa significa democrazia. La crisi della democrazia, che vediamo in modo lampante negli ultimi anni, può scoprire che una revisione del cattolicesimo, che sappia uscire dal paradigma sovrano, può diventare un contributo davvero comune, com-munis. Una Chiesa cattolica che, nella “carovana sinodale”, riscopra il valore costituente di una “scorporazione del potere” rielabora con fervida immaginazione la propria figura nel contesto di una crisi che potremmo dire “costituzionale”.

“L’invenzione democratica…consiste…nell’aver sciolto il legame che univa il potere a un corpo (del re, del tiranno, di un attore politico, di un gruppo sociale” (55). La Chiesa cattolica, come “Corpo di Cristo”, può liberare sinodalmente, allo stesso tempo se stessa e il mondo, dal paradigma della sovranità, riconsegnandosi al gioco istituente del Vangelo.

Configurare così un papa “che governa sinodalmente, stringe alleanze e intercede per il mondo senza distinzioni di appartenenza, significa dischiudere la storia umana al Regno che verrà e non ampliare lo spazio occupato dalla sovranità della Chiesa cattolica” (61)

Quanto questa lettura possa gettare nuova luce sulle vicende che i cattolici vivono in questi giorni, mi pare non solo di grande conforto, ma quasi un segno dei tempi. E intravvedere nel Presidente degli Stati Uniti, nel capo di una nazione molto giovane, un modello tanto vecchio di esercizio della sovranità assoluta e nella figura di papa Leone XIV, che pure proviene dal medesimo stato, l’aurora di una nuova forma della democrazia e di governo “comune”, può essere un non piccolo guadagno che il volume assicura al lettore. Trump incarna oggi l’assolutismo del “solo a lui”, Leone la inclusione del “a loro come a noi”. Anche le immagini, oltre che le parole, ripetono questo conflitto tra modelli nella concezione delle istituzioni. Curioso paradosso della “poikilìa” (complessità) del reale, di cui erano espertissimi i giuristi e i teologi antichi, un po’ meno i canonisti e i dogmatici contemporanei.

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