Il “corpus domini” del diacono permanente
“DOVE LO TROVI UN AMICO CHE TI ASCOLTA E TI ACCOGLIE 24 ORE SU 24?”
Arriva la “festa” del Corpus Domini e in parrocchia trovi una sorpresa: nella messa dopo i primi vespri del sabato non compare il parroco, ma un “sostituto”, inequivocabilmente vestito da Diacono. Dunque, pensi, anche qui, da noi, si ricorre ad una nozione più ampia di “ministero ordinato” per assicurare alla Chiesa una continuità nel culto e nella parola. E mentre consideri questa novità in tutto il suo significato, e la trovi, per la prima volta, sotto casa tua…il sogno si infrange. Il diacono, dopo aver compiuto in silenzio i gesti di apertura della “celebrazione”, apre bocca e si rivela. Anzitutto spiega chi è: e lo fa nel modo meno opportuno, formale, burocratico, asettico. Ma poi, purtroppo, dopo aver proclamato di Vangelo di Marco, inizia la sua omelia.
Omelia non sul Corpus Domini, non sulla grande festa e sul suo significato ecclesiale, non sui testi biblici e sulla loro potenza. No, niente di tutto questo: solo parole riservate al “Gesù eucaristia”, alla mancanza di rispetto nei confronti del tabernacolo e della eucaristia, ai miracoli eucaristici e al “sangue” e alla “carne” che gli esami scientifici hanno dimostrato appartenere ad un “cuore”…un vero disastro, un discorso fuorviante, colpevolizzante, presuntuoso e falso. Una inutile apologetica, fuori contesto e fuori tempo: parla del Corpus Domini come se dovesse contestare una ideologia o difendere un valore…mescolando prospettive retrograde a dolciastre attualizzazioni “personalistiche”, fino ad affermare: “Dove lo trovi un amico che è disposto ad accoglierti e ad ascoltarti sempre, 24 ore su 24?”
Come è possibile che possa prendere la parola, in una comunità a lui sconosciuta, un “ministro” che dimostra di essere totalmente privo di un minimo di seria formazione? Come si fa a infilare per 20 minuti una serie di strafalcioni e di luoghi comuni così disarmanti, che a stento si tollererebbero in una trasmissione televisiva, ma che sono del tutto inaccettabili se proclamati dall’ambone, con una ignoranza pari solo alla presunzione con cui venivano pronunciati? E, se su un tema così decisivo come l’Eucaristia, si commettono errori tanto gravi, che cosa accadrà quando si parlerà di tutto il resto?
Si tratta di un caso paradossale: nella forma “nuova” di un ministero rivivificato dalla stagione conciliare, sono stati riproposti, ad una assemblea frastornata, tutti i peggiori luoghi comuni della “apologetica eucaristica” ottocentesca. Persino il tono con cui, alla “distribuzione della comunione”, veniva pronunciato “corpo di Cristo” faceva parte di questa interpretazione retrograda di sentimenti e di atteggiamenti in difesa della povera eucaristia disonorata (allora da protestanti e da giudei…e oggi?).
Un modello classico di “chiesa autoreferenziale”, che traduce la presenza di Gesù Cristo nelle categorie piccolo borghesi del moralismo e del sentimentalismo, senza alcun respiro ecclesiale e senza vera esperienza umana.
Se questo diacono avesse mai sfiorato, anche solo di striscio, un testo serio sull’eucaristia, avrebbe visto in quale considerazione S. Tommaso tenesse i “miracoli eucaristici” e come ragionasse finemente intorno ad essi.
Il “diaconato permanente” è una grande riscoperta del Concili Vaticano II, che però può essere usata e vissuta per smentirne la profezia e la lungimiranza. Questo è un “lusso” che le Chiese locali non possono permettersi, senza mettere in gioco la loro credibilità e la loro testimonianza.
Dedico al nostro diacono un breve pensiero, che mi è stato commissionato da un Giornale diocesano del Sud, per la festa del Corpus Domini.
Il Corpus Domini e l’eucaristia come “miracolo di comunione”
Ogni domenica è “giorno del Signore”, che si arricchisce della mensa della Parola e della eucaristia. La Chiesa viene radunata dal suo Signore per “ricevere quello che deve diventare”: ossia Corpo di Cristo. La festa del Corpus Domini mette al centro questa esperienza fondamentale del cristiano: essere parte del “corpo del Signore”.
Tale festa ha assunto, nel corso dei secoli, una duplice sottolineatura:
– da un lato si è tradotta nella “presenza del Corpo e Sangue di Cristo” sotto le specie del pane e del vino e nelle forme della “adorazione” o della “meraviglia” per questa presenza. La storia dei “miracoli eucaristici” è precisamente un intreccio tra atto di adorazione e meraviglia per la presenza;
– ma, d’altra parte, la festa ha assunto la forma di una “identità della Chiesa come corpo del Signore”, che ne fa vivere i segni e le meraviglie, nel suo darsi visibile di comunità umana, guidata e ammaestrata dal suo Signore.
Il grande miracolo che la eucaristia realizza non è, infatti, a livello dei “segni”. Certo, che pane e vino siano realmente, veramente e sostanzialmente “corpo e sangue di Cristo” è un punto acquisito e solenne della tradizione cattolica. Ma il miracolo decisivo è un passo più avanti. Ossia nel fatto che “corpo di Cristo” diviene nome della Chiesa, identità di comunione, prassi di reciproco ascolto, “forma di vita nel mondo”.
Questo ha sempre determinato, nella tradizione del Corpus Domini, una “estroversione” della Chiesa. Proprio nel suo punto più intimo – la relazione con il Corpo di Cristo sacramentale – la chiesa si scopre radicalmente “in uscita”. Ed esce effettivamente: attraversa le strade, si fa prossima ai dettagli meno solenni e meno sacri della vita. Calpesta le vie della città, attraversa gli incroci, esce da se stessa, per trovare se stessa più a fondo e riconoscersi come “Corpus Domini”.
Ringrazio il prof. Grillo delle sollecitazioni che ci offre, e mi permetto di allargare un poco la riflessione circa la celebrazione vissuta nella sua parrocchia: il Diacono permanente che la presiedeva, oltre ad ignorare l’ABC di una buona omelia, dal racconto che ho letto mi è sembrato davvero “vittima della sua novità”, per riprendere il titolo di un saggio di Alphonse Borras.
Un ministero quello del Diaconato che, nonostante ogni buona intenzione e al di là di questo episodio, credo continui a rimanere esposto al pericolo di essere pensato “al posto” del presbitero, cioè visibile, sensato e giustificato in sua assenza, e occupando “il suo posto”, cioè quello della presidenza liturgica, nella quale l’omelia abita “un posto” privilegiato che, nel racconto del prof. Grillo purtroppo, diventa rivelazione non del Mistero, ma di se stessi. Un’omelia che invece di mettere in relazione il Vangelo con la concretezza del vissuto dell’assemblea (e cosa c’era quella domenica di più concreto di un Corpo che aveva con-vocato altri corpi?), sembra quasi un “avamposto”, cioè un dispositivo di sicurezza che garantisce la difesa da un potenziale nemico; strategia inappropriata e di sicura sconfitta in ambito ecclesiale.
Credo invece che il nostro, debba essere un servizio caratterizzato da una “lotta permanente” contro l’idolo della somiglianza al ministero presbiterale, e ad ogni sua possibile deformazione, pensando il Diaconato come ministero “com-posto”, cioè che chiama in causa una pluralità di figure e compiti che solo nella loro integrazione mai conclusa, possono concorrere a dargli una forma e un senso; un ministero che abbia il coraggio di fuggire alla tentazione di pensarsi “una volta per sempre”, o peggio ancora “come una volta”, ma che sappia tradursi in modalità di esercizio adatte alle personalità dei singoli, in questo tempo storico, in risposta alle esigenze di una Chiesa particolare.
Se però continuo a vedere il Diacono permanente quasi esclusivamente nella Messa e non soprattutto nell’atto di “far posto ad altri” a quella celebrazione, come potrò “sganciarlo” dalla sua indebita riduzione, proporlo e pensarlo altrimenti? E nello stesso tempo, come sviluppare una competenza liturgica propria del Diacono, che non si limiti alla corretta incensazione del Vescovo durante la festa del santo patrono, ma che per esempio possa riscoprire l’uso del Benedizionale e perché no, gli strumenti per costruire un’omelia appassionata? E perché mai aspettarsi dal Diacono permanente (quasi) il solo servizio liturgico, e non invece un servizio più trasversale a tutto ciò che è quotidiano, feriale, “umano”?
Credo che la celebrazione dell’Eucarestia porti a compimento il nostro ministero, e ne sia la sorgente: il “nostro posto” quindi è lì, ma è anzitutto altrove!
Fa bene, Paolo Tassinari, a spostare la questione. Vi è, in gioco, il senso stesso di un recupero che dovrebbe trasformare la Chiesa, piuttosto che deprimerla o farla retrocedere. Sono convinto che solo un “progetto complessivo” sul diaconato – che da anni viene perseguito con studi e impegno di prim’ordine – sarà in grado di assicurare che in futuro scene come quelle che ho descritto diventino, se non impossibili, almeno molto più difficili. Se la “prima linea” si trasforma in “retroguardia”, qualcosa di grosso deve essere oggetto di conversione pastorale.