Il capello e la fune: sulla mancanza di teologia di una proposizione sulla mascolinità del ministro
Diceva K. Barth che in teologia non raramente la differenza tra verità ed errore è “sottile come un capello”. Non è il caso del resoconto che il Card. Petrocchi ha scritto in una lettera a papa Leone, nella quale, oltre al resto, appare con chiarezza la fragilità teologica di una riflessione sul diaconato (e sull’intero ministero ordinato) che non arriva a formulare in modo fondato e ragiovevole la più articolata delle sue proposizioni. Merita considerazione, pertanto, l’analisi argomentata che Massimo Pieggi ha proposto in un suo articolo (cfr. qui) uscito per SettimanaNews a ripreso dal blog Vinonuovo, nel quale mette in luce, con chiarezza, la fragilità della impostazione teologica della proposizione di maggiori pretese “dogmatiche” elaborata dalla Commissione Pontificia di studio sull’accesso al diaconato delle donne. Pieggi si sofferma a ragione sulla formulazione più forte (e più forzata) che è stata messa ai voti dalla Commissione. La ripropongo qui per comodità:
«La mascolinità di Cristo, e quindi la mascolinità di coloro che ricevono l’Ordine, non è accidentale, ma è parte integrante dell’identità sacramentale, preservando l’ordine divino della salvezza in Cristo. Alterare questa realtà non sarebbe un semplice aggiustamento del ministero, ma una rottura del significato nuziale della salvezza».
Rispetto a questa formulazione Pieggi pone una questione che suona così:
Non è che, nello zelo di salvaguardare in ogni modo e ad ogni costo la maschilità del ministro ordinato, si finisce per affermare qualcosa di riduttivo su Dio?”.
La domanda è ben formulata e fotografa, per così dire, uno scivolone argomentativo che può essere spiegato, appunto, come “eccesso di zelo”: nel tentativo di assicurare una “parola definitiva” sul tema, la Commissione, ha potuto pensare di arrivare ad una formulazione universale e astratta, di valore assoluto, che avrebbe potuto diventare un criterio risolutivo, d’ora in poi, nei discorsi sulla “riserva maschile”. E’ chiaro che se una Commissione scoprisse la “formula definitiva” per fondare la riserva maschile su un connotato cristologico, che si impone sulla dimensione sacramentale dell’ordine e che determina in modo radicale la soteriologia, avrebbe fatto, nel 2025, ciò che non sono riusciti a fare prima Inter Insigniores nel 1976 e poi Ordinatio sacerdotalis nel 1994. Pieggi mostra, con un ragionamento pacato, che questa pretesa, a dir poco ambiziosa, non risulta autorizzata da una cristologia adeguata, da una teologia sostenibile, ma neppure da un uso sano della analogia e ragionevole della soteriologia. Il prezzo pagato dalla proposizione è una riduzione della lettura della cristologia, della sacramentaria, della soteriologia, della spiritualità. Questo lato della questione appare certamente il più preoccupante: nel lavoro che ogni singolo teologo fa certamente è possibile che la “barca teologica” subisca sbandamenti, che si pieghi sotto la forza del vento, che perda la rotta, che sia costretta a fare andatura contro vento, ma che una Commissione Pontificia arrivi a questa formulazione senza alcun equilibrio, che su questa triplice forzatura arrivi a proporre una votazione e che questa votazione abbia, come esito, una spaccatura verticale e perfetta dei commissari (5 versus 5) non è ragionevole. Come è stato possibile che i 10 Commissari, che avranno certamente discusso prima di votare non abbiano notato che:
a) Sul piano cristologico la definizione del “sesso maschile” come “non accidentale” (quindi come sostanziale) implichi una forzatura della comprensione di Cristo e del suo titolo di Sposo;
b) Che sul piano sacramentale, la trasposizione del “sesso maschile” sul ministro, mediante un semplice “quindi”, sia un secondo passaggio azzardato, che tende a pensare il concetto di “agire in persona Christi” come “ripresentazione corporea/fisica/sessuale” del Signore;
c) Che sul piano di una “teologia della immagine” si possa usare “anatomicamente” una immagine sponsale e nuziale che è nata da un interesse ecclesiologico e spirituale. Che si possa usare il “somatikòs” come fosse semplicemente “corporaliter”;
d) Che sul piano della soteriologia, si possa far discendere dalla eventuale violazione della “riserva maschile” addirittura la alterazione dell’ordine della salvezza e quindi la compromissione esiziale degli effetti del sacramento (dell’ordine, ma anche dell’eucaristia).
Ciò che Massimo Pieggi ha portato alla luce con parole efficaci, sposta la questione sul piano del modo con cui la Commissione ha impostato il proprio lavoro. Già è grave che il coordinamento del lavoro interno non abbia fatto emergere come “improponibile” quella proposizione che è stata messa ai voti. La sua improponibilità è “in re”: non dipende dalla posizione che si assume nel dibattito, ma dal fatto di essere stata pensata e scritta sulla base di visioni forzate ed errate sul piano cristologico, sacramentale, analogico e soteriologico. Come è stato possibile che non solo i membri della Commissione, ma anche coloro che li coordinavano, non abbiamo immediatamente compreso questi problemi di fondo e non vi abbiano posto rimedio in radice, chiedendo la riformulazione della frase? Come è stato possibile, che, nonostante tutto, questa proposizione sia arrivata alla votazione e abbia spaccato a metà la Commissione? E, infine, come è stato possibile che il Card. Petrocchi ne abbia dato conto, nella sua lettera di resoconto, senza un minimo di disagio e di imbarazzo?
L’analisi di Pieggi aiuta a ritornare con i piedi per terra, a rileggere la metafora sponsale, la mascolinità, la paternità e la relazione di ministero in termini più classici e più fondati. In fondo, si tratta di parlare con le parole della tradizione, non con parole forzate e portate al parossismo da un eccesso di zelo senza controllo culturale e teologico. D’altra parte il tema della giustificazione della “riserva maschile”, che in questa proposizione senza equilibrio ha raggiunto il suo apice di parossismo, ha raccolto, sul piano teologico e magisteriale, una serie di forzature negli ultimi 60 anni che meritano qui di essere segnalate come “precedenti” di questa più grave caduta:
a) Inter Insigniores (1976) per giustificare la riserva maschile usa una idea di “somiglianza” tra il ministro e il Signore, in cui interpreta una frase che Tommaso d’Aquino dice degli schiavi, come se fosse detta delle donne. Il ministro del Signore deve assomigliare al Signore perché deve essere libero (dice Tommaso). E’ la sua antropologia medievale a fargli aggiungere che le donne sono meno libere degli schiavi. Ma Inter Insigniores interpreta la somiglianza come se riguardasse non la “autonomia del soggetto”, ma la “anatomia del soggetto”.
b) Ordinatio sacerdotalis (1994) riduce la questione ad un problema di autorità. Negando alla Chiesa la autorità di poter decidere sul tema della riserva maschile, pone un principio di autorità per affermare questa mancanza di potere come normativo. Perciò rinuncia alla giustificazione, ma afferma la impossibilità di fare diversamente da come si è fatto per lunghi secoli (riferendo però questo alla ordinazione sacerdotale, non alla ordinazione diaconale)
c) Con la teoria dei “principi” (mariano e petrino) H. U.Von Balthasar, nell’unico vero tentativo teologico-sistematico di giustificare la riserva maschile elaborato nel XX secolo, sposta due categorie, elaborate in partenza sul piano del dialogo ecumenico, sul piano della riflessione sacramentale e specificamente nell’ambito della rilevanza del “genere”. In questo caso non si pretende di far discendere dalla “mascolinità di Cristo” un contenuto normativo per la ordinazione e per l’ordine della salvezza, ma si desume una “gerarchia dei sessi” dalla differente figura ecclesiale che si legge attestata in Maria e in Pietro. Ma la riduzione del sesso femminile a Maria e del sesso maschile a Pietro sembra una caduta di tono e di stile, che anche il grande teologo svizzero non ha saputo evitare. Pensare che il principio mariano possa imporsi ad ogni donna e il principio petrino ad ogni uomo è un modo curioso di ragionare e far passare il discorso da un “genere” a un altro: è una forma, non troppo velata, di “metabasis eis allo ghenos”.
Questi precedenti, tuttavia, sono comunque il frutto di un lavoro teologico che cerca di non strafare, di non avere una parola assolutamente definitiva da imporre alla tradizione, che resta consapevole dei propri limiti. La novità della proposizione attestata dalla lettera del Card. Petrocchi è una fragilità teologica talmente forte da non risultare ragionevole e da perdere il senso della misura. Non siamo di fronte ad un “capello” che distingue la verità dall’errore: questa è una fune, una gomena, una grossa corda, una cordata di errori che si susseguono ad ogni frase, in modo sempre più sguaiato.
Il testo di Pieggi ci aiuta a capire che una “teologia da farmacisti”, per usare di nuovo una espressione cara a K. Barth, avrebbe comunque potuto salvare la faccia alla Commissione. In questo caso non è esagerato parlare di “teologia da apprendisti stregoni”. Fortunatamente (provvidenzialmente) questa visione distorta e forzata, infondata e arrogante, non ha ottenuto il consenso, non è diventata in alcun modo magistero, ma ha comunque influito sui lavori, condizionato il dibattito, impedito una crescita ecclesiale. Bisogna chiedersi, tuttavia: perché mai abbiamo per anni continuato a partere tempo con chi non conosce la tradizione teologica e non riesce ad onorare neppure il senso comune? Per rispondere ad una domanda seria, perché ci si è affidati a queste visioni poco serie, improvvisate e sguaiate?































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Risposta all’ultima domanda: perché il no era già deciso prima dei lavori della Commissione, per cui ogni argomento poteva essere ritenuto plausibile purché in linea con la decisione già assunta.