«Ex opere operato»: breve storia della formula ed equivoci contemporanei
«Ipsum sacramentum dicitur a quibusdam opus operatum; usus autem sacramenti est ipsa operatio, quae a quibusdam opus operans dicitur»
S. Tommaso d’Aquino, Scriptum super Sent., IV, d1, q1,a 5, qst1 corpus
Per valutare oggi l’impiego della locuzione ex opere operato dobbiamo considerare brevemente la storia della formula. Possiamo recuperarla in 4 tappe, che descrivono bene anche la “curvatura” del suo significato.
a. Premesse cristologiche
La distinzione tra opus operatum e opus operans viene dalla riflessione sulla efficacia della passione di Cristo, nella quale si distingue l’effetto oggettivo (come un bene), dalla intenzione soggettiva (come un male). In questo ambito troviamo la origine della distinzione
b. Impiego sacramentale scolastico
La costruzione come “causa efficiente”, con ex, in Tommaso d’Aquino è tipica soltanto della riflessione sacramentale. Nella quale, tuttavia, in Tommaso è presente anche l’uso dei termini al nominativo con la identificazione del sacramento con opus operatum e dell’uso del sacramento con opus operans. Vi sono tuttavia alcuni passi (relativi ai sacramenti della legge naturale) in cui la distinzione è tra ex opere operato e solum ex fide. Questi contesti saranno la premessa dell’uso tridentino.
c. Linguaggio magisteriale (Concilio di Trento 1547)
La locuzione diventa autorevole nel momento in cui viene assunta dal Concilio di Trento, nel can. 8 del Decreto sui sacramenti in genere.
«Se qualcuno afferma che con i sacramenti della nuova legge la grazia non viene conferita ex opere operato, ma che è sufficiente la sola fede nella divina promessa per ottenere la grazia: sia anatema » (DH 1608).
Con la locuzione ex opere operato il cattolicesimo tridentino difende la irriducibilità del sacramento alla fede come unica via di giustificazione. I riformatori leggono invece la locuzione come sostituzione esteriore e formale dell’autentico affidamento alla Parola di salvezza, che accade solo nella fede, da parte del soggetto peccatore. Va quindi ricordato che il significato che la locuzione assume in campo cattolico non è lo stesso rispetto alla interpretazione che di esso viene data in campo protestate. Ciò che per i cattolici è irriducibilità del dono di grazia alla fede del soggetto, suona per i protestanti come riduzione della fede ad una esteriorità controllata dalla Chiesa. La passività del dono per i cattolici è garantita dalla forma sacramentale indisponibile, mentre la stessa passività per i protestanti è garantita da una Parola indisponibile cui accede la fede personale. A loro volta i cattolici, da parte loro, inclinano a leggere la “sola fide” come una riduzione soggettiva, mentre i riformati interpretano la sola fide come irriducibilità istituzionale del dono di Dio. Già su questo piano, la cui rilettura pacata è stata possibile solo molti secoli dopo Lutero e Trento, è evidente come si sia creato un equivoco tra ciò che è azione e ciò che è dono, tra ciò che è disposto dalla Chiesa e ciò che è anticipato da Dio. Il sospetto che il sacramento sia un’opera umana che salva (in concorrenza con l’unica azione di Dio) o che la fede sia una virtù umana (in concorrenza con l’unica grazia offerta da Dio nel sacramento) sono le prospettive opposte che di scontrano da 400 anni e che oggi possiamo rileggere come nuova ricchezza reciproca.
d. Ermeneutica liturgica (Mediator Dei 1947)
La rilettura della locuzione, all’interno della enciclica Mediator Dei rappresenta una ulteriore fase di sviluppo, come risposta alla riscoperta della liturgia da parte del Movimento Liturgico. Ecco i due testi decisivi:
«L’efficacia, se si tratta del sacrificio eucaristico e dei sacramenti, proviene prima di tutto dall’azione (sacramentale) in se stessa (ex opere operato); se poi si considera anche la attività propria dell’immacolata sposa di Gesù Cristo con la quale essa orna di preghiere e di sacre cerimonie il sacrificio eucaristico e I sacramenti, o, se si tratta dei “sacramentali” e di altri riti istituiti dalla gerarchia ecclesiastica, allora l’efficacia deriva piuttosto dall’azione della chiesa (ex opere opetantis Ecclesiae), in quanto essa è santa e opera sempre in intima unione col suo Capo» (DH 3844).
Come è evidente, il testo offre una comprensione della tradizione sacramentale che richiede una integrazione: la sfera sacramentale, riletta con la domanda liturgica, si presenta come segnata da una relazione tra opus operatum et opus operans di nuova qualità e articolazione. D’altra parte, poco più avanti, lo stesso testo della Enciclica chiarisce ulteriormente come intende interpretare le due locuzioni:
«Perciò nella vita spirituale nessuna opposizione o ripugnanza può esservi tra l’azione divina, che infonde la grazia alle anime per continuare la nostra redenzione, e l’operosa collaborazione dell’uomo, che non deve render vano il dono di Dio; tra l’efficacia del rito esterno dei sacramenti che proviene dal compimento (sacramentale) dell’azione (ex opere operato)e il merito di chi li amministra o li riceve, che chiamiamo azione di chi opera (ex opere operantis» (DH 3846).
La correlazione originaria tra i corni della distinzione viene espressa con le parole con cui la tradizione ha interpretato se stessa, anche se la traccia della visione apologetica tridentina non è facile da cancellare. Così, anche in questo testo, continua ad emergere una sorta di strutturale esteriorità tra rito e fede: viene distinta profondamente la efficacia del rito esterno del sacramento dai meriti di chi li amministra o li riceve, così come resta in piedi la differenza tra “sacramento” e “sacramentale” come orizzonte di senso delle due locuzione. In questa divaricazione sta scritta, anche oggi, la difficoltà teologica di una tentazione dualistica. Rischiando di scivolare nella tentazione teologica e pastorale di riservare alla dogmatica il solo opus operatum e di affidare alla disciplina liturgica lo studio e la cura dell’ opus operans, il magistero sta cercando di rispondere ad una domanda nuova, sorta allora già da più di un secolo.
e. I molti significati e il rischio della unilateralità
Come abbiamo visto, in questa breve rassegna, la distinzione opus operatum/opus operans indica un campo di tensione tra:
– divino e umano
– santificazione e culto
– rito esterno e fede
– dono di grazia e compiti del soggetto
La polarizzazione non aiuta la comprensione del fenomeno. Questo vale anche per l’ultimo documento del Dicastero per la dottrina della fede, la Nota Gestis verbisque. Sulla validità dei sacramenti del 2 febbraio 2024.
Se la locuzione ex opere operato deve essere tradotta, oggi, con ex ordine celebrato, come suggerito da studiosi competenti (in particolare da A. Dal Maso, L’efficacia dei sacramenti e la «Performance» rituale. Ripensare l’«Ex opere operato» a partire dall’antropologia culturale, Padova, EMP, 1999), significherebbe che, qualora restiamo legati ad una mentalità formalistica, ci trovremmo di fronte al rischio di un nuovo eccesso. La locuzione, almeno da Trento in poi, ha voluto escludere una posizione unilaterale: ossia la riduzione alla “sola fide” della esperienza cristiana della salvezza. Come abbiamo visto, la formula nasce in correlazione non oppositiva con “ex opere operante”. Se oggi la interpretazione della formula, a causa del logoramento culturale delle categorie classiche, può significare che l’effetto è garantito dalla “sola formula”, essa raggiunge con ciò un effetto di irrimediabile distorsione. La formula deve ottenere una giusta attenzione, che però non può mai essere esclusiva. Se la tradizione cattolica, nel suo livello più alto di autorità, smarrisce le acquisizioni teologiche e pastorali degli ultimi 60 anni e perde la unità di santificazione e culto, di sacramento e uso, così come maturate dal Concilio Vaticano II, smarrisce il senso con cui la espressione ex opere operato è stata utilizzata dal Concilio di Trento. Proprio l’utilizzo che la Nota fa della locuzione tridentina lascia alquanto perplessi. Leggiamo infatti ai nn. 18-19 del testo:
«18. […] Materia, forma e intenzione sono tra loro intrinsecamente unite: esse si integrano nell’azione sacramentale in modo tale che l’intenzione divenga il principio unificante della materia e della forma, facendo di esse un segno sacro mediante il quale la grazia è conferita ex opere operato.
19. A differenza della materia e della forma, che rappresentano l’elemento sensibile e oggettivo del Sacramento, l’intenzione del ministro – insieme alla disposizione del ricevente – rappresenta il suo elemento interiore e soggettivo. Essa, tuttavia, tende per sua natura a manifestarsi anche esternamente attraverso l’osservanza del rito stabilito dalla Chiesa, cosicché la grave modifica degli elementi essenziali introduce anche il dubbio sulla reale intenzione del ministro, inficiando la validità del Sacramento celebrato. In linea di principio, infatti, l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa si esprime nell’utilizzo della materia e della forma che la Chiesa ha stabilito».
La sostanziale riduzione della intenzione del ministro a materia e forma (come uniche “spie ufficiali” della validità) appare una soluzione del tutto inadeguata, che tralascia totalmente gli altri “segni sensibili” della intenzione (non solo del ministro, ma della intera comunità celebrante) emergenti dall’intero quadro dei linguaggi verbali e non verbali che strutturano la azione rituale. Una visione essenzialistica della azione non fa altro che introdurre opposizioni, tra santificazione e culto, tra sacramento e uso, tra esterno e interno, che impediscono di dare una soluzione persuasiva alle questioni sollevate. Un difetto sistematico impone rimedi inadeguati.































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