Donne e uomini: il servizio nella liturgia
E’ appena uscito il libro con cui vengono pubblicati gli atti del Convegno APL tenutosi a Verona nel 2017, dedicato alla ministero liturgico declinato al maschile e al femminile. Pubblico qui di seguito parte della introduzione dei curatori (Andrea Grillo e Elena Massimi)
La sfida che il Convegno APL di Verona ha voluto accettare, e che la pubblicazione degli atti attesta con bella evidenza, può essere così formulata: nella articolazione della “ministerialità liturgica” si manifesta, simbolicamente, il percorso di riconsiderazione ministeriale ed ecclesiale, maturato nel cammino della cultura comune e della coscienza cristiana, durante gli ultimi 100 anni. In effetti il tema del “ministeri nella liturgia” si presterebbe facilmente, come molti altri temi liturgici, ad una trattazione altamente autoreferenziale: non raramente si fa oggetto di considerazione solo il quadro normativo-rubricale, o il fondamento teologico, o la prassi tradizionale e acquisita, e in tale ambito si inserisce anche il “dover essere” ministeriale. Si dà conto dell’essere in modo assai schematico, e si pretende di dedurne il “dover essere”. In tal modo si fatica a riconoscere non solo che il “sacerdozio comune”, e la qualità sacerdotale di tutta la comunità cristiana, introduce una variabile teologica che esige un ripensamento profondo e strutturale delle forme ministeriali, ma anche il fatto che la “pari dignità di uomo e donna”, come elaborazione culturale dell’ultimo secolo, ci consente oggi una ri-lettura della tradizione che conduce a conseguenze teoriche e a soluzioni pratiche assai nuove. Detto in altri termini, per intendere, nella Chiesa cristiana, la ecclesiologia e la antropologia ministeriale, occorre aprirsi ad un duplice confronto: in rapporto alle trasformazioni della cultura ecclesiale, nella misura in cui essa recepisce il “sacerdozio comune” come orizzonte complessivo di ogni ministerialità, e in rapporto alle trasformazioni della cultura comune, che ha profondamente ripensato la differenza tra maschio e femmina secondo ideali di parità e di eguaglianza, prima quasi del tutto sconosciuti.
Nel definire, e nel consentire, il ruolo delle “chierichette”, nel pensare la titolarità del “prender parola” in assemblea, nel considerare la ipotesi di “ordinazioni” (anche solo diaconali) di soggetti battezzati di sesso femminile – per fare solo alcuni esempi – si rende necessaria la considerazione di un “doppio fronte” della questione, che potremmo definire “intrateologico” ed “extrateologico” – il primo come frutto di una elaborazione squisitamente teologica di recupero della dignità battesimale e liturgica di tutti i membri del popolo di Dio, il secondo come frutto di una elaborazione autenticamente culturale, civile, politica, da cui la Chiesa ha avuto da imparare qualcosa di decisivo. Questo approccio complesso attraversa le pagine di tutto il volume e ne segnala la pertinenza e la attualità.
In effetti, una domanda veramente radicale sul “servizio liturgico” mette in gioco, contemporaneamente, le categoria teologiche e quelle antropologiche. E verifica, con molta facilità, se la teologia è davvero all’altezza della sfida che le giunge dalla storia. Sulla base di categorie che provengono da un passato non sempre convincente e spesso ridotto e rinsecchito dalla retroproiezione su di esso dei nostri pregiudizi più radicati, immaginare che l’assetto delle relazione tra maschio e femmina, nel ministero come nella vita, possa essere dedotto da principi generali di antrpologia (creaturali o naturali) svincolati dallo sviluppo storico e capaci di imporsi, sic et simpliciter, ad ogni epoca, costituisce una di quelle “sviste” di fondo che possono trovare accoglienza e benevolenza anche nelle teologie apparentemente più solide. Le quali, proprio in questo loro dettaglio tutt’altro che accidentale, mostrano facilmente la loro debolezza e la loro inaffidabilità di teologie dal fiato troppo corto e troppo autoreferenziale.
La parità tra maschio e femmina, nella loro differenza, si presenta, infatti, come un “topos” del moderno. E come tale ha suscitato, fin dall’inizio, come tutte le cose moderne, un forte sospetto nella cultura intraecclesiale. Anche il cammino di evoluzione della società, con la lenta trasformazione del profilo antropologico, sociale, psicologico e giuridico delle donne, ha visto quasi sempre la Chiesa cattolica su posizioni almeno di retroguardia, se non si aperta opposizione. Questa storia, che ha riguardato la Chiesa per almeno un secolo fino agli anni 60 del XX secolo, continua a pesare sugli atteggiamenti, sulle forme di pensiero, sulle precomprensioni, da cui traspare mancanza di libertà e talora meschinità. Tutto questo, in qualche modo, si fa simbolo e canone proprio sul piano della azione rituale, che resta pur sempre “fonte e culmine” di ogni agire ecclesiale, tanto di ogni prassi guidata dalla coscienza illuminata dalle nuove acquisizioni teologiche e antropologiche, quanto di ogni sorda inerzia che continua a identificare ingenuamente il vangelo col pregiudizio clericale e maschile e con la società chiusa e strutturalmente discriminante.
Il respiro che sale da queste pagine è quello di un grande travaglio. Sta nascendo qualcosa di profondamente nuovo. Le cui radici possiamo in qualche modo trovare anche nel passato, ma la cui figura non può essere in nessun modo dedotta da quel passato. Nel campo aperto di questa nuova lettura teologica e culturale, i singoli contributi di questo volume hanno messo in luce, via via, diversi aspetti qualificanti, che mi sembra possano essere ricondotti a tre. Essi costituiscono quasi un triangolo di fondo, ma ognuno dei vertici influenza gli altri e dagli altri è condizionato:
a) ministero e mediazione liturgica: ogni singola determinazione dei ministri, sul piano delle parole e dei silenzi, delle azioni e delle passioni, delle funzioni e delle rappresentazioni, delle presenze e delle assenze, del movimento o della stasi, dice qualcosa di fondamentale su Cristo e sulla Chiesa. Ne è mediazione simbolico-rituale, con una sua visibilità e una sua “differenza” rispetto al Signore che viene e rispetto alla assemblea radunata nel suo nome.
b) ministero e mediazione ecclesiale: la articolazione della Chiesa, in tutta la sua realtà di discepolato, di annuncio, di testimonianza, di preghiera, trova nella “forma rituale” la sua espressione e la sua esperienza. Così può accadere che dalla vita di carità si assuma un ruolo rituale e che viceversa, dalla funzione liturgica derivi un ruolo di annuncio. Questo interscambio è strutturale e vitale. Così una “catechesi” prevalentemente femminile non può non avere una sua visibilità rituale. E un servizio femminile della parola non può non farsi ministero ecclesiale tout court. Anche un “piede di donna”, denudato, lavato e baciato nella lavanda del giovedì santo, non cambia solo la liturgia, ma la Chiesa e la cultura ecclesiale tutta.
c) ministero e mediazione cristologica: infine, ma dovremmo dire anzitutto, la “mediazione liturgica di Cristo”, fondata su una esperienza ecclesiale plenaria, non può essere bloccata da modalità ristrette di pensare il profeta, il sacerdote e il re semplicemente con la categoria grammaticale del “numero singolare, genere maschile”. La singolarità di Cristo esige una mediazione articolata e differenziata, che assuma la differenza come qualità irrinunciabile della singolarità. La applicazione rozza della mediazione simbolica ha segnato, pesantemente, la nostra cristologia liturgica. Anche qui, il gesto e il testo, la figura e la realtà, possono corrispondersi in modo più profondo, meno immediato, più differenziato.
La “riduzione allo stato laicale” è una classica minaccia/sanzione per la ministerialità del chierico maschio. Ma la “riduzione allo stato laicale femminile” è una sorta di maledizione inespressa e originaria di tutta la “macchina ministeriale” degli ultimi due secoli. Non ha bisogno di essere mai “comminata”, perché rischia di essere l’orizzonte implicito (e per alcuni ancora pacifico) di ogni ministero. La aggiunta, nell’elenco dei reati di competenza del Tribunale della Penitenzieria Apostolica – accanto alla “Profanazione delle Specie eucaristiche” e alla “Aggressione fisica alla persona del Romano Pontefice” – della “Attentata ordinazione di donna” (con un ampliamento che è avvenuta solo nel 2001!), la dice lunga sulla profonda incomprensione istituzionale e ministeriale della questione femminile, spesso ridotta a questione disciplinare, alla logica dell’abuso, e cui spesso fa eco una teologia tanto compiacente quanto vuota. Nei singoli contributi di questo volume si prende una strada decisamente diversa: niente affatto facile, non sempre lineare, ma forse, proprio per questo, non inutile ed anzi del tutto urgente.
Credo che la “questione” della donna, del suo ruolo, nella liturgia della Chesa cattolica avrà difficile soluzione. L’ equiparazione della donna all’uomo la vedo pressoché impossibile. Per motivi, bisogna dirlo chiaramente, originati dalla fisiologia femminile, che hanno avuto conseguenze dirompenti anche nella stesura millenaria delle scritture sacre. E non sono stati ancora superati, purtroppo.
La donna è stata sempre vista “seconda” rispetto al maschio, e solo da poco, e con molta fatica, sta recuperando lentissimamente una posizione di parità. Non è un caso che Eva sia stata creata dopo Adamo, e da allora nella mentalità e nell’immaginifico cristiano-cattolico la donna è stata vista sempre subalterna all’uomo; anche quando certe vicende umane hanno visto primeggiare, a buon diritto, le donne.
Tutto ciò nella cultura ebraica e cristiano-cattolica. Credo che nella Scrittura ebraica, da cui deriva strettamente la nostra cristiana, la secondarietà della donna sia collegata al sangue che mensilmente ne segna la femminilità e che è stato sempre considerato dagli Ebrei come indelebile segno di impurità. E i cristiani ne hanno adottato il simbolismo negativo nonostante la particolare vicinanza e l’amicalità di Gesù con le donne.
In altre culture è stato diverso. Ci sono state culture matriarcali, e forse ancora qualcuna c’è, in cui la donna veniva considerata la guida dell’intera comunità in ogni ambito, dunque superiore all’uomo.
Nella nostra realtà umana e religiosa, il cambiamento è incominciato da quando si è proposta, opportunamente (finalmente!), una diversa visione di Dio nella sua dualità maschile e femminile: Dio nel suo puro Spirito è Padre e Madre. Ma anche nell’essere umano, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, c’è il maschile e il femminile. Ormai lo si è compreso bene questo. Tuttavia c’è una lunga strada da percorrere perché si imprima bene nella mente tale non illogica realtà.
Resta il fatto che nella ritualità sacrale della nostra religione la donna difficilmente accederà al sacerdozio.
Sarebbe davvero gran cosa che si arrivasse alla celebrazione della Messa da parte di un uomo e di una donna insieme.