Diritti dei soggetti e tradizione ecclesiale: una legge e la vita cristiana


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Come ha detto uno dei “santi” del XX secolo: “Spesso la cosa migliore che possiamo fare di un diritto è quella di rinunciarvi” (D. Bonhoeffer). Ma qui sta il punto: la “rinuncia al diritto” può accadere soltanto nell’orizzonte di un atto di “riconoscimento del diritto”. La questione oggi in ballo, nelle contrapposizioni tra fautori e detrattori della “legge Cirinnà”, sta proprio nella accettazione di una società aperta – cosa difficile soprattutto per i detrattori – ma anche nella rinuncia a leggere le posizioni dell’altro solo “pedagogicamente” – ossia attribuendo ai primi la “distruzione della società” e ai secondi la “omofobia”. In fondo proprio da questa contrapposizione “morale” – secondo la quale in una legge si decide il destino di un popolo e della umanità intera – sta il punto debole da smascherare.

Provo soltanto a presentare due argomenti, per tentare di contribuire a stemperare il clima:

a) Per i fautori della legge – che non è solo frutto di “lobby”, ma di reali esigenze sociali – occorre maturare una serenità superiore, che sappia evitare di qualificare ogni posizione critica come caratterizzata da “omofobia”. Vi è, sotto questa impostazione, una distorsione “logica”. La accusa di “omofobia” non può mai essere sovrapposta ad ogni espressione, legittima e tradizionale, di “eterofilia”. Non è affatto vero che chi proclama legittimamente di “amare l’altro” debba essere sospettato di “aver paura del medesimo”. E’ vero che la lunga e forte tradizione “eterofila” ha avuto le sue belle colpe nell’aver demonizzato ogni “omofilia”, senza capire, senza ascoltare, solo per paura e per pregiudizio. Ma non è colpevolizzando pedagogicamente ogni “altro” che la “omofilia” possa essere difesa davvero, resa pienamente concepibile e accolta socialmente.

b) Per i detrattori della legge, è necessario riflettere sulla inevitabile coincidenza di una chiusura ai diritti con le tante chiusure che storicamente hanno caratterizzato la reazione ottocentesca e novecentesca del cattolicesimo al mondo moderno. Un lungo elenco di “negazioni” la accompagna: nessun diritto alla eguaglianza, al treno, alla luce elettrica, alla vita notturna, al voto alle donne, allo sport femminile, al cinema, al trapianto cardiaco…come non vedere, in queste posizioni, una scarsa lungimiranza? Non sarebbe molto più saggio fare propri “alcuni diritti fondamentali” – senza ricorrere a negazioni massimalistiche – per poter poi più autorevolmente far pesare le perplessità sulla semplicistica identificazione tra “alcuni diritti” e “tutti i diritti”? Perché si preferisce ancora oggi evocare l’immaginario (materiale, fisico e unidirezionale) del “piano inclinato” piuttosto che quello (spirituale, relazionale e bidirezionale) della “progressiva comprensione”?

Siamo di fronte ad un passaggio importante. E’ inevitabile che la posta in gioco sia percepita come assai alta. Al centro, tuttavia, non deve esserci un “disegno di potere”, né una battaglia morale. Al centro sta una nobile mediazione politica tra interessi, diritti, doveri e doni. Una vera comprensione del mistero di Cristo, capace di riconoscere la complessa composizione di diversi livelli della esperienza sarà in grado di non avere speranza soltanto in una “proposta massimalista”, solo pedagogica, e pertanto impolitica, della legge. Questo vale per entrambi i fronti: sia per i fautori che per i detrattori.

Nella società aperta le forme dell’amore non si lasciano definire a priori. Natura, cultura e fede collaborano in modo sorprendente e non prevedibile. E noi dovremmo sapere bene che la soluzione per incontrare il “lebbroso” non è anzitutto quella di confermare la legge della emarginazione sociale. E dovremmo ricordare che non è affatto detto che non sia proprio un “samaritano” ad insegnare a tutti nel modo più impressionante che cosa significa farsi prossimi. Una Chiesa matura torna ad avere fiducia nella politica, ossia in una presa in carico del “contingente”, di ciò che “potrebbe essere diversamente” e che va pertanto maneggiato in modo non rigido e non drastico, dotandosi soprattutto di tatto sopraffino. Ma per riuscire ad avere fiducia nella politica la comunità ecclesiale – non solo nei suoi vertici – deve spogliarsi in primo luogo di una concezione solo pedagogica della legge. E tutti, alla fine, potremo e forse dovremo saper “rinunciare al diritto”, quando saremo in una comunità che si sarà data tutte le risorse – morali e legali – per poterlo riconoscere.

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