Balthasar e il fascino di principi senza storia. Riflessioni su una Appendice del Rapporto del Gruppo di studio 5 (di Linda Pocher)


 

Ricevo dalla prof. Linda Pocher questo commento al Rapporto del Gruppo di studio n.5. La ringrazio per il contributo al dibattito sul tema della partecipazione delle donne al governo della Chiesa, che richiede oggi chiarezza e coraggio.(ag)

 

Balthasar e il fascino di principi senza storia

Riflessioni su una Appendice del Rapporto del Gruppo di studio 5

di Linda Pocher

 

Ci sono autori che non si riescono ad abbandonare facilmente. Tra questi c’è certamente Hans Urs von Balthasar. L’appendice a lui dedicata nel documento del Gruppo di studio 5 offre l’occasione per una domanda semplice e insieme scomoda: perché non riusciamo a lasciarlo andare? E, inoltre, perché dovremmo imparare a farlo?

La difficoltà è comprensibile. Il pensiero di Balthasar possiede una forza sistematica rara nella teologia contemporanea. Il suo impianto, debitore in parte della grande architettura speculativa di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, ha qualcosa di irresistibile: ogni elemento trova il suo posto, ogni tensione sembra ricomporsi in una figura armonica. I famosi “principi” – mariano e petrino – hanno proprio questa forma: sono puliti, logici, quasi deduttivi. Ordinano la Chiesa secondo una polarità elegante e convincente. Inoltre, la sensibilità fenomenologica di Balthasar fa sì che questi principi non appaiano come costruzioni astratte, ma come realtà ricavate dalla comunità originaria di Gesù e dei suoi discepoli. Così il sistema acquista un’aura di evidenza storica: sembra semplicemente descrivere ciò che è stato fin dall’inizio. Non stupisce che questo quadro abbia esercitato un grande fascino. Pacifica la coscienza, offre ordine, possiede perfino una notevole forza estetica.

Eppure proprio qui si apre il problema. Quell’ordine così composto è ottenuto a prezzo di un certo oblio della storia e della cultura. La realtà concreta della Chiesa – con la sua pluralità di soggetti, ministeri, forme di vita – fatica a rientrare dentro una polarità così netta. A farne le spese non sono solo le donne. In realtà, a rimanere senza posto sono soprattutto i laici, uomini e donne insieme. Dove collocarli? Non nel principio petrino, che riguarda il ministero; non nel principio mariano, che assume una figura simbolica femminile. A meno di dire che tutti possediamo entrambe le dimensioni. Ma allora l’intero tentativo di ordinare la comunità ecclesiale secondo quella distinzione perde consistenza. E per capire quanto Balthasar intendesse difendere una collocazione tradizionale delle donne e dei laici basta rileggere alcune sue pagine sulle rivendicazioni femministe o anche, più modestamente, sul desiderio dei laici di studiare teologia: pagine che oggi suonano sorprendentemente dure.

L’appendice del documento pubblicato dal Gruppo 5 mostra inoltre la continuità del magistero degli ultimi sessant’anni su questi temi. Sessant’anni non sono molti nella storia bimillenaria della Chiesa, ma sono sufficienti per far emergere un movimento reale. In questo contesto, forse dovrebbe almeno affiorare un dubbio: che una parte della fortuna teologica di Balthasar sia stata legata anche alla necessità di rispondere – o di difendersi – dalle richieste delle donne nella Chiesa. È un sospetto che chi fa teologia come scienza, e non soltanto come apologia, non dovrebbe avere paura di considerare.

Del resto non sarebbe la prima volta che, passata una tempesta ecclesiale, certi argomenti semplicemente perdono centralità. La storia della teologia conosce molti esempi: basti pensare a quanto a lungo si è resistito all’approccio storico-critico prima di riconoscerne il valore.

Non si tratta, dunque, di disprezzare Balthasar, né tantomeno di mettere in discussione i papi che hanno apprezzato e utilizzato il suo pensiero. Si tratta piuttosto di esercitare quel discernimento che la tradizione cristiana ha sempre praticato: riconoscere il momento in cui un sistema ha dato ciò che poteva dare e diventa necessario prenderne congedo. Anche così cresce la comprensione del mistero rivelato in Cristo, attraverso un dialogo continuo e un continuo superamento tra l’esperienza dei credenti, la riflessione dei teologi e il magistero dei pastori (cf Dei Verbum 8).

D’altra parte, il documento del Gruppo di studio 5 riconosce con chiarezza che la questione oggi sollevata dalla presenza delle donne nella Chiesa è in larga misura culturale. Sarebbe un grave fraintendimento pensare che questo ne riduca l’importanza teologica. Si sottolinea, piuttosto, che il nodo più profondo si gioca sulle abitudini, sui simboli, sulle relazioni e sulle strutture della vita ecclesiale in cui siamo immersi.

La novità, di questa affermazione, non è di poco conto. Non è da molto, infatti, che la comunità ecclesiale – soprattutto nella sua componente intellettuale – ha iniziato a prendere coscienza, come afferma Papa Francesco in Evangelii Gaudium, che «la grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» (Evangelii Gaudium 115). La fede, cioè, non si impone dall’alto, ma germoglia nella cultura, grazie all’azione dello Spirito che da sempre opera in essa lasciando cadere ovunque i “semi del Verbo”. Precedendo così l’annuncio, lo Spirito lo rende efficace ed accompagna inoltre il processo che ne segue: la cultura viene purifica e, insieme, l’annuncio del Vangelo si arricchisce della bellezza e dei colori propri di ogni cultura.

Se è vero, come osserva il documento del Gruppo 5, che il grande rivolgimento culturale che ha permesso nel XX secolo l’ingresso delle donne nella vita pubblica e sociale dei paesi di più antica tradizione cristiana costituisce un segno dei tempi, allora diventa necessario che la Chiesa accolga questo dato e si faccia carico delle trasformazioni strutturali che ne derivano. Il punto teologico della questione, pertanto, non risiede principalmente nel facilitare od ostacolare una nuova distribuzione dei ruoli tra uomini e donne nella Chiesa, ma nella ripresa di quello sforzo di inculturazione del vangelo che forse in occidente si era pensato di aver concluso e che invece resta sempre necessario: un movimento a doppia direzione, capace di purificare la cultura alla luce del Vangelo e, insieme, di arricchire l’annuncio Vangelo di nuove sfumature e sensibilità.

Ed è esattamente questo, a mio avviso, ciò che rende oggi auspicabile il superamento dell’ecclesiologia dei principi di Balthasar: il fatto che il suo pensiero non conosce il tema della cultura e dell’inculturazione come lo intendiamo oggi, né quando si tratta dell’ermeneutica biblica, né tanto meno quando volge l’attenzione alla realtà ecclesiale.

Ciò nonostante, Balthasar resterà una tappa importante, imprescindibile, nella storia della Chiesa e del pensiero teologico. Forse proprio come ciò che, in termini hegeliani, potremmo chiamare il momento dell’antitesi: una figura potente, capace di mettere in luce una tensione decisiva. Ma ogni antitesi prepara una sintesi nuova. E se il tempo che stiamo vivendo fosse proprio quello in cui questa sintesi inizia ad essere pensata?

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