Analogie della tradizione


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Analogie della tradizione:

come uscire dalla opposizione tra giustizia e misericordia?

Uno degli aspetti più deludenti della Prima Relazione del Card. Erdo – che lunedì 4 ottobre ha aperto con una “stecca” la sinfonia dei lavori sinodali – era stato il vano tentativo di proporre un disperato “compromesso” tra una giustizia cieca e una misericordia paternalistica. Questo equilibrio, tuttavia, costituisce un punto obiettivamente problematico, quando il concetto di “tradizione” viene compreso in modo semplicistico e con strumenti inadeguati.

In effetti, se ogni “mutamento disciplinare” viene inteso come “tradimento della dottrina tradizionale”, allora è evidente che ci si pone inevitabilmente in una condizione senza vie di uscita. Per uscirne in qualche modo, si può essere tentati di attribuire alla stessa “rivelazione” questa intenzione aporetica: la Chiesa non potrebbe decidere nulla in proposito perché questa sarebbe la volontà stessa di Dio!

Questi esiti paradossali – che giustificherebbero la coincidenza tra “un peccato di omissione” e “la dottrina intoccabile – derivano da una debolezza sconfortante del concetto di tradizione. Con essa non si identifica una “dottrina astratta”, ma la concreta traduzione della dottrina in una disciplina adeguata. Ogni tempo ha avuto il coraggio di questo difficile passaggi. Nella età antica, nell’età medioevale e nell’età moderna si sono costruiti equilibri nuovi tra le esigenze della dottrina e le traduzioni della disciplina. E ogni volta lo si è fatto con concetti, con linguaggi e con relazioni diverse, secondo le sensibilità culturali, le esigenze sociali e le possibilità realistiche del tempo. Non è affatto vero che il difetto attuale sia un “cedimento della teologia alla sociologia”, come sostengono anche alcuni padri sinodali. E’ vero piuttosto il contrario: sono le epoche passate ad aver saputo tener conto dei fattori culturali, sociali, economici e personali. Oggi facciamo più fatica a farlo e siamo tentati di identificare la “visione teologica” con una visione astratta.

Cionondimeno, è giustificato chiedersi: con quali criteri possiamo “tradurre” la tradizione? In effetti, ogni atto di traduzione deve tener conto di due continuità diverse: quello con la fonte e quello con il lettore. Per tradurre bene la tradizione, dobbiamo tener conto di entrambi questi “corni” della questione. Oggi questo appare particolarmente importante, per rassicurare tutti gli interlocutori in una materia tanto sensibile e tanto delicata.

Ora, per procedere nel contesto del “matrimonio” ad assicurare una possibilità di giustificazione delle “seconde nozze” – uscendo però dalla “antitesi tra giustizia e misericordia” e rinunciando alla unicità della “dichiarazione di nullità” – si potrebbe procedere mediante alcune “analogie”, ossia similitudini e differenze, da istituirsi con la tradizione del “nostro” passato dimenticato o con quelle di “altri” contesti ecclesiali, da noi meno conosciuti. In altri termini, sarebbe possibile assumere le nostre prassi “antiche” o quelle “delle altre esperienze ecclesiali” come modelli – non assoluti, ma significativi – per ipotizzare soluzioni adeguate, che rispettino la “logica tradizionale” pur offrendo soluzioni inedite e originali. Ciò ovviamente può accadere solo se si evita di identificare la dottrina con una disciplina, alla scuola del “principio pastorale” ufficialmente introdotto dal Concilio Vaticano II nella comprensione cattolica della tradizione.

Qui vorrei soffermarmi soltanto su due “analogie” emerse nel dibattito degli ultimi mesi: si tratta di due analogie diverse: una analogia occidentale e una analogia orientale hanno già attirato la attenzione degli osservatori. Proviamo a considerarle schematicamente:

analogia occidentale: la indissolubilità della “società naturale” e la rilettura del rapporto adulterio/divorzio in contesto postmoderno

– analogia orientale: la morte del coniuge, la morte del vincolo e le seconde nozze

Ognuna di queste “analogie”, onorando la tradizione, permette di configurare una concreta forma di superamento della antitesi tra giustizia e misericordia. Vediamo brevemente come procedono.

a) Analogia occidentale: la indissolubilità del “convivere” e la “persistenza ostinata nel peccato grave” (CjC 915)

La prima attivazione del “pensiero analogico” avviene da parte di un Vescovo francese, domenicano, che è pastore in Algeria, nella Diocesi di Oran. Mons. J.-P. Vesco procede nel suo “ripensamento” in due direzioni apparentemente antitetiche: da un lato ampliando il concetti di “indissolubilità” e dall’altro restringendo gli effetti del “reato di adulterio”. Sul primo piano l’analogia è condotta rispetto al pensiero classico medievale, che ha elaborato il concetto di “indissolubilità” non riferendosi né al “sacramento” né al “contratto civile”, ma in rapporto alla “società naturale”, ossia a quella che oggi chiamiamo “convivenza”. E’ la convivenza ad essere indissolubile. Questo comporta un avanzamento della coscienza ecclesiale, perché solleva la questione: dove vi è “nuova convivenza”, in una seconda unione, e questa è piena e fedele, come si può chiedere ai soggetti di “venire meno” alla nuova indissolubiltà, scaturita dal “vero amore” che sperimentano?

Ovviamente, accanto a ciò, Mons. Vesco elabora una nuova interpretazione del canone 915 del CjC, che prevede appunto la impossibilità di riconciliare i battezzati che vivano “nella persistenza ostinata della condizione di peccato grave”. I divorziati risposati possono essere assimilati a questa condizione? Vesco suggerisce di utilizzare una diversa categoria, assumendola dalla tradizione giuridica. L’adulterio può essere compreso come “reato istantaneo” e non come “reato permanente”: questo permetterebbe di considerare i divorziati risposati eventualmente come “ex adulteri”, ora legati in comunione con una seconda persona. La loro esperienza, segnata dal peccato, potrebbe così ritrovare la comunione, la vita in Cristo, nonostante le ferite e le fatiche del passato e anche del presente. Vesco aggiunge, in modo assai lucido, che i “divorziati non risposati” non devono essere considerati necessariamente “migliori” di quelli risposati, visto che la assenza di una “seconda unione” può essere determinata non solo dalla fede, ma anche dalla diffidenza.

La “analogia occidentale” ripesca dunque due concetti preziosi e poco riflettuti, per poter unire giustizia e misericordia, tenendo conto dei mutamenti personali, sociali e culturali del mondo tardo-moderno. E per uscire da una “tradizione ecclesiale” che, configurando da qualche decennio soluzioni non adeguate, non appare più “sana” e ha urgente bisogno di conversione e di “traduzione”. La Chiesa può imparare qualcosa di prezioso dalle famiglie ferite o allargate.

b) Analogia orientale: la somiglianza tra morte fisica e morte morale in Oriente e Occidente

Con altra analogia, una soluzione diversa propone di guardare non alla tradizione occidentale, da riscoprire in aspetti dimenticati o poco considerati, ma alla tradizione orientale, per la attenzione che ha riservato alle dinamiche di costatazione del “fallimento” del vincolo matrimoniale. L’Oriente conosce “seconde nozze” come “nuovo vincolo”, mentre l’occidente riconosce solo “prime nozze”. Per riconoscere le “seconde”, deve costatare – più o meno linearmente – che le “prime” non siano mai esistite. Di qui scaturisce una nuova e urgente necessità: non dover più ricorrere ad una “inflazione di finzioni” solo per onorare non la “dottrina del matrimonio indissolubile”, ma la forma particolare della sua “disciplina giuridica di origine medioevale”. Di qui l’idea, tutt’altro che azzardata – nonostante il semplicistico giudizio espresso dal Card. Erdo nella sua infelice prima Relazione – di proporre una “lettura analogica” di questa prassi orientale, da istituire per la tradizione occidentale.

Basilio Petrà, che da molti anni ha assunto questa prospettiva analogica, conducendola con grande rigore e con profonda coscienza delle differenze tra Oriente e Occidente, di recente ha riproposto questa “analogia” secondo una modalità “calibrata” secondo la tradizione occidentale. In particolare, mi sembra di rilievo il suggerimento di “investire” i soggetti delegati del Vescovo, secondo la nuova riforma delle procedure introdotta dal MP Mitis Iudex, di una competenza non solo sulla “nullità”, ma anche sul “fallimento” del vincolo (cfr. Indice del Sinodo del 1 ottobre 2015, http://www.ilregno-blog.blogspot.it/2015/10/e-possibile-uneconomia-cattolica-per-i.html) sia molto lungimirante.

Può essere utile considerare come questa “analogia orientale” si possa combinare con la “analogia occidentale”: in entrambi i casi la novità, introdotta mediante la “traduzione della tradizione” mediante la analogia, si presenta come il superamento di una rigida opposizione tra “motivi soggettivi” e “logiche oggettive”. Introduce modalità significative per valutare le “logiche intersoggettive” che la Chiesa deve oggi onorare con nuova lucidità.

Come scrive Petrà, “la Chiesa cattolica potrebbe per economia considerare l’interruzione causata dall’irreversibile frattura esistenziale e relazionale tra i coniugi come equivalente all’interruzione determinata dalla morte fisica di un coniuge applicando ad essi una modalità di trattamento simile. Dovrebbe esserci però una differenza: tale economia andrebbe attuata entro un percorso di conversione e di accompagnamento pastorale delle persone che vengono dal fallimento coniugale, un percorso non uniforme ma modulato sulle storie personali e di coppia.”

Questa proposta ha il merito di formulare una “analogia” tra sistemi diversi, tenendo conto delle simiglianze e delle differenze tra mondi: “Si tratterebbe di vera economia, di un’economia vera e “cattolica”, del tutto compatibile con la teologia, la prassi e la storia cattoliche”.

Le strade della mediazione analogica della tradizione, proposte da Vesco e da Petrà, pur nella loro differenza di fonti e di argomentazioni, si somigliano tra loro e possono integrarsi in un punto essenziale: assumono la dottrina sul matrimonio non come un “monolite”, ma come una preziosa testimonianza, che può restare tale solo mediante una vigorosa opera di traduzione. Chi pensa che la tradizione possa vivere “senza traduzioni”, spesso finisce per servirsene soltanto come una “corazza” o come un’”arma”. Non di rado, infatti, la ripetizione della tradizione “senza traduzioni” consente alla “istituzione” di salvaguardare solo se stessa e non coloro al servizio dei quali dovrebbe riconoscersi chiamata. Per una “Chiesa in uscita” questo stile difensivo, autoreferenziale e apologetico non solo è poco utile, ma risulta anche del tutto controproducente.   

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