A volte ritornano. A proposito della lettera del Presidente della II Commissione sul diaconato e le donne (di Linda Pocher)
Ricevo da Linda Pocher, collega teologa e cara amica, questa riflessione accorata sulla Lettera pubblicata ieri, che presenta le conclusioni del lavoro della II Commissione Pontificia sull’accesso delle donne al diaconato. La ringrazio e condivido volentieri e con grande sintonia il suo pensiero. (ag)
Ci sono idee che ritornano ciclicamente, come certe stagioni. Le si crede archiviate, superate dal cammino sinodale della Chiesa, e invece eccole di nuovo affacciarsi nei testi ufficiali. Anche se il numero 60 del Documento finale del Sinodo sulla sinodalità sembrava aver superato la logica e il linguaggio del “genio femminile” e del “principio mariano”, negli ultimi mesi, leggendo la relazione intermedia del gruppo 5, il documento Mater Populi Fidelis e la lettera del gruppo di studio sul diaconato, abbiamo assistito al ritornare insidioso di quello stesso schema teologico, che ormai conosciamo bene. Nella relazione intermedia del gruppo 5 si accenna non solo ai limiti, ma anche all’attualità di tale pensiero. In Mater Populi Fidelis, il riferimento è più sottile, ma presente quando si accenna alla mediazione sacerdotale di Cristo e materna di Maria. Nella lettera sul diaconato, l’insistenza sulla maschilità di Cristo è chiaramente di derivazione balthasariana, così come l’invito ad approfondire il principio mariano. Si tratta certamente di un grande quadro concettuale, elaborato da un grande teologo del XX secolo, che però – così come oggi viene presentato – appare incapace di accompagnare davvero l’ascolto della vita concreta delle donne nella Chiesa.
Il problema, però, non è Balthasar. Il problema è l’uso strumentale e difensivo che spesso si fa della sua teologia. Come se quel quadro, nato in un contesto culturale preciso, potesse oggi essere riproposto senza domande, senza aggiornamenti, quasi come un argine da opporre ai processi sinodali. Nei documenti recenti, infatti, il principio mariano-petrino ricompare come un modo elegante di salvaguardare, con linguaggio alto, ciò che si ritiene “prezioso”: la riserva maschile del ministero ordinato. Ma quando un concetto viene evocato solo per difendere lo status quo, diventa fragile. E rivela la fatica di trovare nuovi argomenti per affrontare questioni pastorali e teologiche che interpellano davvero l’intero popolo di Dio.
Ciò che più di tutto stupisce, e ferisce, è l’incapacità d’ascolto. Da anni molte donne – teologhe, consacrate, laiche impegnate, formatrici – dicono con chiarezza: «Questo modo di parlare di noi non ci rispecchia. Ci ferisce. Non descrive la nostra esperienza di fede né la nostra soggettività ecclesiale» In una relazione sana, equilibrata, non tossica, quando uno dei partner dice all’altro: «Questo tuo modo di parlare mi fa male», l’altro ascolta. Non perché abbia torto o debba rinnegare tutto, ma perché ama abbastanza da cercare altri modi, altri linguaggi, altre vie per incontrare davvero l’altro.
Nelle relazioni tossiche, invece, il messaggio viene ignorato. Si risponde che l’altro non capisce, che è ipersensibile, che le categorie sono quelle e non se ne può fare a meno. Si usa la posizione di forza per mantenere invariato ciò che non si vuole mettere in discussione. Quando accade anche nella Chiesa, è un segnale preoccupante: significa che l’asimmetria di potere viene mantenuta e giustificata teologicamente, anziché essere convertita in uno spazio di comunione reale.
Non si tratta di rifiutare la teologia di Balthasar – che rimane, e rimarrà, una delle voci più profonde e creative del Novecento. Si tratta di non usarla come un tappo d’argento per le orecchie: raffinato e prezioso, rimane un tappo, un dispositivo che chiude e impedendo l’ascoltare, taglia fuori dalla relazione con l’altro. Paradossalmente, in Balthasar si trova anche un forte richiamo all’apertura al soffio dello Spirito, nella consapevolezza che ogni forma ecclesiale deve rimanere aperta alle sue sorprese, capace di riconoscere i “segni” che Dio semina attraverso la storia. Oggi uno di questi segni è la voce delle donne che chiedono, prima e al di là dell’accesso all’ordinazione, il riconoscimento e il rispetto della loro sensibilità: come soggetti sociali, teologici e spirituali maturi, non come simboli o funzioni all’interno di uno schema che molte non riconoscono come proprio.
“A volte ritornano”, sì. E ogni volta, ogni ritorno è una nuova occasione per accorgersi che certi concetti hanno fatto il loro tempo e che hanno bisogno di essere purificati, ripensati, ricollocati. Se l’occasione è ignorata, il ritorno diventa ostacolo. Ma se il ritorno si trasforma in cammino nuovo, allora, nonostante tutto, può ancora fare del bene.
Il Sinodo ci invita a una conversione relazionale prima che dottrinale: imparare a riconoscere quale linguaggio costruisce comunione e quale invece ferisce; quale teologia apre e quale chiude; quale immaginario sostiene il protagonismo di tutti i battezzati e quale perpetua l’esclusione. Il futuro non si costruisce difendendo posizioni, ma cercando insieme – donne e uomini – le parole che oggi possono custodire davvero ciò che è prezioso: non una “riserva”, ma il Vangelo.
Linda Pocher fma































Area personale











La Chiesa contemporanea sembra avere l’ossessione dello sguardo retrospettivo. Ogni possibile cambiamento deve fare i conti col passato, sennò, non si può fare. Come se un adulto per crescere dovesse necessariamente tornare nel ventre della madre. Non sono teologo, ma da giurista posso dire che il tema andrebbe affrontato domandandosi come superare una evidente discriminazione di genere. Esiste una regola che contraddice il principio di uguaglianza: va cambiata. Come? La discussione dovrebbe partire da qui.
Condivido le osservazioni presenti nell’ articolo.
I totally agree with the article’s view that the Commission synthesis is the product of a toxic relationship :
“What is most surprising, and hurtful, is the inability to listen. For years, many women—theologians, consecrated women, committed lay women, and educators—have been saying clearly: “This way of speaking about ourselves doesn’t reflect who we are. It hurts us. It doesn’t describe our experience of faith or our ecclesial subjectivity.” In a healthy, balanced, non-toxic relationship, when one partner says to the other, “This way of speaking hurts me ,” the other listens. Not because they’re wrong or have to deny everything, but because they love enough to seek other ways, other languages, other paths to truly encounter the other.”
I have described in depth my experience of this toxic relationship at the heart of the church in my memoir A Divine Calling – One Woman’s Life-Long Battle for Equality in the Catholic Church (The Liffey Press 2025).
Within that toxic power relationship spiritual abuse of women is normalised and on-going.
It needs to be clearly exposed and acknowledged as abusive .
There are no good fruit from a toxic power relationship : only the deadly misery of abuse and a complete betrayal of the Gospel.