Primum: leggere bene quello che si vuole contestare. Le troppe pretese di F. Vessillifero


L’articolo, con cui Fabio Vessillifero commenta il mio testo apparso su Settimana News, già nel titolo dimostra una precomprensione distorta di quanto ho scritto, che la lettura del seguito non fa che confermare. Iniziamo da questo titolo fuorviante: Come decapitare il Corpo Mistico. Dalla riforma dei Santi alla deriva del change management.

La questione del potere non ha come scopo alcuna “decapitazione”: il Corpo Mistico ha ancora il suo “capo” nel Signore Gesù, il Risorto. La questione è come assicurare che questo capo non venga confuso con una istituzione storica, come ad es. il papato inteso in concorrenza con lo Stato liberale. Non si tratta, nel mio testo, di “decapitare”, ma di “articolare meglio” il Corpo Mistico. Nessun change management, ma un ripensamento della struttura ecclesiale.

L’equivoco su cui gioca Vessillifero si vede chiaramente alla fine del primo paragrafo, quando sintetizza le mie intenzioni con questa frase:

“arrivando a ipotizzare il superamento del legame esclusivo tra il potere di governo e l’ordine sacramentale per consentire un pieno riconoscimento formale e giuridico ai laici”.

Questa è una invenzione bella e buona: nel mio articolo dico esattamente il contrario. Ossia che proprio custodendo il legame tra governo e ordine sacramentale occorre permettere ai “laici” (maschi sposati, donne nubili e donne sposate) di accedere alla ordinazione.

La base di questo giudizio distorto si chiarisce nei paragrafi successivi. Il commentatore contesta che sia possibile “riconoscere altri poteri” e crede di poterlo dimostrare con un riferimento alla teologia speculativa e alla stessa costituzione della Chiesa cattolica. Ma qui entra in contraddizione con quello che affermo. Io non dico che ci sia un potere “diverso” da Episcopato, Presbiterato e Diaconato”, ma dico che a questi uffici/sacramenti possono accedere tutti i battezzati, non solo i maschi celibi. La pretesa di separare governo e ordine sta nei progetti che emergono anche dai documenti sinodali e da alcune decisioni recenti rispetto ad alcune donne incaricate di poteri giurisdizionali. Io invece dico che non si deve dividere, bensì riconoscere la unità tra ordine e giurisdizione. Vessillifero contesta a me esattamente quello che è oggetto della mia contestazione. Forse ha letto male?

Non diverso è il giudizio sul seguito del testo, quando il Commentatore mi rimprovera di usare in apparenza un linguaggio teologico, ma nella sostanza di ridurre la teologia a linguaggio aziendale. Anche questa è una sua fantasia che proietta sul mio testo. Parlare di “apprendimento ecclesiale” è un modo diverso, e legittimo, di parlare dei “segni dei tempi”. Come diceva papa Giovanni XXIII in Pacem in terris ci sono “segni dei tempi” da cui la Chiesa può apprendere cose che non trova né nella scrittura, né nella tradizione, ma nelle quali lo Spirito parla con libertà. La caricatura che della Chiesa fa Vessillifero, ponendola fuori dallo spazio e dal tempo, come se le sue istituzioni fosse sempre state uguali in 2000 anni, è piuttosto ingenua e dimentica la storia. Che la chiesa non sia “sottomessa alle logiche della ristrutturazione organizzativa” si può affermare solo se non si ha alcuna notizia di quanto siano cambiate le forme dei sacramenti, della Curia Romana, del modo di considerare il Vescovo o la famiglia o i disabili. In tutto questo l’apprendimento è già chiaro al Concilio di Gerusalemme. Chi lo nega, nega una evidenza.

Infine non poteva mancare il rimprovero di “capovolgere il rapporto tra teologia cristiana e scienze umane”. Del tutto esemplare è che si chiamino “scienze umane” le nuove evidenze storiche, come ad esempio l’entrata della donna nello spazio pubblico. Questa non è una “teoria delle scienze umane”, ma un fatto. Una Chiesa che sia immune dai fatti è autoreferenziale e non fa altro che chiudersi in se stessa. E’ la potenza della grazia ad essere mediata dalla donna nello spazio pubblico, mentre negarlo è restare vittime della immanenza di una struttura vecchia, incapace di ascoltare la voce dello Spirito, che non si può incatenare.

Di qui deriva anche la curiosa conclusione sulla “decapitazione” del Corpo Mistico. La forza del concetto di Corpo Mistico, che io riferirei più alla eucaristia che alla Chiesa, non si può far dipendere dalla conservazione degli assetti istituzionali moderni. C’è un paradosso nelle parole conclusive di Vessillifero. A suo avviso per restare fedeli alla tradizione bisogna restare tridentini e pensare con le categorie e con le filosofie che lui considera “perenni”. Egli lega la indefettibilità della Chiesa alle categorie moderne che l’hanno espressa 500 anni fa. Io vedo in questo una immunizzazione della Chiesa dalla storia, che la consegna al “museo tradizionalista”, che è un luogo morto. Per dare vita alla stessa Chiesa di sempre noi dobbiamo avere il coraggio con cui Protestanti e Cattolici, 500 anni fa, hanno ripensato le istituzioni medievali. Un pensiero istituzionale non è “sociologia”, ma teologia pratica e teologia fondamentale. Pensare che si possano affrontare le questioni usando la metafisica e la teologia moderna come schermi, per poter ficcare la testa sotto la sabbia non vedere le questioni, è un pessimo modo di avviarsi ad una soluzione plausibile.

“Apprendimento ecclesiale” è una locuzione con cui possiamo tradurre la parola classica “tradizione”. Chi pensa che la tradizione non abbia bisogno di apprendimento fa torto a tutti coloro che hanno scoperto quanto importante è precisamente questa faticosa quanto necessaria traduzione in categorie nuove della sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei. Anche Ro smini non ha fatto che questo e suona veramente paradossale che lo si porta a difesa delle povere parole con cui i tradizionalisti conoscono le risposte prima di prendere sul serio le domande. Non dovrebbe dimenticare, Vessillifero, che quello che ora lui dicecontro di me, portando Rosmini come testimone, 200 anni fa lo dicevano contro Rosmini, portando Tommaso come testimone…la risorsa preferita dei tradizionalisti di allora e di oggi è la messa in stato di accusa di ogni nuova categoria, che essi pretendono di distruggere con argomenti vecchi e superati.

Lo ha detto in modo esemplare Paolo VI, in apertura della II Sessione del Concilio Vaticano II.

«E’ venuta l’ora, a noi sembra, in cui la verità circa la Chiesa di Cristo deve essere esplorata, ordinata ed espressa, non forse con quelle solenni enunciazioni che si chiamano definizioni dogmatiche, ma con quelle dichiarazioni con le quali la Chiesa con più esplicito ed autorevole magistero dichiara ciò che essa pensa di sé»

Esplorare, ordinare ed esprimere la verità circa la Chiesa chiede oggi il coraggio di ripensare non solo le categorie, ma anche le istituzioni, senza chiuderle nel museo diocesano, assicurato da un pensiero vecchio e da istituzioni superate. Ma il museo, che è una cosa morta, facilmente si trasforma in una dissacrazione grave, anche se adornato con cura di pizzi e merletti. Muore la tradizione quando non apprende più e si autocelebra come definitiva.

 

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