Il rifiuto della “e” e l’errore sistematico di A. Holquin. La tradizione ridotta a “fiction”
Avevo letto con grande interesse gli ultimi articoli di Arthur Holquin sul tema del conflitto liturgico all’interno del cattolicesimo contemporaneo. Ho trovato piuttosto stupefacente la posizione da lui assunta dopo la catechesi di mercoledì 26 agosto di papa Leone. Egli ha espresso la sua convinzione in un post (Il rifiuto della “e” che spuò leggere a questo link: https://liturgyandtruth.substack.com/p/the-refusal-of-the-and). Vorrei presentare brevemente la sua lettura della situazione, mettere in rilievo l’errore sistematico che manifesta nel modo di comprendere la tradizione e la giusta comprensione della posizione che da parte sua mi viene attribuita, in modo del tutto infondato. Ma procediamo con ordine.
- La “e” dimenticata (che sarebbe tipica del cattolicesimo). Holquin inizia da una costatazione del tutto chiara: da quando papa Leone ha concluso con la sua 8 catechesi i suoi interventi sulla Costituzione conciliare SC, sono piovute da ogni parte critiche pesanti. Tutte le riserve, che si sono manifestate, secondo Holquin, dipendono da un grave fraintendimento non tanto delle parole di Leone, quanto del testo conciliare. Holquin si riferisce a SC 23 che recita: ” Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso”. Egli rileva che sana tradizione e legittimo progresso sono collegate da una “e”. Questa “e” viene totalmente dimenticata da coloro che accusano papa Leone di ogni peggiore errore: la accusa è che la apertura al legittimo progresso è in realtà il modo di affossare la tradizione e di negarla. Queste posizioni negano il progresso per affermare la tradizione. Ma Holquin vuole osservare che anche una posizione antitetica (attribuita ad un “noto teologo progressista” che non è difficile identificare in me che scrivo) propone di capovolgere il modello: per affermare il progresso, intende negare la tradizione (ma non è affatto questa la mia posizione). Insomma, per Holquin le critiche mosse a Leone non hanno voluto considerare che la preposizione “e” è una congiunzione, che rende possibile, allo stesso tempo, tradizione e progresso. Quella “e” non è una contraddizione da liquidare.
- L’errore sistematico: che cosa congiunge la “e”? Il punto delicato, dal punto di vista sistematico, è la comprensione di quali siano i concetti che la “e” congiunge. Il dettato conciliare del n.23 non può essere ridotto ad uno slogan: tradizione e progresso sono compatibili. Il testo non usa semplicemente traditio e progressio, ma, in latino suona: “Ut sana traditio retineatur et tamen via legitimae progressioni aperiatur”. La tradizione è quella “sana”, mentre il progresso è quello “legittimo”. Questo significa che Holquin, preso dalla foga di voler ricondurre tutte le posizioni critiche ad una stessa logica, dimentica che la relazione tra progresso e tradizione non è detto che sia sempre una relazione di coerenza. Rispetto ad una “tradizione malata” il progresso è “altro”, senza alcun dubbio. Detto in forma più diretta: la “e” di SC non significa in nessun modo che accanto al Novus Ordo rimanga un Vetus Ordo. Questa è una finzione che abbiamo costruito negli ultimi 40 anni e che ha assunto soprattutto tra il 2007 e il 2021 una sorta di “autorevolezza papale”, ma che resta una costruzione teorica e pratica segnata da una logica scismatica. Se si interpreta la “e” di SC 23 come convivenza di VO e NO, si finisce prima o poi in uno scisma. Qui Holquin non vede un errore sistematico grande come una casa: filtra i moscerini, ma ingoia il cammello.
- La posizione del legittimo progresso compatibile con la sana tradizione (ma solo con quella). Se è chiaro che Holquin ha intepretato male e ideologicamente la congiunzione “e”, passando da un contesto ad un altro senza controllo della sua argomentazione, mi resta da difendere come mio diritto quello che ho scritto, senza vederlo distorto dagli occhiali distorti di Holquin. E’ vero che ho scritto: “Il VO è morto dal 1970” (e rispettivamente questo vale per tutti gli “Ordines” liturgici, al di là del Messale). La tradizione sana, grazie al legittimo progresso, si libera dei suoi difetti. Per questo non ha alcun senso che, una volta approvato il NO, qualcuno celebri con il VO. Lo si può capire per una generazione, come pensarono Paolo VI e H. U. Von Balthasar. Sarebbe un errore sistematico e spirituale imperdonabile pensare che il VO sia la tradizione, rispetto al NO identificato col progresso. Non è così. Nel NO troviamo allo stesso tempo tradizione sana e progresso legittimo. Il VO è la tradizione malata, che abbiamo il compito di superare. Il giochetto con cui Holquin penserebbe di identificare la tradizione con il VO non fa onore alla sua teologia. Per questo, non gli è in nessun modo permesso di collocare anche me tra i “critici feroci” di papa Leone. Nei miei commenti alla Catechesi del 26 agosto ho fatto solo considerazioni positive per le parole del papa. L’elemento critico è riservato ad alcuni ambienti della Curia romana, che sembrano ragionare come Holquin e credono di poter promuovere la liturgia partecipata, proteggendo chi celebra solo con il VO. Il progresso legittimo non è compatibile con ogni tradizione, ma solo con quella sana. Non si fa un servizio alla tradizione rianimando continuamente, con accanimento terapeutico, un VO che è morto da 60 anni. La sua morte è perché la tradizione viva, grazie ad un legittimo progresso. Questa idea, che è già chiara in me dal 2007, dopo lo scisma del 1 luglio 2026 è diventata del tutto evidente e non scusa più nessuno nell’attardarsi su forme nostalgiche nel modo di concepire e di gestire la tradizione liturgica cattolico-romana.































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