Elaborare il lutto di Summorum Pontificum: come uscire teologicamente dallo stallo dopo lo scisma


Leggendo la intervista al Tablet del Prefetto Roche (che viene qui sintetizzata) si ha sensazione che la condizione confermata con autorevolezza sia quella dello stallo. Il prefetto ribadisce, tale e quale, la posizione del 2021, con le sue specificazioni immediatamente successive. E risponde anche alla domanda su coloro che si sentono “perseguitati” da TC, ma non sanno dirne il perché.

Forse può essere utile, per capire la situazione attuale, mettere insieme due elementi: da un lato le illusioni che in molti, nel campo dei tradizionalisti, si erano costruite intorno alla “maggiore sensibilità” di papa Leone. Questo aveva fatto sì che da circa un anno fosse iniziata una campagna di delegittimazione di Francesco e dei suoi collaboratori davvero impressionante, costruite su menzogne, e tendenti ad accreditare l’idea che l’unica cosa seria sarebbe stata tornare a SP. D’altra parte, proprio negli ultimi mesi, si è arrivati ad un “secondo scisma” con quella FSSPX che era stata, 40 anni fa, la pietra dello scandalo da cui tutto questo pasticcio sul “Vetus Ordo” era cominciato.

I diritti dei perseguitati?

Viene naturale porre la domanda. In che cosa si sentono “perseguitati” coloro che celebrano secondo il VO? Nel diritto loro attributo, nel 2007, da Summorum Pontificum. Qui sta il punto decisivo: si tratta di capire che questa invenzione azzardata e poco accorta, con cui si è posto, ex abrupto, un diritto in capo a “infinite” comunità, che avessero voluto celebrare secondo il rito tridentino, ha prodotto una esperienza lacerata all’interno della comunità cattolica. L’ idea che potessero convivere, pacificamente, comunità di VO e comunità di NO è una ingenuità senza radice, una idea astratta, che però ha una caratteristica impressionante, che abbiamo capito proprio grazie al II Scisma. SP assume, come argomentazione centrale, quella idea che Lefebvre aveva lanciato negli anni 70 per resistere alla Riforma conciliare: lasciateci continuare come prima. In questa idea si nasconde, sempre, uno scisma. Dopo averla negata per 40 anni, nel 2007 il Magistero romano ha provato a farla propria, per pacificare. Ma, come aveva limpidamente previsto il Cardinale Ruini, commentando SP su Avvenire il giorno della uscita, una intenzione di comunione poteva produrre maggiore lacerazione. E così è stato.

Tuttavia noi dobbiamo riconoscere, con molta onestà, che questa idea di “avere il diritto di celebrare con il rito che il Concilio ha voluto riformare” è stata suggerita da Roma a tutta la Chiesa, per ben 14 anni, in modo univoco quasi indiscutibile (pochi osavano contestarne il fondamento e la mancanza di rigore, che era lampante). Anche in alcuni seminari arcinoti, come il North American College, la formazione dei futuri presbiteri avveniva, parallelamente, sui due ordines! Quando TC ha cambiato prospettiva, ha trovato una chiesa contaminata, a tutti i livelli, da questa “pretesa giuridica” da parte di soggetti, che erano stati convinti, in modo malaccorto, di aver un diritto “nativo” a celebrare con la “forma straordinaria” del rito romano. Questa costruzione sofistica, che sottraeva ai vescovi (e al Dicastero del culto) il controllo della liturgia e attribuiva alla Commissione “Ecclesia Dei” una competenza immediata e universale, aveva iniettato nel corpo ecclesiale un virus che un bravo giornalista, all’epoca, comprese nel modo più limpido, chiamandola “anarchia dall’alto”.

Ristabilire il principio liturgico

Non è stata cosa da poco, dopo tanta distrazione e confusione, preparare cose serie. Lo si è fatto anzitutto mediante un principio generale, sacrosanto, e classico: esiste una sola lex orandi, che corrisponde agli “ordines” approvati dopo il Concilio Vaticano II. Solo questi sono vigenti.  Parlare come Paolo VI sembrava, nel 2021, una profezia apocalittica, percepita dagli illusi come persecuzione. Affermare questo principio, però, non significava ancora rispondere a coloro che “pretendevano” di continuare a celebrare con una forma rituale che non era più vigente. Si poteva fare, come si è fatto largamente, creando “regimi di eccezione”. Così sia a livello universale, sia a livello particolare, numerose realtà venivano autorizzate (qualche volta incoraggiate) a celebrare con un rito che il Vaticano II ha espressamente chiesto di riformare. Qui sta il problema residuo e non semplice. Al quale, tuttavia, arriva in soccorso la vicenda delle ultime settimane: ossia il rinnovarsi dello scisma lefebvriano, quasi 40 anni dopo la sua prima figura. Proprio i fatti del primo giorno del mese di luglio ci mostrano, con una evidenza impressionante, a che cosa è destinata la celebrazione della fede cattolica che non accetti la riforma conciliare: giunge inevitabilmente ad una logica scismatica. Si esclude dalla storia della chiesa dal 1962 in poi, dalla trasformazione dei lezionari, dei calendari, dalla ricchezza di testi e di opzioni che sono entrati, tutti, inevitabilmente, nel NO e che il VO, non per sua colpa, non può assumere come propri. Qui sta la potenza scismatica di ogni uso del VO successivo al 1969: di avere in sé, inevitabilmente, una componente anticonciliare devastante.

Una proposta dal dibattito teologico

In un modo parallelo a quanto qui raccontato, anche sulla base delle ultimissime parole del Prefetto Roche, su questo blog si è sviluppato un dibattito in cui sono intervenuti, attivamente o passivamente, una serie di autori importanti: Enzo Bianchi, Alberto Melloni, Fr. MichaelDavide Semeraro osb,  Umberto Rosario Del Giudice, Giorgio Bonaccorso, Paola Colombo, Alvaro Grammatica, Mons. Tomas Holub. Il quadro di questo grande dibattito ricostruisce una via di uscita che “cambia paradigma”, nella direzione già intrapresa da TC, ma senza fermarsi:

a) Un’unica lex orandi vigente significa che tutti celebrano usando il medesimo Ordo, comune a tutti. In quell’ordo, nella sua tessitura complessa e non univoca, si trova la tradizione nella sua integralità, di cui nessuno è l’unico depositario.

b) L’uso dell’Ordo postconciliare è sempre necessariamente differenziato, selettivo ed elettivo. Non per abuso, ma per uso. Ciò significa che le diverse sensibilità, che abbiamo provato dal 1988 ad addomesticare nella “concorrenza tra ordines” diventano ora soggetti di una legittima interpretazione differenziata del medesimo Ordo. Ci sarà chi vuole usare soltanto il latino e solo il Canone Romano, chi vuole parlare la lingua nazionale e far uso soprattutto delle nuove preghiere eucaristiche. Ma tutti avranno in comune lezionario e calendario.

c) Il riconoscimento reciproco di queste differenze, anche notevoli, sarà possibile come garantito e preteso all’interno del medesimo libro. Cadrà la proposta di “rilegare in un solo libro due ordines contraddittori”. Si affermerà la idea di avere un solo libro di cui offrire, istituzionalmente ed ecclesialmente, letture e esecuzioni portatrici di sensibilità diverse.

d)  Ognuno avrà il diritto di sentirsi riconosciuto nell’ambito della medesima Chiesa cattolico-romana, come portatore di una parte della tradizione, che il NO ha permesso di rielaborare, dopo l’irrigidimento moderno, che aveva trovato forma nei rituali tridentini. Troppo clericali e troppo individuali per rispondere alla domanda antica e nuova di una Chiesa popolo di Dio, Tempio dello Spirito e Corpo di Cristo.

Elaborare il lutto di Summorum Pontificum chiede questo passaggio, che potrà realizzarsi solo se ognuno svolgerà il proprio compito: se i teologi predisporranno gli argomenti migliori e non taceranno sui sofismi in circolazione, se i giuristi predisporranno documenti accurati, senza pretendere di fare i teologi passando per le scorciatoie, se i pastori sapranno uscire dalla logica del “doppio canale” (che viene dallo scisma e porta allo scisma) e sapranno imboccare la via della unità differenziata.

 

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