Dopo lo scisma: una tradizione viva/14. Vetus Ordo, Novus Ordo e apprendimento ecclesiale
La fine dell’uso del Vetus Ordo (ossia dei riti tridentini) corrisponde anche alla sua vera riscoperta. In effetti, se guardiamo agli sviluppi degli ultimi 50 anni, notiamo facilmente la forma ideologica con cui il VO ha subito violenza da parte di coloro che hanno provato ad usarlo non come tradizione della Chiesa, ma come una bandiera, o come un’arma, contro il Concilio Vaticano II. Cerchiamo di capire meglio che cosa significa questo uso ideologico.
Un parallelismo senza apprendimento
Se, come fece fin dall’inizio Marcel Lefebvre, si pensa ad un regime parallelo, di Vetus Ordo e Novus Ordo, come un espediente per la resistenza al Concilio Vaticano II, ritenendolo un male da evitare, contro le deliberazioni conciliari e papa Paolo VI, è evidente che questo atteggiamento bloccava ogni atto di apprendimento ecclesiale. Il VO era un modo per non cambiare. La Chiesa iniziava a spaccarsi in due parti: da un lato chi si schierava giustamente con il NO e dall’altro chi si schierava con il VO. Non molto diversa è stata la reazione di Roma, dopo lo scisma del 1988. Gradualmente, in alcuni settori chiave della curia romana, si è creata una resistenza al Concilio non apertamente scismatica, ma di custodia e di promozione di chi respingeva la logica conciliare. Anche questa via, che ha trovato la sua massima applicazione tra il 2007 e il 2021, non ha impedito, ma ha favorito la lacerazione. La retorica curiale, che qualcuno prova a ripetere anche oggi, proponeva una narrazione di comodo: favorire le comunità che usano il VO avrebbe arricchito la Chiesa, in un scambio tra VO e NO. In realtà, se si guarda alla verità teologica e della esperienza, questa è una ricostruzione sofistica, idealizzata a falsa. Chi celebra con il VO non accetta la logica aperta del NO. D’altra parte chi celebra con il NO tende a vedere il VO come una serie di errori irrimediabili. Questo è il frutto della gestione irresponsabile che si è generata nel corpo del cattolicesimo di un “passaggio di apprendimento ecclesiale”, che si è cercato di bloccare e di anestetizzare: se ciascuno continua come vuole, si è pensato, si troverà la pace. In realtà in questa ambiguità si è generato un conflitto e una paralisi, non un apprendimento ecclesiale.
La fine di una impostazione moderna
Perché parlo di “apprendimento ecclesiale”? Perché il Movimento Liturgico e la Riforma che ne è scaturita sono la sintesi di tutta la tradizione, non solo di una sua porzione. Per questo hanno bisogno, costitutivamente, di aver rapporto con tutte le fasi della storia della Chiesa, dalla esperienza delle quali permettono un atto di apprendimento superiore, con un vero sviluppo organico, che è impossibile se, parallelamente, gestiamo il VO e in NO, nella reciproca indifferenza.
Proprio per questo, dopo lo scisma del 1 luglio 2026, si chiude una fase di confusione, in cui si è pensato di fermare la storia, anzi di negarla, e di rendere contemporaneamente possibile celebrare come se ci fosse stato un Concilio Vaticano II, oppure come se non ci fosse altro che il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano I. Questo è stato un passaggio tradizionalistico, un blocco della tradizione, che finora non abbiamo elaborato del tutto e che causa ancora molte illusioni e delusioni del tutto sproporzionate. Aver reso paralleli il NO e il VO li ha resi sterili entrambi. L’unico modo per valorizzare il VO è un atto di apprendimento ecclesiale, che lo legga come una “storia compiuta” di cui possiamo ancora arricchirci, purché stia nel nostro passato, come forma istituzionale di una fase della storia della chiesa che non è più la nostra.
Che cosa impariamo dal Vetus Ordo?
Provo a spiegare ciò che ho appena affermato con alcuni esempi. Con essi vorrei mostrare che la ricchezza della tradizione del Vaticano II vive di riletture intelligenti della propria storia precedente, in cui la qualità rituale della liturgia passa sempre anche attraverso un atto di memoria cavalleresca del passato, che come tale diventa un presente ancora possibile, sebbene nella forma rituale elaborata dopo il 1963.
Non tutto ciò che è avvenuto dopo il 1963 è oro colato. Di questo deve essere cosciente la lucidità ecclesiale. Pertanto nelle forme precedenti possiamo trovare tesori che ancora meritano di essere valorizzati. Non si tratta di scegliere tra VO e NO: siamo obiettivamente nel contesto di un rito riformato, che non ha concorrenze parallele. Ma questo rito riformulato, che non ha carattere rigido, ma elettivo e selettivo, permette di rileggere il passato con occhiali nuovi, per cogliervi opportunità più convincenti, che sarà nostro compito integrare nel NO. Ecco tre esempi plausibili:
a) La prima riforma della Veglia Paquale.
Rispetto al nostro attuale ordo della settimana santa, un precedente di rilievo è la riforma che Pio XII propose nel 1951 della Veglia. Quando la riforma postconciliare ha rielaborato la riforma di Pio XII, guadagnando nuove importanti evidenze che non si possono perdere, ha però smarrito un elemento che quell’Ordo aveva proposto con grande efficacia: ossia la correlazione con cui una rubrica poneva la “liturgia della Parola” in una condizione spaziale fondamentale, ossia da celebrarsi “davanti al cero benedetto”. La parola da ascoltare era illuminata dalla luce del risorto. La scomparsa di quel particolare è una perdita: recuperarlo dovrebbe essere il compito di una buon atto di apprendimento ecclesiale.
b) Il lezionario della Settimana Santa
Sempre durante la Settimana Santa, oggi possiamo fare riferimento ad un lezionario molto più ricco, perché fondato sul “ciclo triennale” introdotto dopo il Vaticano II, per obbedire alla consegna di una “maggiore ricchezza biblica” imposta da SC 51. Questa ricchezza, di cui godiamo da 5 decenni, ha però qualche elemento di povertà, certo non intenzionale, ma fattuale. La povertà preconciliare viveva la esperienza di ascoltare, in ogni settimana santa, tutti i testi delle Passioni dei 4 vangeli (Domenica delle Palme, martedì, mercoledì e venerdì santo). Nel lezionario post-conciliare, occorrono tre Settimane Sante, per ascoltare le 4 Passioni. Questa è una perdita di esperienza alla quale, anche nel nuovo sistema su tre anni, si dovrebbe poter rimediare. Dal VO, non come struttura vigente, ma come memoria ecclesiale, possiamo apprendere qualcosa di importante.
c) Una formula per la “contrizione”?
Quando parliamo di “rito precedente” non ci riferiamo solo alla messa, ma a tutti gli atti rituali, compresa la penitenza sacramentale. Il nuovo Ordo del 1974 ha introdotto, per la prima volta nella storia, l’atto di dolore, come parte della sequenza rituale. E’ stata una cosa buona? Non saprei. Il fatto che mai vi fosse stato qualcosa di simile, per 1900 anni, è una spia interessante. La lunga tradizione ha sempre saputo che la contrizione era decisiva al sacramento. Ma non l’aveva mai espressa in una “formula”. Non sarà forse che il formulario dell’atto di dolore (che presenta tante diverse ipotesi, di cui la prima suona come la più inquietante) contribuisca alla formalizzazione burocratica del sacramento, come tipica tendenza del XX secolo? Il sacramento ha davvero bisogno di “formule di pentimento”? Una serena riflessione su questo può avvenire solo se il VO diventa una coscienza critica per l’unico ordo vigente: non per una fuga, ma per un progresso.
Una riflessione sul VO è un atto di apprendimento necessario ad una Chiesa che voglia uscire dalle contrapposizioni e dalle lacerazioni. Ma questo può accadere solo se è in vigore una sola “lex orandi”, non se due diverse entrano in concorrenza sleale tra loro. Se messe in parallelo, paralizzano la tradizione. Solo nel riconoscimento unanime, teologicamente fondato, di una sola lex orandi, un atto di apprendimento ecclesiale diventa ancora possibile e può fare bene alla esperienza liturgica di tutti i cattolici romani.































Area personale









