Il rito e la messinscena: su Econe ieri (di MichaelDavide Semeraro)
Ricevo da fr. MichaelDavide questo testo di riflessione sulle 4 ordinazioni scismatiche di ieri. Mi pare una riflessione che merita attenzione. Lo ringrazio di cuore per il suo testo. (ag)
All’imbrunire del 1 luglio 2026
Caro Andrea,
immagino che anche tu abbia seguito quest’oggi la celebrazione a Ecône.
Subito dopo l’imposizione delle mani sul capo dei quattro ordinandi, ho ricevuto un messaggio da un amico sul mio telefono: “Tutto è compiuto”. Da parte mia ho risposto così: “Tutto è rivelato. A questi fratelli interessa la Fede, non il Vangelo”.
Di fatto invocando ed evocando continuamente la fede integrale e l’integrità della fede, a tutti i costi e contro tutti, persino a dispetto di Pietro, il Vangelo sembrava così assente. Se questi fratelli diventassero una “chiesa” come altre, con il tempo e i tanti mezzi a disposizione come è risultato dall’aspetto performante dato all’evento odierno, proporrei di chiamarla: “chiesa Fideista”. Persino il ricorso continuo alla tradizione – uso volutamente la “t” minuscola – mi è sembrato così inadeguato perché privata della sua dinamica propria che è la crescita e l’incremento di intelligenza del Vangelo per annunciarlo al mondo amato e non castigato dal Padre rivelatosi nelle parole e nei gesti del Signore Gesù che proclamiamo Cristo. L’anima cattolica dell’ <et-et> mi è sembrata naufragare proprio mentre si proclamava, fino allo sfinimento, che si stava compiendo un salvataggio tanto necessario e “in extremis” da far saltare tutte le norme, gli usi e le sane e sante tradizioni.
Ma di quale “fede” si è tentato quest’oggi il salvataggio quasi disperando della salvezza che speriamo per tutti in Cristo? Si tratta di quella <fede così grande> (Mt 8, 10) che, con ammirazione e commozione, il Signore Gesù riconosce e addita nel Centurione di Cafarnao? O di quella <poca fede> che lo stesso Maestro denuncia nei suoi discepoli in preda alla <paura> per lo <sconvolgimento> inevitabile del mare della vita e della storia (Mt 8, 23-27)? Che strano gli stessi discepoli non chiedono al Signore di salvare le loro anime, ma chiedono di essere salvati tout-court, per intero. Del resto, il Centurione, ammirato dal Signore, non chiede di salvare l’anima del suo servo, ma di soccorrerlo perché <soffre terribilmente> (Mt 8, 6)
Quante volte è stata evocata la <salvezza delle anime>, come se le anime fossero dei fantasmi cui assicurare un’immortalità eterea. Il Signore Gesù ci ha insegnato a salvare le persone in tutta la loro integrità di <spirito, anima e corpo> (1Ts 5, 23)! Tutto questo zelo per le anime unitamente a un così grande disprezzo per le persone che non pensano a salvarsi forse l’anima, perché hanno altre urgenze come quella di vedere affogare i propri figli in cerca di speranza e di rifugio nelle nostre terre cristiane e, talora, solo “cristianiste”!
Una frase di Ireneo di Lione mi affiorava alla mente continuamente mentre sentivo invocare la fedeltà alla <tradizione>. Così scriveva il discepolo del discepolo del Discepolo Amato, in una delle prime e fondamentali opere di teologia: <La Tradizione… un liquore che fa ringiovanire il vaso che lo contiene>1. Immagine stupenda: un liquore, qualcosa di fluido. Sì, la tradizione è liquida! Che bella notizia è questa nel contesto socio-culturale post-moderno in cui qualcuno alcuni si sentono minacciati da una sorta di imminente catastrofe che toglie la terra sotto i piedi come i discepoli impauriti, forse, meno dalla tempesta e più dal fatto che Gesù <dormiva> (Mt 8, 24).
A ben pensarci, quanti ascoltarono per primi la parola del rabbì di Nazaret e dovettero misurarsi con i suoi gesti così poco convenzionali, devono aver provato i nostri stessi sentimenti: una mistura di consolazione e di terrore. Una parola come <Vino nuovi in otri nuovi!> (Mc 2, 22) non va forse in questa direzione e non crea necessariamente e sempre scompiglio? Ad ogni presa di coscienza segue una necessaria consapevolezza delle conseguenze. Se la tradizione si <fissa> e si solidifica tanto da pietrificarsi, perde la possibilità di svolgere il suo ruolo di mediazione. Diventa così impossibile che il messaggio sia trasmesso attivando una crescita simultanea in quanti lo annunciano, in quanti lo accolgono come pure tra quanti l’annunciano e quanti lo accolgono2. Una fede che non scorre come l’acqua che usciva dal Tempio nelle visioni di Ezechiele e dal cuore del Crocifisso, stagna e si pietrifica come la moglie di Lot.
Finalmente questi fratelli hanno rivelato cosa vogliono proclamando ciò che dicono di credere: le formule sono le stesse – quelle della professione di fede – ma la sostanza è radicalmente diversa: manca la postura evangelica. Finalmente questi fratelli hanno creato un loro spazio – Ecône oggi sembrava un piccolo Vaticano tra le montagne svizzere – per vivere e sperare preservando il loro modo di stare al mondo. Penso che abbiano diritto al rispetto in base alla carità cristiana e alla Carta dei “diritti dell’uomo” denigrati esplicitamente stamattina. Forse saremo, in futuro, obbligati dal Vangelo e dallo spirito del Concilio Vaticano II ad avere con loro rapporti “ecumenici/interreligiosi”. Nondimeno è necessario premunirsi contro i pericoli del contagio attraverso il virus della minimizzazione.
E qui, caro Andrea, arrivo alla domanda che mi sorge nel cuore anche alla luce delle nostre ultime conversazioni: <Quale frutto ha portato la “pazienza liturgica” di questi ultimi decenni?>. Personalmente penso che la <pazienza liturgica> ha portato il frutto dell’<ignoranza evangelica>. Il grande compito della Liturgia è di formare e continuamente riformare i cuori, attraverso l’ascolto della Parole e la celebrazione dei Misteri, per convertirli alla logica del Vangelo. La Tradizione, nel suo complesso fatto di ricerca teologica e di sensus fidei del Popolo di Dio, è sempre un incremento di intelligenza del Vangelo il cui frutto è la <compassione> (Mt 9, 36) verso tutti. La Chiesa – fondata sugli apostoli – è l’invenzione della compassione di Cristo per l’umanità. Di questo testo matteano fondamentale di ecclesiologia sono stati citati nell’omelia alcuni versetti: <vi mando come pecore in mezzo ai lupi… guardatevi dagli uomini… vi perseguiteranno> (Mt 10, 17-18). Ma non i primi in cui il Signore comanda di annunziare <il Vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità> (Mt 9, 35). La Chiesa non è una sorta di gendarmeria universale, ma uno spazio di terapia per tutti e per ciascuno.
Aver additato come esempio di vita episcopale ai neo-ordinati Cirillo di Alessandria mi è sembrato un insulto. Tra tutti i pastori e i vescovi… evocare Cirillo di Alessandria, sulla cui coscienza – direttamente o indirettamente – la storia fa pesare la morte crudele di Ipazia, è stato veramente troppo! Vogliamo tornare ai tempi in cui il Vescovo scaccia dalla città – all’epoca si trattava nientemeno che di Alessandria d’Egitto – tutti coloro che sono “altro” fino a pretendere la sottomissione del potere costituito? Vogliamo continuare ad esaltare fino all’eccesso i titoli della Madre di Dio disprezzando e umiliando le donne in carne e ossa con cui dobbiamo costruire un mondo di giustizia di e di pace?
Per tornare allo scambio di messaggi di questa mattina: tutto è compiuto perché è rivelato. Ora sorge la domanda più grave: <Che cosa impariamo da ciò che oggi è avvenuto?>. Se la cosiddetta <pax liturgica>, tanto invocata, e la generosa <pazienza liturgica>, così a lungo praticata, portano come <frutti> (Mt 7, 20) l’<ignoranza evangelica> e l’arroganza farisaica non si può rimanere ingenui. Al contrario, come è stato evocato durante l’omelia di questa mattina, bisogna diventare <prudenti come serpenti> (Mt 10, 16).
La pretesa di alcuni di non entrare nella liturgia, così come è stata maturata durante e dopo il Concilio Vaticano II, quale espressione e formazione all’incremento di intelligenza evangelica che la Chiesa ha vissuto sotto l’azione dello Spirito del Risorto, non può far portare i <frutti> sperati e desiderati per la vita e la gioia di tutti i nostri fratelli e sorelle in umanità. Per loro la Chiesa esiste: per il mondo e non per fare del mondo il proprio orto!
La lex orandi che si esprime nei testi e nei riti approvati e, già più volte, rivisitati è l’unica via per creare, far crescere e corroborare la Chiesa come Corpo di Cristo offerto al mondo che <Dio ha tanto amato, da mandare il suo Figlio> (Gv 3, 16). Impareremo la lezione dopo questa terribile bastonata per passare da un’ingenua <pazienza liturgica> per riprendere la via del <rigore liturgico> nemico di ogni rigidità e garanzia ineludibile perché il rito non diventi una messinscena e la celebrazione dei misteri un’autocelebrazione. Come tu puoi ben insegnarmi, e forse ancora di più il mio confratello Giorgio Bonaccorso, il limite tra rito e messinscena è sottile. Il rito trasforma e dilata in una catarsi profonda che apre varchi alla comprensione e alla compassione, la messinscena rassicura e richiude.
Quel che oggi è successo, è avvenuto. Quel che succederà dipende anche da noi.
In una parola: forse aveva ragione papa Francesco!
Fratel MichaelDavide
1 Ireneo di Lione, Contro le eresie, III, 24, 1
2 Cfr. P.-C. Bori, «Attualità di un detto antico? La Sacra Scrittura cresce con chi la legge», in Intersezioni, 6 (1986) pp. 15-49.































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