Scherzi della provvidenza: Luisa, Carlo e Camillo (di Linda Pocher)
Non so se gli ultimi giorni abbiano davvero riunito, nella cronaca terrena, tre figure così diverse come Luisa Muraro, Carlo Ginzburg e Camillo Ruini. Ma, prendendo sul serio — o forse con quel necessario scarto ironico che a volte salva la serietà — la loro simultanea “partenza”, si potrebbe concedere alla fantasia di immaginarli arrivare insieme alla stessa porta. E già questo, teologicamente parlando, è un piccolo cortocircuito interessante.
La scena è quella classica, un po’ barocca e un po’ burocratica, che la tradizione non riesce mai a rendere davvero sobria: un varco luminoso e un angelo che somiglia pericolosamente a un funzionario amministrativo del Vaticano. Tre arrivi, tre curriculum, tre modi di aver preso sul serio la realtà — e tre reazioni immediatamente incompatibili.
Luisa Muraro arriva per prima, con l’aria di chi ha ancora una domanda in tasca. Non sembra sorpresa: più che entrare, continua un discorso. Chiede dove siano finite le parole non dette dalle donne nella storia della salvezza, e soprattutto se qualcuno le abbia archiviate correttamente. Non aspetta risposta: si siede (se in paradiso si può dire così) e inizia a ricostruire relazioni simboliche tra silenzi e genealogie. Ogni tanto guarda gli altri due come se fossero una nota a piè di pagina ancora da interpretare.
Carlo Ginzburg arriva poco dopo, osservando tutto con quello sguardo da investigatore dell’invisibile che ha imparato a non fidarsi delle versioni ufficiali, nemmeno di quelle celesti. Prende appunti, non per contestare, ma per capire la microfisica dell’eternità: chi ha deciso l’ordine di ingresso, quali fonti siano state consultate, e soprattutto se esistano tracce documentarie del giudizio finale. Ogni tanto annuisce, come se riconoscesse pattern già visti in altri archivi, solo più luminosi.
Camillo Ruini, invece, arriva come chi ha già visto molte anticamere. Non si lascia impressionare dal contesto: cerca immediatamente la logica istituzionale del luogo. Se è davvero paradiso, allora deve esserci un ordine, una teologia implicita, una continuità con ciò che ha guidato la sua vita ecclesiale. Chiede — con cortesia ma senza troppa esitazione — chi presiede, chi discerne, chi interpreta. E soprattutto se sia previsto un pronunciamento ufficiale.
A questo punto, l’ironia della situazione diventa evidente: la scena non è uno scontro, ma un incrocio di metodi. Muraro cerca le parole sommerse, Ginzburg le tracce nascoste, Ruini l’architettura dell’insieme. Tutti e tre, in fondo, sono ossessionati dalla verità. Solo che la verità, qui, non si presenta in forma di sistema.
L’angelo-funzionario li osserva e, con un certo imbarazzo metafisico, sembra capire che nessuno dei tre è davvero “fuori posto”. Il problema è semmai che ognuno porta con sé un mondo intero di criteri per abitare il reale. E il paradiso — se lo si vuole immaginare così — non cancella questi mondi, li mette in dialogo forzato.
Muraro rompe il silenzio con una domanda che non è una domanda, ma un’apertura. Ginzburg risponde con una cautela da storico abituato alle fonti frammentarie. Ruini interviene cercando di ricondurre tutto a una cornice unitaria. E per un istante, il risultato è quasi comico: tre grammatiche che non si escludono, ma nemmeno si comprendono del tutto.
Eppure, proprio in questa dissonanza, si intravede qualcosa di sorprendentemente evangelico — anche se nessuno dei tre lo direbbe così. Perché l’idea che la verità finale sia un luogo in cui le differenze non vengono appiattite ma rese finalmente udibili è forse più vicina a un’assemblea sinodale che a un tribunale.
L’angelo sospira, come chi sa che la parte più difficile non è far entrare qualcuno, ma fargli capire che non c’è un “dentro” e un “fuori” da difendere. E mentre i tre continuano a parlare — ciascuno nella propria lingua, con la propria precisione, con la propria inquietudine — il paradiso, per un attimo, assomiglia meno a un luogo e più a un dibattito appassionante e ben riuscito.
Con buona pace delle definizioni definitive.
Linda Pocher































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