Il tradizionalismo e la liturgia. La contraddizione dietro le quinte (di Giorgio Bonaccorso)


La discussione sulle pretese di usare spensieratamente il “vecchio rito”, di cui si ragiona appassionatamente da qualche mese, ha già scoperto che alla base delle argomentazioni con cui si avvalora la possibilità di ricorrere ai rituali superati vi sono forme di ragionamento che si possono definire “sofismi”. Non è difficile notarlo al centro del modo con cui “Summorum Pontificum” giustifica il ricorso ad una “forma straordinaria del rito romano” sulla base di un presunto principio della “irreformabilità del sacro”. In questa stessa direzione si muove la riflessione che Giorgio Bonaccorso propone in questo testo, entrando con la autorevolezza della sua competenza rituale. Lo ringrazio per aver scritto questo testo, dallo stile quasi anglosassone, che lancia uno sguardo logico e antropologico sulle forme ecclesiali e rituali del nostro tempo, offrendo molte chiarificazioni su questioni decisive, che spesso vengono o sottovalutate o mistificate. (ag)

LA CONTRADDIZIONE DIETRO LE QUINTE

di Giorgio Bonaccorso

Marco chiese a Carlo, un suo vecchio compagno di scuola, cosa fosse rappresentato sulla copertina di un settimanale posto sul tavolino in mezzo a loro. Carlo rispose: «Una pipa». E Marco: «Allora fumala». Il cervello di Carlo, riconoscendo la forma essenziale della pipa rappresentata sul settimanale, era stato in grado di rispondere velocemente. In fondo il concetto di «pipa» si accorda bene tanto con la pipa disegnata sul settimanale quanto con la pipa con la quale si fuma. Dal punto di vista del comportamento le cose cambiano, dato che da una parte si ha un comportamento legato alla sola percezione visiva, mentre nell’altro caso si ha un comportamento legato anche alla percezione tattile. La differenza dei comportamenti è ben espressa dalla risposta di Marco e può essere facilmente verificata anche da Carlo. Nei macro-processi sociali il rapporto tra i comportamenti e i pensieri è più complesso, dato che si verifica una circolarità molto importante per la stessa costruzione sociale.

Architetture di comportamenti

Una caratteristica fondamentale della vita sociale è l’architettura comportamentale: gli spazi che creiamo con le nostre scelte finiscono per condizionare i nostri comportamenti e col tempo anche le nostre scelte. Poniamo che un gruppo umano crei degli spazi che tengono separati i luoghi che possono abitare i membri di una razza, e i luoghi che possono abitare i membri un’altra razza, oppure i luoghi degli schiavi e i luoghi dei padroni. Questa architettura porterà a considerare naturale la discriminazione tra le razze e a legittimare la schiavitù. Il gioco tra le convinzioni ideologiche, gli spazi e i comportamenti è tale che occorre un notevole sforzo innovativo per realizzare delle modifiche, come, per esempio, l’abolizione della schiavitù. Il mantenimento del mutamento, per esempio dell’abolizione della schiavitù, richiederà costruzioni di spazi che non discriminino tra luoghi degli schiavi e luoghi dei padroni. Sarebbe alquanto stravagante, per non dire illegittimo, continuare a mantenere la discriminazione tra luoghi degli schiavi e luoghi dei padroni, qualora si sia adottata l’abolizione della schiavitù.

I punti fondamentali sono: 1) che i comportamenti, anzitutto, sono forme di comunicazione che coinvolgono tutti i linguaggi, e quindi non solo quelli spaziali e gestuali, ma anche quelli iconici, musicali, tattili e così via; 2) che i comportamenti intesi come forme di comunicazione modificano i modi di percepire, conoscere e pensare; 3) che risulta piuttosto problematico se non patologico, associare comportamenti e pensieri incompatibili.

Riguardo a quest’ultimo punto si deve tenere presente la distinzione logica tra «contrario» e «contraddittorio»: nero e bianco sono contrari, mentre nero e non nero o bianco e non bianco sono contraddittori. Riprendendo l’esempio della schiavitù, si deve dire che «schiavi» e «padroni» sono contrari, mentre «schiavitù» e «non schiavitù» sono contraddittori. Nel caso dell’abolizione della schiavitù non è in gioco la contrarietà ma la contraddizione: con tale abolizione, infatti, non si può ammettere che vi siano padroni e schiavi ma solo non padroni e non schiavi. Di conseguenza non si possono ammettere pensieri non schiavisti e spazi e più genericamente comportamenti legati al modello di pensiero schiavista, anche perché l’ammissione di tali comportamenti potrebbe portare di nuovo a pensieri schiavisti.

Il rito e le forme di contraddizione

Il rito è un intreccio di comportamenti e pensieri, e i riti religiosi sono un intreccio di comportamenti e pensieri legati alla fede di una determinata religione. Si tratta allora di sapere quale relazione vi sia tra la fede e il rito che la celebra. Anzitutto se la fede non è semplicemente la dottrina della fede ma un’esperienza profonda e indeducibile, non si possono trascurare gli ambiti nei quali si realizza tale esperienza, e il rito è autentico proprio perché è un ambito tra i più rilevanti dell’esperienza che chiamiamo fede. Ciò che qui interessa è il rapporto tra la coscienza di fede e il comportamento rituale. Posto che il rito sia un comportamento che, come si è detto sopra riguardo al comportamento in genere, deriva dal pensiero e che allo stesso tempo modifica il pensiero, ossia che dipenda dalla coscienza di fede espressa in pensieri, e allo stesso tempo modifica la coscienza di fede espressa in pensieri, occorre verificare quando questo intreccio complesso implichi delle contrarietà o delle contraddizioni.

Una ragione plurale nel rito?

La questione che si apre è quella del pluralismo nelle sue diverse manifestazioni. Anzitutto, nel caso della religione, riguarda tanto il pluralismo della coscienza di fede quanto il comportamento rituale. Le differenze devono, però, mantenersi al di qua della contraddizione in riferimento a tre relazioni: tra coscienza di fede e coscienza di fede, tra comportamento rituale e comportamento rituale, tra coscienza di fede e comportamento rituale. Il trascorrere del tempo rende quanto mai complesse queste relazioni. Per questo è diventata rilevante la nozione di tradizione che è un continuo gioco tra conservare e modificare. L’aspetto fondamentale è costituito dalla rilevanza della differenza. Il puro e semplice continuum, a tutti i livelli, compreso quello riguardante il tempo, renderebbe impossibile percepire la realtà e in particolare il tempo. Conservare un momento del tempo è la negazione del tempo, e quindi il semplice conservare un momento della storia della chiesa è la negazione della tradizione. La tradizione è percepibile solo a partire dalla novità: solo a partire dalla novità, quindi, si può considerare ciò che si mantiene del passato e ovviamente ciò che non si conserva.

La tradizione e il conservatorismo

Il conservatorismo sembra ignorare questa dinamica, ma soprattutto entra in contraddizione con sé stesso dato che diventa quanto mai equivoco cosa conservare. Se si deve conservare il più antico, per esempio la coscienza di fede e il comportamento rituale della comunità cristiana delle origini, vengono automaticamente invalidati gli sviluppi successivi, sia patristici, sia medievali, sia moderni, sia contemporanei. Se poi si intende conservare una fase successiva, per esempio quella medievale, o quella moderna, occorre dimostrare perché proprio quella. Se si legittima tale scelta perché sarebbe un coerente sviluppo delle origini, bisogna dimostrare perché gli altri sviluppi non sarebbero un coerente sviluppo delle origini. Riguardo alla liturgia, sembra difficile intendere le celebrazioni con un alto clero abbondantemente paludato, come un coerente sviluppo delle celebrazioni descritte nel Nuovo Testamento; sarebbe quindi almeno logicamente strano che lo sviluppo verso celebrazioni con un alto clero non abbondantemente paludato debba essere considerato incoerente col passato.

La questione più inquietante, però, è il rapporto di contraddizione o di non contraddizione tra aspetti precedenti e aspetti recenti della coscienza di fede, come pure tra aspetti precedenti e aspetti recenti del comportamento rituale; data poi la stretta relazione tra coscienza di fede e comportamenti rituali, la questione inquietante è quella di contraddizione o non contraddizione tra vecchio e nuovo in riferimento al rapporto tra coscienza di fede e comportamento rituale. Per esempio se la visione ecclesiologica della coscienza di fede attuale ha elementi incompatibili con la visione ecclesiologica della coscienza di fede passata, la loro convivenza sarebbe incompatibile con l’identità di chiesa (come affermare che il sole gira intorno alla terra e affermare che la terra gira intorno al sole è incompatibile con l’identità della comunità scientifica). La conseguenza per il comportamento rituale è evidente almeno se si tiene presente quanto si è detto sopra sull’architettura comportamentale: tale comportamento infatti per un verso deriva e per un verso incide sulla coscienza di fede, con la conseguenza che una celebrazione legata una determinata ecclesiologia è incompatibile con una celebrazione legata a un’ecclesiologia incompatibile con la precedente. Ora ci si può chiedere quando l’incompatibile sia contraddittorio.

Il vecchio rito e le sue contraddizioni

Si può affrontare la questione proprio facendo riferimento al «pluralismo» e al suo uso ambiguo. Spostiamoci più direttamente sul vecchio rito (preconciliare) e sul nuovo rito (postconciliare). In nome del pluralismo si invoca la coesistenza di entrambi. Ma se il pluralismo ad extra, cioè tra due tipi di riti, è così importante, e lo è proprio per le conquiste del pensiero più recente, come può venire sottovalutato ad intra, cioè nel rito, proponendo un comportamento rituale e una coscienza di fede, restrittiva rispetto per esempio alla salvezza e alla ministerialità ecclesiale? Sarebbe come invocare il pluralismo per legittimare il razzismo e quindi la pari dignità tra razzisti e non razzisti, mentre il razzismo implica l’esclusione del pluralismo razziale, nel senso della pari dignità tra una razza e un’altra. Qui si tratta di razzismo e di non razzismo, ossia di una evidente contraddizione inconciliabile. Non si dovrebbe dimenticare che alcuni aspetti della coscienza di fede di alcuni secoli ammetteva la schiavitù, l’esclusione delle donne da molti ruoli sociali, la condanna al limbo dei bambini non battezzati: se, e ripeto se, la coscienza di fede più recente implica la non schiavitù, la non esclusione delle donne, il non limbo, ci troviamo di fronte a contraddizioni inconciliabili. E se la ritualità di secoli addietro ha connivenze forti con quella coscienza di fede, è evidente che vi sia contraddizione inconciliabile con una ritualità che abbia connivenze forti con la più recente coscienza di fede.

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