Liturgia in discussione e rito come linguaggio primario


Una delle esperienze che ho potuto fare negli ultimi 20 anni, soprattutto dopo il 2007, è che il “sapere liturgico”, di cui la chiesa si è dotata nell’ultimo secolo, non ha saputo mantenere, almeno finora, nel dibattito teologico, quella tensione necessaria per raggiungere una elaborazione adeguata dello sviluppo che ha determinato. Se recuperiamo le tappe fondamentali di questo grande “aggiornamento”, possiamo mettere in rilievo alcuni passaggi decisivi, necessari per capire del tutto ciò che sta accadendo nel dibattito ecclesiale degli ultimi mesi. Oggi molti dimenticano questa storia.

Nei primi decenni del XX secolo una serie di uomini e di istituzioni hanno scoperto che la tradizione era giunta ad una “impasse”. Nessuno sapeva più che cosa significava davvero celebrare: M. Festugière, R. Guardini, O. Casel, hanno portato alla luce, con le loro opere, questa “coscienza infelice”. Tra gli anni 20 e gli anni 40 il Movimento Liturgico elabora studi e pratiche nuove. Fino alla recezione da parte del Magistero, prima con Pio XII e poi con Giovanni XXIII e Paolo VI.

Il Concilio Vaticano II intuisce che questo è il primo e fondamentale aspetto di rinnovamento della vita cristiana (SC 1) e imposta una riforma liturgica complessiva dei riti. La riforma, nella sua fase istituzionale, copre i primi 25 anni dopo SC e giunge fino al primo bilancio, nel 1988. Da allora inizia una lenta fase di applicazione e di recezione, che si accompagna al negazione e alla insofferenza. Proprio il 1988 è una data fatidica, essendo l’anno in cui Mons. Lefebvre rompe con Roma: il suo dissenso di nutre del rifiuto della riforma liturgica, come rifiuto della riforma della Chiesa.

La storia degli anni successivi al 1988, prima sotto Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI, è la preparazione di una “indiretta sospensione” della riforma liturgica, che si realizza, di fatto, tra il 2007 e il 2021. Se il vecchio rito tridentino viene designato, all’improvviso, come “vigente”, assumendo il nome di “forma straordinaria del rito romano”, ecco che la forma rituale, 43 anni dopo il Vaticano II, diventa secondaria. La comunione ecclesiale non ha più la liturgia come “culmen et fons”, ma solo come “funzione”, come “espressione”, come “attaccamento sentimentale” di una identità che si fonda, inevitabilmente, altrove.

E’ interessante notare che proprio la fase gestita da Benedetto XVI ha significato la perdita della centralità della liturgia, introducendo un “parallelismo delle forme”, che non produce pace, bensì conflitto e contrasto. Proprio il papa che aveva trovato nella “liturgia” il cuore del Vaticano II, ha promosso la sua emarginazione, dalla fede al sentimento, dalla comunione all’attaccamento personale.

Ma la fase di influenza di Summorum Pontificum si è esaurita nel 2021, attraverso un atto di ragionevolezza e di “custodia della tradizione” da parte di papa Francesco. Così è accaduto, in modo paradossale, che il papa amante della liturgia abbia emarginato la liturgia nel sentimento e nell’attaccamento personale, mentre il papa gesuita, liturgicamente meno appassionato, abbia però garantito alla liturgia di restare al centro, con la sua funzione di mediazione originaria della identità: per questo nella sua qualità di linguaggio comune a tutta la Chiesa.

Con la morte di papa Francesco e la elezione di papa Leone, poco più di un anno fa, è iniziato un esercizio di amnesia collettiva, come se la questione liturgica iniziasse nel 2025, come se da più di un secolo non si fosse stratificata una coscienza ecclesiale acquisita. Le posizioni di diversi soggetti ecclesiali, che godono di una giusta autorevolezza, sembrano diventare immature e ingenue proprio quando parlano di liturgia: invocano una “conciliazione” ma non si capisce “tra chi” e “in che modo”.

La sola domanda di “mediare” tra le posizioni (ossia tra riforma liturgica e rifiuto di essa) è il segno grave che si è dimenticata la storia che ho brevemente raccontato. La mediazione, l’unica mediazione possibile, è il nuovo rito, scaturito dal travaglio di 40 anni, dagli anni 40 fino agli anni 80! Si può e si deve lavorare sul nuovo rito, non al posto di esso: pensare che si possa accogliere, nella chiesa cattolica, chi ne rifiuta la liturgia, è una illusione senza speranza. Non si può essere cattolici se si pretende di celebrare con un rito che la Chiesa cattolica ha esplicitamente voluto superare, perché lo ha ritenuto inadeguato.

Il fatto che molti abbiano dimenticato questa storia e che pensino di poter trovare, oggi, una mediazione tra storia e controstoria è il segno di una profonda incomprensione: il rito non è più compreso nella sua funzione di mediazione originaria della fede.

Per questo motivo, il presupposto della domanda di “vecchio rito” è la mancata comprensione del cuore della intuizione che il Movimento Liturgico e la Riforma Liturgica hanno introdotto nella coscienza ecclesiale. Ciò che caratterizza la fase recente del dibattito è il fatto che il Magistero, negli ultimi 20 anni, ha rischiato di perdere questa evidenza e ha promosso, incautamente, l’idea che possano esistere, contemporaneamente, due forme del medesimo rito romano. Questo è il punto teologicamente infondato e perciò più pericoloso. Di fatto Summorum Pontificum rende marginale la liturgia. Al suo interno vi è la affermazione di una irrilevanza del rito concreto nella definizione del profilo del cristiano e del prete. In sostanza si può dire, secondo quel testo, che una forma vale l’altra. Le posizioni che, in qualche modo, recepiscono questa visione, anche oggi, perdono la centralità del rito nella definizione della identità ecclesiale. Non a caso si parla di “nuovo movimento liturgico”, una espressione che significa, di fatto, negazione della idea centrale del movimento liturgico.

Il Magistero più recente, però, si è convinto che questa strada è un abbaglio e ha rimediato. Di diverso avviso sono altri, che, in ordine sparso, restano esposti alla tentazione di relativizzare le differenze rituali e di trovare la necessaria unità su un piano diverso, che aggira le azioni rituali o le mette da parte addirittura. Proprio qui, però, sta il problema della irriducibilità della questione teologica del rito agli affetti, agli attaccamenti, alle diplomazie o politiche ecclesiastiche. Su questo non credo che si possa aggirare in alcun modo la mediazione decisiva: ossia la Riforma liturgica. Alle condizioni dell’unico rito comune è possibile considerare con cura ogni differenza. Nulla invece può essere fatto per coloro che rifiutano il frutto del Vaticano II.

Forse potrebbe essere utile considerare, come ultima cosa, il fatto che i lefebvriani – se torneranno a rompere con la Chiesa cattolica, con ordinazioni che implicano scomunica immediata – hanno come colonna portante (anche se non esclusiva) il fatto che da 60 anni rifiutano in toto la riforma liturgica. Quando nel 2007 Summorum Pontificum fu introdotto a regime venne accompagnato dalla remissione delle scomuniche dei vescovi lefebvriani. Vent’anni dopo è diventato evidente che quel gesto non ha cambiato i lefebvriani e ha invece di molto complicato il campo cattolico, illudendo amaramente coloro che pretendono di celebrare con una forma rituale che il Concilio Vaticano II ha inteso esplicitamente superare. Una liturgia che si può celebrare solo in latino non è più una liturgia cattolica. Per questo nessuno può essere “sinceramente legato” alla forma rituale tridentina. Se è legato non è sincero e se è sincero non è legato.

Così, se saranno scomunicati i vescovi lefebvriani a luglio, sarà forse chiaro a tutti che una sola può essere la forma rituale della liturgia cattolica e che ogni mediazione tra diverse sensibilità potrà avvenire in questo orizzonte comune, non in alternativa ad esso. Nella chiesa romana possono e devono esserci diverse sensibilità. Non possono e non devono esserci forme diverse dello stesso rito romano. 

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