“Una teologia intollerante e sorprendentemente semplificatrice”. La radice della insofferenza verso Amoris Laetitia


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(nella foto da destra: Luigi Sartori, Tullio Citrini e Severino Dianich)

Tutto è cominciato per caso. L’altra sera, alla fine di una conferenza a Fossò, un amico, mentre parto per tornare a casa, mi guarda e mi dice, mostrandomi un libro: “lo conosci?”. Do una occhiata rapida e vedo l’autore, Luigi Sartori! “No, questo libro non lo conosco”. Lui me lo allunga e dice: “Un regalo, a 10 anni dalla morte di Don Luigi”.

“Il Dio di tutti” è un bel volumetto, con una intervista e alcuni saggi degli anni 80 e 90, del grande teologo italiano Luigi Sartori. E’ stato uno dei fari della mia formazione. Lo avevo conosciuto a Pescara, nel 1987, poi era stato mio professore a Padova, nel biennio 1988-1990. E poi lo avevo seguito per tanti anni, a Torreglia, a Trento, a Urbino, anche nel tempo della malattia, visitandolo al Seminario di Padova, nella sua stanza piena di libri, dove lui spuntava sorridente e scattante, tra pile e pile di volumi.

Questo nuovo incontro, dopo 10 anni dalla morte, mi ha commosso. E ho ritrovato, sulla sua pagina, tutta intera la sua forza, la sua lucidità, la sua verve.

Ma poi, in una nota, ho trovato la traccia di un dibattito che avevo dimenticato. La storia della protesta dei teologi italiani, contro la involuzione del magistero, alla fine degli anni 80. E qui sono rimasto colpito da una sorprendente coincidenza.

In un articolo sul “Regno” del 1989, firmato dal grande moralista Bernhard Haering, si denunciava con forza il sorgere di una “teologia intollerante”, che veniva ricondotta, almeno in Italia, alla figura del giovane Carlo Caffarra.

La sorpresa per me è stata grande. Nelle righe di Haering trovavo descritte, già 28 anni fa, le medesime dinamiche di oggi, ma capovolte e – provvidenzialmente – sovvertite.

Allora Caffarra poteva determinare “la posizione del magistero” in materia familiare e sessuale, con un massimalismo e una intransigenza del tutto unilaterali. Oggi Caffarra non ha cambiato posizione, ma si trova scavalcato da un Magistero serio, solerte, appassionato e fedele alla grande tradizione della Chiesa, alla sua meravigliosa complicatezza e alla sua sorprendente ricchezza. Il Magistero sa cambiare, Caffarra no.

Vorrei citare solo alcune delle parole di Haering di allora. Egli inizia dall “impressionante terremoto provocato nella Chiesa da un monsignore”. Questo monsignore è Carlo Caffarra, la cui “teologia è intollerante e sorprendentemente semplificatrice”. Periculum latet in generalibus. E la impostazione “teoretica” di Caffarra introduce un massimalismo strutturale nella analisi etica e impedisce qualsiasi forma di “convenienza”, di “epikeia”, di “discernimento”. Con una intelligenza dell’etico puramente formale e fredda, egli risolve drasticamente – disumanamente – tutte le questioni di etica sessuale e matrimoniale.

Questa era la diagnosi lucidissima con cui Haering chiedeva una mediazione papale ed episcopale, che ponesse un freno a questo piano inclinato. Abbiamo aspettato quasi 30 anni. Il vero punto di arresto di questo disastro massimalistico – che tanto ha influenzato soprattutto il lavoro dell’Istituto Giovanni Paolo II – è rappresentato da “Amoris Laetitia”, che permette di superare una morale fredda da scrivania e recuperare il calore di una lettura pastorale della tradizione morale cristiana.

Come si dice solennemente al n.312 di AL

Questo ci fornisce un quadro e un clima che ci impedisce di sviluppare una morale fredda da scrivania nel trattare i temi più delicati e ci colloca piuttosto nel contesto di un discernimento pastorale carico di amore misericordioso, che si dispone sempre a comprendere, a perdonare, ad accompagnare, a sperare, e soprattutto a integrare.”

Caffarra, ai suoi tempi, ha rappresentato una rottura, grave e pesante, rispetto a questa antica tradizione teologica e morale. Una rottura e una forzatura di cui porteremo ancora a lungo i segni e le cicatrici. Grazie ad Amoris Laetitia possiamo ritrovare una continuità con la grande tradizione cattolica, nella quale riconosciamo finalmente un magistero che non vuol essere la difesa arcigna e violenta di una “ontologia metafisica”, ma un autorevole e prudente “servizio alla fede dell’uomo e della donna”. I dubbi espressi da Mons. Caffarra contro AL sono in realtà la fine di un mondo. Forse la fine di un incubo. Sicuramente la fine di un delirio.

Quel che è certo è che Bernhard Haering e Luigi Sartori – allora vittime delle proscrizioni curiali –  ora sorridono dall’alto, magna cum laetitia.