Munera 3/2020 – La filosofia contro la filosofia delle donne. Intervista con Laura Boella

Munera 3/2020 – La filosofia contro la filosofia delle donne. Intervista con Laura Boella

«Il pensiero femminile ha rappresentato a lungo una tradizione nascosta». Uso volutamente l’espressione che dà il titolo a un saggio di Hannah Arendt, The Jew as Pariah: A Hidden Tradition, al cospetto della distruzione dell’ebraismo europeo. In questo e in altri scritti il riferimento va a poeti e scrittori (Heine, Kafka) che avevano fatto della nascita ebraica non uno stigma da cancellare con l’assimilazione, ma una differenza, un valore testimoniato dalla loro vita e dalla loro scrittura. Arendt lavorava sull’apparente paradosso di una tradizione, termine e concetto che rinviano alla trasmissione di un’eredità, riconosciuta con fatica dagli stessi che la vivevano in prima persona, dispersa e drammaticamente annientata, che poteva essere resa visibile solo a partire da uno sguardo diverso sul passato e sul presente. La storia della subalternità e dell’oppressione delle donne in una società patriarcale ha tratti che s’intersecano con l’antisemitismo e altre forme di discriminazione razziale e politico-sociale, ma non è interamente sovrapponibile ad essi. Non la si può considerare, almeno così io credo in dissenso con alcuni orientamenti di studiose femministe, un patrimonio da sempre (antica Grecia, matriarcato, società contadine, monachesimo femminile, “preziose” del Seicento e Settecento francese) proprio delle donne, calpestato, occultato e condannato a emergere saltuariamente, in forma carsica. Non sto mettendo in discussione il “tesoro” della cura della vita, la sapienza relazionale di cui le donne sono state maestre in tempi di divisione del lavoro domestico da quello della guerra e del profitto. Ritengo che questi valori solo in casi eccezionali siano stati vissuti liberamente e soprattutto oggi si siano dispersi nei mille rivoli della volontà femminile di diventare uguali agli uomini. La posta in gioco è analoga a quella richiamata da Arendt per l’ebraismo, ossia il passaggio da una differenza femminile vissuta come un dato di “natura” alla cui op- pressione occorre ribellarsi, rivendicando un’identità esclusivamente fondata sulle ingiustizie e sulle violenze patite, a una libertà in grado di dare significato all’essere nata donna in un mondo comune, abitato da donne e da uomini.

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