Munera 2/2020 – Claudio Bernardi e Annamaria Cascetta >> Ci sarà ancora teatro nel mondo che verrà?

Munera 2/2020 – Claudio Bernardi e Annamaria Cascetta >> Ci sarà ancora teatro nel mondo che verrà?

Una moltitudine di persone, bambini, giovani, vegliardi si aduna davanti alla reggia di Edipo, protendendo rami rituali avvolti in bende di lana e levando implorazioni. Il terrore li spinge a supplicare il re che già una volta ha salvato dalla sfinge la città perché di nuovo la salvi. Ora una peste imperversa che svuota le case, rende sterile la terra affamando il popolo. Tutti soffrono il morbo. Edipo promette che disperderà quella bruttura, indagandone la causa.

Comincia così, come è noto, l’Edipo re di Sofocle. Siamo alle origini della plurimillenaria storia del teatro dell’occidente e abbiamo già i fondamentali elementi che ci fanno capire perché il teatro è necessario e quale ne è l’essenza. Secoli poi di teoria e di prassi avrebbero costruito una formidabile tradizione teorica, artistica e cerimoniale.

La tragedia si rappresenta in un arco di tempo che va dal 440 al 420 a.C. nel contesto delle grandi feste cittadine ateniesi in onore di Dioniso. È un momento fondamentale del vivere civile, un rito di meditazione corale sui fondamenti della propria civiltà. Si compie attraverso la rielaborazione e l’attualizzazione del mito noto a tutti. È un’esperienza collettiva empatica, salutare, che scarica le tensioni attraverso le dinamiche catartiche della pietà e del terrore e attraverso l’altezza del logos e la complessa strategia comunicativa della struttura drammatica, che mescola parola, danza, musica, varietà dei metri, sollecita i sensi e fa guadagnare un sapere intellettuale. La vicenda dell’Edipo sofocleo è nota e possiamo interpretarla, aldilà delle puntualizzazioni filologiche in cui qui non è il caso di entrare. Dominato dalla sua hubris, prima del potere e poi del conoscere sé stesso, Edipo scopre con una serrata, lucida e implacabile inchiesta, la terribile verità. Guadagna cioè un sapere e guida la comunità a acquisirlo: riconosce la fragilità dell’uomo e la potenza del fato, ma contemporaneamente afferma le risorse della sua intelligenza, la dignità del guardare in faccia la colpa, di espiarla e, accettando il limite, di diventare attraverso l’assunzione della responsabilità, sacrificio motore di un avanzamento nella costruzione dell’uomo e della sua storia.

L’intuizione dell’essenza del teatro c’è tutta e c’è la sua fondazione.

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