Munera 1/2020 – Maria Antonietta Crippa >> Antiche architetture come stelle estinte?

Munera 1/2020 – Maria Antonietta Crippa >> Antiche architetture come stelle estinte?

Alla lunga e vasta storia dell’arte medievale, e in essa anche a quella dell’architettura, costruita secondo una grandiosa operazione di classificazione da metà del XIX secolo circa fino ad oggi e tuttora non conclusa, è attribuito attualmente un carattere ambivalente. Ritenuta, da un lato, utile maglia ordinatrice, persino inevitabile nella sua ormai canonica sequenza diacronica lineare, essa è valutata, dall’altro lato e sotto vari punti di vista, insoddisfacente. In primo luogo in ragione del preponderante, se non esclusivo primato del paradigma stilistico formale, ma anche perché la selezione di temi e problemi sui quali è stata costruita ha portato a trascurarne altri di cui oggi si rileva l’importanza.

Può accadere che l’attenzione ai documenti esaminati per ragioni le più diverse, risulti occasione di scoperte che allargano l’orizzonte della storia dei luoghi abitati e pongano interrogativi su argomenti quasi sconosciuti. É quanto è accaduto a Ercole Ceriani e Laura Maletti nello svolgere la propria tesi di laurea in Architettura, a Milano, sugli edifici cinquecenteschi per il culto della Pieve di Incino, oggi frazione di Erba, in provincia e nella diocesi di Como, ma nel Medioevo centro plebano appartenente all’arcidiocesi ambrosiana e al ducato di Milano.

Nell’approfondito esame delle cinquecentesche visite di età borromaica nella pieve, essi notano, in disegni e considerazioni degli inviati del cardinal Borromeo, indizi di antiche chiese medievali di cui non si aveva memoria. La scoperta è per loro occasione di muoversi alla ricerca del senso e della diffusione del tipo di chiese a due absidi giustapposte, o affiancate, misterioso fenomeno edilizio che scoprono molto diffuso, nelle aree cristiane orientali e occidentali, ma oggetto di scarsi studi.

Accertano, nella paradossale scarsità di informazioni disponibili su queste architetture l’evidenza di un caso limite, di una più generale disattenzione per la singolarità di sintesi – liturgica, devozionale e artistica – propria degli edifici cristiani per il culto.

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