Munera 1/2018 – Calogero Micciché >> Editoriale. Pensare i beni comuni

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Di beni comuni oggi si parla tanto, talvolta anche impropriamente.

Nei dibattiti politici, ad esempio, il concetto è usato spesso quasi fosse una formula taumaturgica, capace di tutelare gli interessi delle collettività, di sanare contrasti sociali e di riunire i cittadini per nuove battaglie democratiche sol che sia associata alla difesa o alla promozione di qualcosa.

Qualunque sia la cosa da salvaguardare – aria, acqua, terre coltivabili, libertà di accesso a internet, genoma umano, biodiversità, patrimonio artistico, paesaggio, sementi, strutture sanitarie, livelli occupazionali, etc. – il concetto, se usato in senso politico, sembra voler obiettivare quello più generale di bene comune. In quest’ottica i beni comuni sarebbero allora uno strumento reale, tangibile, per mezzo del quale perseguire il bene della collettività.

Eppure, benché il successo della categoria risieda proprio nella relazione evocativa con il bene comune, questo rapporto non è sufficiente a definirne la nozione in modo utile, ossia tale da attribuire ai cittadini dei poteri di intervento tutelabili giuridicamente.

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