Munera 1/2017 – «Vi sarò sempre vicino in ogni modo». Paolo Prodi (1932-2016)

Munera 1/2017 – «Vi sarò sempre vicino in ogni modo». Paolo Prodi (1932-2016)

«Vi sarò sempre vicino in ogni modo». Così si concludeva l’ultimo e-mail che il professor Paolo Prodi ci ha inviato lo scorso 25 ottobre. Nessuno poteva immaginare che quel messaggio, scritto dal Professore dopo aver letto il numero 3/2016 di Munera, avrebbe acquistato il valore di un testamento, che ora tutti ci impegna. Il professor Prodi è infatti mancato lo scorso 16 dicembre, lasciando un vuoto incolmabile nella cultura non solo del nostro Paese, ma dell’Europa e del mondo intero. Storico fuoriclasse, il professor Prodi era noto in tutto il mondo per i suoi studi sull’età moderna (e non solo): sulla nascita del moderno come esito di un processo di secolarizzazione interno allo stesso cristianesimo, e su quello che egli chiamava il “paradigma tridentino”, ovvero la peculiare forma di chiesa uscita dal Concilio di Trento e giunta fino a noi.

In segno di gratitudine per un uomo colto e intelligente, generoso verso le generazioni più giovani, intellettuale impegnato a pensare criticamente la transizione epocale del nostro tempo con i suoi rischi e le sue derive, autentico modello di onesta intelligenza per tutti noi, abbiamo deciso di trascrivere e di pubblicare le parole che egli pronunciò il 24 gennaio 2012 a Milano, in occasione della presentazione ufficiale della nostra rivista, mettendole a disposizione dei nostri lettori. La sua memora ci incoraggia e ci impegna. Arrivederci professor Prodi, e grazie.

La redazione

Ho accettato con grande entusiasmo di partecipare: è un momento fondativo di questa impresa di cui Biancu mi parlava da tanto tempo.

È un’impresa abbastanza anomala nel panorama attuale. Uno si sarebbe aspettato casomai una rivista online. Invece, se ho interpretato bene il pensiero del gruppo che lo porta avanti, ho visto il desiderio di fare un oggetto che si potesse in qualche modo toccare. Io ritengo che, in questo momento, ciò sia molto importante. Prima si parlava del silenzio come importante: il silenzio in qualche modo può essere connesso con il mondo cartaceo. È necessario un qualcosa che sia in rete perché l’oggetto da solo probabilmente nel mondo d’oggi è molto in difficoltà; quindi io credo che voi pensiate a un legame che congiunga l’oggetto, cioè la rivista in cui ciascuno gioca con la parola scritta, con la propria riflessione, e l’inizio di un colloquio come processo. Oggi è necessario perché non ci possiamo vedere, quindi la rete diventa appunto il modo per farlo. Questa è una prima riflessione sulla parola rivista. Spero e auguro che diventi un punto d’incontro in cui il cartaceo rappresenti in qualche modo il compimento di un discorso, di un colloquio tra varie discipline umane come riflessione sull’oggi.

L’aggettivo europea: la rivista ha anche una composizione europea nei protagonisti, così come una visione europea dei problemi del mondo di oggi. La discussione sull’Europa l’abbiamo impostata troppo, negli ultimi decenni, sulla condanna dell’eurocentrismo. Questo era giusto, specie nell’epoca della decolonizzazione. Ma adesso l’Europa – da sistema politico che un secolo fa, prima della Prima guerra mondiale, occupava e possedeva più del 90% delle terre emerse del mondo – è ridotta quasi in difesa, in un angolo del ring di questa nuova universalizzazione. Quindi, da una parte, abbiamo avuto la prevalenza di una cultura che si è misurata con l’Europa per fare i conti delle proprie colpe. Dall’altra è venuto dominando e crescendo il tema delle radici dell’Europa: il cercare di ricostruire in qualche modo – o artificialmente o con lo scavo della memoria – una identità europea. Produrre una speranza a questa Europa decaduta: negli ultimi anni questo è diventato un sentimento prevalente e forse un po’ opprimente. Mi riferisco al discorso sulle radici dell’Europa.

Il problema è proprio questo, banalmente: gli alberi hanno le radici e stanno fermi, di solito, in un posto; le civiltà non hanno radici e cambiano posto nel mondo. Questo provoca una situazione molto diversa: se noi ci mettiamo dal punto di vista delle radici – per carità, io come storico giudico il discorso delle radici sempre proficuo – il nostro dev’essere però un discorso che non ci distrae dal problema del futuro, cioè da che cosa l’Europa sta dando – o possa dare nel prossimo futuro – a questo mondo che si sta globalizzando. Questo ci deve porre in un’ottica del tutto diversa e dopo cercherò di dare due o tre esempi di questo. Il problema è quello, casomai, dell’eredità dell’Europa: di che cosa noi possiamo trasmettere a questo mondo di cui stiamo diventando soltanto una parte.

L’altro termine su cui mi voglio fermare un istante, prima di riprendere questo tema, è cultura. Questa è una crisi che non è puramente economica.

Qui apro una piccola parentesi, sperando di non andare molto lontano: quando ho cominciato a ragionare sulla crisi, dieci anni fa, per scrivere il libro su furto e mercato, il mio punto di partenza è stato un articolo del Sole 24 Ore che parlava di fondi sovrani. Allora non era diffusa questa parola, non si leggeva. Per un storico dell’età moderna la parola “sovranità” è sempre stata ancorata allo Stato: la sovranità è per eccellenza lo Stato moderno, quello famoso del potere legittimo teorizzato da Max Weber e altri. Ora invece ci siamo trovati a un punto di evaporazione, in qualche modo, della sovranità. Io sono cresciuto in un sistema di stati dilaniato dalla Seconda guerra mondiale, ma ancora inserito in una cultura secolare; invece ci siamo trovati a vivere in un mondo in cui i confini non esistono, perché sono filtrati da capitali che girano e vagano per il mondo in cerca di scommesse finanziarie: mi riferisco a questa specie di casinò che è l’economia finanziaria che è succeduta all’economia “classica” del capitalismo imprenditoriale, e ci troviamo dunque di fronte a un totale mutamento dei parametri culturali.

Tutto questo, evidentemente, con un influsso proprio sulla concezione stessa della cultura: il problema è se questa debba essere interpretata all’interno dei vecchi schemi o se invece debba cominciare a vagare per il mondo anch’essa. Non nel senso banale della globalizzazione, degli Erasmus… ma nel senso più profondo di cercare se si può costruire, al posto delle vecchie sovranità, un nuovo piedistallo su cui pensare il futuro.

Prima si ricordava proprio la frase che mi ha colpito anche stamattina, leggendo il resoconto del discorso del cardinal Bagnasco ai vescovi: “crisi o transizione epocale?”. Io credo che i termini possano anche coincidere: siamo di fronte a una crisi che è crisi di transizione epocale, sono finiti i secoli della costruzione del mondo europeo e dobbiamo essere pronti ad avvertire i segnali che ci vengono da tutte le parti, e non solo dalla nostra memoria. Si tratta di una crisi antropologica, nel senso che stanno cambiando le grandi strutture che erano i contenitori della cultura.

Se la funzione degli intellettuali è quella di riflettere sulla cultura, questa evidentemente deve avere dei punti di riferimento a una realtà che sta mutando. Giustamente nell’editoriale Biancu insisteva sui segni dei tempi. “Segni dei tempi” ha due valenze: quella ovviamente profetica e quella più modestamente di lavoro intellettuale, di scavo, per capire in quale direzione stiamo andando. La fine dell’età moderna, potremmo dire.

Il problema è questo: se finisce l’epoca in cui le strutture in cui noi siamo stati educati in questi ultimi cinquant’anni stanno franando, allora il problema fondamentale è che cosa tutto questo significhi per chi partecipa in qualche modo alla visione cristiana, ovvero che cosa portiamo con noi in questo nuovo mondo di questo tipo di eredità. Credo che si possa dire, almeno dal mio punto di vista, che la preoccupazione fondamentale è che cosa può dire il cristianesimo al nuovo mondo: non dunque quanto e perché l’Europa debba rimanere cristiana per le sue origini o per le sue radici.

Io credo fondamentalmente che il cristianesimo sia l’elemento che portiamo con noi: non è una radice, ma è la misura di un dualismo rispetto al monopolio del potere che ci si presenta come una nuova forma di Moloch che tende ad assorbire sia il potere politico sia il potere economico in una specie di nuova sacralità dei consumi, al confronto del quale le vecchie religioni politiche nel nazismo, del fascismo, del comunismo sembrano dei ferri vecchi come ideologie superate. Anche senza fili spinati o campi di concentramento, queste ipotesi di una nuova sacralità della vita economica sono veramente il problema che dobbiamo affrontare in primo luogo. Questo si può declinare in tante direzioni: questo è il compito della rivista e credo che già il primo numero sia la testimonianza di un approccio di questo tipo.

È in atto una crisi della democrazia, che dobbiamo pensare in termini del tutto nuovi. Dobbiamo certamente difendere la poca democrazia che abbiamo e dobbiamo difendere il patto generazionale che è messo a rischio, per i problemi che ben sappiamo nei riguardi delle nuove generazioni. Ma, soprattutto, le istituzioni democratiche hanno in gran parte esaurito il loro ciclo e non rappresentano una conquista di tipo razionale, applicabile una volta fatta (abbiamo visto i fallimenti dell’esportazione della democrazia in questi anni). È una democrazia rappresentativa che ha fatto il suo tempo, che – si intenda bene – noi dobbiamo difendere (non vorrei essere interpretato in senso populista: è proprio il contrario del populismo!), però dobbiamo porci il problema. Io cito sempre il caso di Savonarola, perché sono molto affezionato a questo domenicano che fu bruciato nel 1498 ma che adesso viene beatificato. Che cosa voleva fare Savonarola contro il dominio dei Medici, dei banchieri, non ancora principi ma di fatto padroni di Firenze alla fine del Quattrocento? Istituì un consiglio grande, il Consiglio di Città, composto di 3600 persone. Fece edificare – e qui entra il problema dell’architettura che viene toccato ancora in un altro articolo della rivista – il Salone dei Cinquecento, perché bisognava avere uno spazio in cui si potesse discutere di politica. Nonostante questo, essendo 3600 i membri, si dovevano fare i turni. L’esperimento durò un anno e mezzo, poi naufragò completamente. Il problema era la rappresentanza, gli strumenti della rappresentanza. Il cittadino a un certo punto si stancava di andare a discutere di politica e ognuno si faceva molto semplicemente i suoi affari: questo fu il disfacimento del governo popolare di Firenze. Nel Settecento in Inghilterra s’inventò il collegio elettorale e tutti quei meccanismi che hanno portato alle nostre istituzioni, alla democrazia rappresentativa: il parlamento, le legislature di cinque anni, il deputato rappresentante del collegio, ecc.

Noi vediamo che queste cose sono traballanti al giorno d’oggi, non per un problema teorico, ma perché di fatto ci troviamo in una situazione in cui decisioni politiche prese sotto l’impeto elettorale e la ricerca di consenso hanno ripercussioni trent’anni dopo (pensiamo al caso delle centrali nucleari, o qualsiasi altro caso che investa le cose del pianeta). Insomma: le coordinate di tempo e di spazio sono mutate. Il nostro sforzo dev’essere quello di una revisione critica dei segni dei tempi che abbiamo adesso, nella ricerca di una soluzione che salvi la democrazia, e che allo stesso tempo la salvi nelle nuove dimensioni che si sono venute a creare.

Un altro esempio riguarda la crisi più propriamente economica, cioè il dominio del potere economico sul potere politico, la ricostruzione di una specie di monopolio del potere che deriva dalla debolezza degli Stati e da tante cose che sappiamo bene. Ed è a questo che bisogna connettersi per un certo tipo di riflessione che tocca, a mio avviso, proprio quella componente cristiana che è in qualche modo anche una delle anime principali dell’impegno di questa rivista. Una rivista che non vuole portare soluzioni immediate, ma aiutare una riflessione di lungo raggio, di lungo tempo, di periodo lungo, nel senso di cercare di capire. Vi è un dualismo che è proprio del cristianesimo, che abbiamo veramente ereditato e su cui è costruita – a parte il discorso sulle radici che, come ho detto, non mi persuade – la società europea degli ultimi secoli: il dualismo, cioè, tra la sfera del sacro e la sfera della politica, del potere, che spesse volte è venuto meno, fino alle contraddizioni più vive e sanguinose come quelle della Shoah. Ma questo dualismo è sempre sopravvissuto. Come possiamo noi importare nel mondo che sta nascendo questo tipo di esigenza? Se può sopravvivere, questo si può chiamare forse spirito europeo. In un certo senso esso porta a distinguere tra le diverse sfere e, in qualche modo, a mantenere questo rapporto di alterità tra la sfera della coscienza dell’individuo, dell’uomo in senso “umanistico”, e la nuova società che si sta profilando. Grazie.

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