Munera 1/2017 – Editoriale

Munera 1/2017 – Editoriale

Ricorre quest’anno il quinto centenario della Riforma protestante. Il 31 ottobre 1517 Martin Lutero – o forse qualcuno dei suoi studenti – affisse sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg le sue famose 95 tesi sulle indulgenze: gesto a cui si fa tradizionalmente risalire l’inizio della separazione da Roma.

Lutero fu presto seguito da altri riformatori – Huldrych Zwingli, Giovanni Calvino, John Knox e in seguito molti altri – e la Riforma protestante segnò così la prima grande divisione interna all’Europa Occidentale.

Lo scisma del 1054 aveva precedentemente prodotto la divisione tra Chiesa latina e Chiesa greca, segnando al contempo la nascita dell’Occidente: un Occidente aristotelico e pratico rispetto a un Oriente più decisamente platonico e mistico. La Riforma protestante introduceva ora una divisione al cuore stesso dell’Occidente. Divisione che avrebbe prodotto una frattura non soltanto a livello ecclesiale e politico, ma anche sul piano culturale e intellettuale: l’autorità e la tradizione, da una parte, e la libertà e il pensiero critico, dall’altra, non sarebbero più riusciti a mantenere una sana tensione polare tra loro, assumendo le sembianze di due antagonisti in reciproca contraddizione. Il conflitto tra mediazione e immediatezza sarebbe da allora divenuto insanabile: in campo politico ed ecclesiale, ma anche filosofico, teologico, epistemologico, perfino economico.

Qualcosa sta oggi cambiando, lentamente ma irreversibilmente. Tra cattolicesimo e ortodossia non esistono più serie divisioni di natura teologica. I motivi di divisione sono pressoché essenzialmente politici e – spesso – geopolitici. Anche tra cattolicesimo e protestantesimo si respira aria nuova. La partecipazione dei massimi livelli della Chiesa di Roma alle celebrazioni del quinto centenario della Riforma – papa Francesco lo scorso 31 ottobre ha partecipato in Svezia alla celebrazione comune cattolico-luterana – esprime in maniera tangibile che qualcosa di a lungo insperato si è prodotto: la memoria del passato non è più motivo di divisione, ma di unità. Non si annulla ciò che è stato, ma lo si rilegge insieme, quale appello al cambiamento rivolto ad entrambe le parti (cfr. in questo numero di Munera l’intervista a Michel Grandjean, storico protestante, e a Ottmar Fuchs, teologo cattolico).

Sarebbe bello pensare che questo riavvicinamento tra differenze finalmente riconciliate possa produrre degli effetti anche sull’Europa della politica e delle istituzioni. Le Chiese cristiane hanno tuttavia da tempo un impatto molto limitato sulle politiche del Vecchio Continente e difficilmente questo procedere verso un sempre maggiore riconoscimento e apprezzamento reciproco potrà portare, nell’immediato, a una riscoperta delle ragioni per vivere insieme sotto istituzioni e politiche comuni. Costituisce tuttavia un segno importante e ha una carica simbolica molto forte: non esistono muri che un giorno non possano crollare, incomprensioni e preclusioni che non possano svanire, egoismi e attaccamenti illusori ai propri spazi e al proprio potere che non possano venir meno.

Nessuna delle Chiese cristiane ha oggi la forza di incidere in maniera efficace sui destini politici dell’Europa e non si deve certo rimpiangere il tempo in cui questo era possibile: non solo la laicità delle istituzioni pubbliche è un valore, ma essa rende un servizio importante alle stesse fedi religiose (lo insegnava già Kierkegaard due secoli fa: quando tutti sono per definizione cristiani, il rischio è che nessuno lo sia più per davvero).

Le Chiese cristiane possono oggi svolgere il ruolo di minoranze creative capaci di avviare processi di rinnovamento: se in generale la tendenza è oggi di chiudersi nel proprio piccolo e rassicurante spazio, immunizzandosi anche solo dal contatto col diverso, le Chiese cristiane possono mostrare con coraggio che un’altra via è possibile: è possibile aprirsi all’altro, anche a quello che per secoli ha rappresentato un’alterità irriducibile e incompatibile. Da una accettazione reciproca di differenze tra loro non uniformate o omologate, ma profondamente accettate e riconciliate, può iniziare il risveglio dell’Europa.

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