Non regredire rispetto al Vaticano II: l’addio ad Armido e la lettera dei 63 teologi del 1989


treteologi**

Con la morte di Armido Rizzi, il 17 agosto scorso, è scomparso un altro autorevole firmatario della lettera con cui una buona parte dei più autorevoli teologi italiani di 30 anni fa portavano a conoscenza la loro preoccupazione verso gli sviluppi magisteriali che si manifestavano in quegli anni. A distanza di più di 30 anni, proprio in questa occasione di soglia – ogni morte è sempre bilancio e insieme rilancio – può essere utile una riconsiderazione del contesto, dei soggetti e dell’oggetto di quella lettera. Per poter capire meglio, davanti alle “imagines” di chi non c’è più, e nella compagnia di chi ancora lavora sulla causa, che cosa fare di quella eredità e come elaborare oggi quella testimonianza.

a) Il contesto

Per comprendere la lettera dei 63 teologi italiani, del maggio 1989 occorre collocarla tra le conseguenze di una precedente presa di posizione di ben 163 teologi tedeschi nella cosiddetta “Dichiarazione di Colonia”, nel gennaio dello stesso anno. Va detto, tuttavia, che tra i due testi vi sono grandi differenze. Non solo perché il testo tedesco è firmato solo da teologi, mentre quello italiano raccoglie le firme di filosofi (come Ferretti o Zarone), di storici (come Melloni o Prodi), e di “padri della Chiesa” (come Turoldo e Bianchi). In secondo luogo, ed in modo qualificante, il testo italiano offre non tanto singole contestazioni di recenti indirizzi magisteriali, bensì un più arioso ragionamento sulla “regressione” che la tradizione cattolica sembrava subire rispetto alle evidenze maturate attraverso la elaborazione dell’evento del Concilio Vaticano II. In modo assai chiaro, e a differenza del testo tedesco, la lettera italiana mette al centro la questione di una adeguata recezione del Concilio Vaticano II, come vedremo meglio nel terzo paragrafo. Ma soffermiamoci meglio sui firmatari

b) I soggetti

Chi sono i firmatari di quella lettera? Per intendere il senso del testo bisogna esaminare bene l’elenco dei 63 firmatari, che riporto qui integralmente:

Attilio Agnoletto (Università Statale di Milano), Giuseppe Alberigo (Università di Bologna), Dario Antiseri (Università LUISS di Roma), Giuseppe Barbaccia (Università di Palermo), Giuseppe Barbaglio (Roma), Maria Cristina Bartolomei (Università di Milano), Giuseppe Battelli (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Fabio Bassi (Bruxelles), Edoardo Benvenuto (Università di Genova), Enzo Bianchi (Comunità di Bose), Bruna Bocchini (Università di Firenze), Giampiero Bof (Istituto Superiore di Scienze Religiose Urbino), Franco Bolgiani (Università di Torino), Gianantonio Borgonovo (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Franco Giulio Brambilla (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Remo Cacitti (Università di Milano), Pier Giorgio Camaiani (Università di Firenze), Giacomo Canobbio (Seminario di Cremona), Giovanni Cereti (Roma), Enrico Chiavacci (Studio teologico fiorentino), Settimio Cipriani (Facoltà teologica dell’Italia meridionale, Napoli), Tullio Citrini (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Pasquale Colella (Università di Salerno), Franco Conigliano (Università di Palermo), Eugenio Costa (Centro Teologico di Torino), Carlo d’Adda (Università di Bologna), Mario Degli Innocenti (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Luigi Della Torre (Direttore di “Servizio della parola”, Roma), Roberto Dell’Oro (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Severino Dianich (Studio Teologico Fiorentino), Achille Erba (Comunità San Dalmazzo, Torino), Rinaldo Fabris (Seminario di Udine), Giovanni Ferretti (Università di Macerata), Roberto Filippini (Studio teologico interdiocesano, Pisa), Alberto Gallas (Università del Sacro Cuore, Milano), Paolo Giannoni (Studio Teologico fiorentino), Rosino Gibellini (Direttore Editoriale Queriniana, Brescia), Réginald Grégoire (Università di Pavia), Giorgio Guala (Alessandria), Maurilio Guasco (Università di Torino), Giorgio Jossa (Università di Napoli), Siro Lombardini (Università di Torino), Italo Mancini (Università di Urbino), Luciano Martini (Università di Firenze), Alberto Melloni (Istituto per le Scienze Religiose, Bologna), Andrea Milano (Università della Basilicata), Carlo Molari (Roma), Dalmazio Mongillo (Roma), Mauro Nicolosi (Istituto di scienze religiose di Monreale, Palermo), Flavio Pajer (Istituto di liturgia pastorale, Padova), Giannino Piana (Seminario di Novara), Paolo Prodi (Università di Bologna), Armido Rizzi (Centro S. Apollinare, Fiesole), Giuseppe Ruggieri (Studio teologico S. Paolo, Catania), Giuliano Sansonetti (Università di Ferrara), Luigi Sartori (Seminario maggiore, Padova), Cosimo Scordato (Facoltà teologica sicula, Palermo), Mario Serenthà (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Massimo Toschi (Lucca), Davide Maria Turoldo (Priorato S. Egidio, Sotto il Monte), Maria Vingiani (Segretariato attività ecumeniche, Roma), Francesco Zanchini (Università abbruzzese, Teramo), Giuseppe Zarone (Università di Salerno).

Coloro che firmarono il testo appartengono a diverse istituzioni di ricerca, non solo ecclesiali, ma anche statali. Si tratta, come detto, non solo di teologi in senso stretto. Riletto a distanza di 30 anni vediamo bene i nomi che ancora arricchiscono il dibattito ecclesiale, sia tutte le voci che non possiamo più ascoltare: da Sartori a Turoldo, da Benvenuto a Barbaglio, da Mancini a Bof, da Alberigo a Rizzi, per citarne solo alcune.

c) L’oggetto

Di che cosa parlava il testo? La lettera è una pacata e limpida riflessione su 4 punti-chiave, che possono essere unificati sotto il tema: eredità conciliare.

- La Chiesa, che ha saputo attraversare con frutto il Concilio, sembra ora averne paura. La indole pastorale del Concilio sembra essere fraintesa, per ridurne strutturalmente la portata. La sostituzione del Concilio con formule precedenti sembra, già allora, ciò che deve essere superato;

- Una conversione ecclesiale, che esca dalle logiche mondane, sembra il corollario necessario al recupero di rapporto con la verità nella libertà. Per questo sul piano della ecclesiologia la lettera sollecita ad una recezione decisa della Costituzione LG

- La Chiesa intesa come “comunione di Chiese” esige un ripensamento coraggioso delle forme istituzionali, ivi comprese le nomine episcopali, per uscire da modalità di esercizio della autorità troppo centralizzate e poco rispettose della vita concreta delle singole Chiese;

- Infine, una ricomprensione del magistero, nelle sue funzioni e nel suo esercizio, implica una conversione profondo nel modo di concepire la funzione della teologia e il rapporto tra custodia della dottrina ed esercizio della critica.

La preoccupazione e il taglio del testo sono bene espressi da questa frase della conclusione:

“Abbiamo soltanto cercato di indicare alcuni dei riferimenti che riteniamo essenziali perché la comune riflessione e la prassi dei credenti non regredisca a stadi di consapevolezza della fede che il Vaticano II ha permesso di superare. Ma soprattutto ci auguriamo che nel cammino dei prossimi anni sappiamo tutti ricercare quello che ci unisce, prima ancora di quello che ci divide. Anche questo fu un richiamo spesso ascoltato nell’ultimo Concilio, ad opera soprattutto di colui che lo volle, Giovanni XXIII.”

d) L’eredità, 30 anni dopo

Ora che alcuni dei principali firmatari ci hanno lasciato, e comunque dopo 30 anni, credo stia ai teologi di allora e di oggi valutare quanto di quelle parole appaiono superate e quanto invece si esse rimanga come una sfida alla teologia di oggi e di domani. Di fatto non è difficile riconoscere, nella articolazione della lettera, una sorta di “orizzonte” nel quale possiamo trovare particolarmente sintonico il magistero che si è inaugurato con papa Francesco, il 13 marzo del 2013. Il primo papa “figlio del Concilio” ha portato a livello magisteriale molte delle istanze che i teologi italiani manifestavano 30 anni fa. Ma proprio questa grande opportunità, che viviamo ormai da 7 anni, ha portato alla luce anche tutte le resistenze che il “sistema” oppone ad una vera riforma. Se abbiamo scoperto un “dispositivo di blocco” che sembra ostacolare ogni riforma, abbiamo anche scoperto che la combinazione per superarlo resta ancora lontana da essere trovata. Anche le recenti proposte di “rilettura” del Concilio Vaticano II, di cui ho fatto cenno in un post di alcuni giorni fa, attestano che la “regressione” non è solo una possibilità, ma ripropone argomentazioni e modelli apertamente pre-conciliari.

e) Le imagines da custodire

Quando nel 1989 uscì il testo della lettera dei 63 seguivo le lezioni di Luigi Sartori, a Padova (ILP S. Giustina), ed ero continuamente aggiornato sulle vicende da Giampiero Bof, a Savona. Con altri firmatari della lettera, negli anni successivi, mi sono confrontato e continuo a confrontarmi. Alcuni di essi sono diventati vescovi (Brambilla e Filippini). Ma a distanza di 30 anni è evidente come quei temi esigano oggi una ripresa e chiedano alla teologia un lavoro di elaborazione critica e di proposta istituzionale che non può essere delegato ad altri. Custodire le imagines dei bravi teologi che hanno lavorato in questi decenni alla causa della riforma della Chiesa implica anche una assunzione di responsabilità e una aperta tematizzazione delle questioni. In primo luogo portando alla luce e discutendo le false argomentazioni con cui un “dispositivo di blocco” illude la Chiesa di non poter far altro che ripetere se stessa.

** nella foto, da sinistra, S. Dianich, T. Citrini e L.  Sartori, tre firmatari della lettera dei 63

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