Forma ricca e forma povera del Rito Romano




Il giorno 8 novembre, a Roma, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo, si è svolto un incontro di presentazione del volume di Patrick Regan, Advent to Pentecost. Comparing the Seasons in the Ordinary and Extraordinary Forms of the Roman Rite. Sono intervenuti, oltre all’autore,  James Puglisi, Paul Gunter e Andrea Grillo. Riporto qui sotto il mio intervento:

Reverendi Padri, Signore e Signori,

quando il Papa Giovanni XXIII aprì il Concilio Vaticano II, il giorno 11 ottobre del 1962, pronunciò il famoso discorso Gaudet mater ecclesia, nel quale, con singolare parresia, ebbe ad esprimersi in questo modo:

“Nell’esercizio quotidiano del Nostro ministero pastorale Ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pur è maestra di vita, e come se al tempo dei Concili Ecumenici precedenti tutto procedesse in pienezza di trionfo dell’idea e della vita cristiana, e della giusta libertà religiosa. A noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo”

Ho scelto di partire da queste parole del “Papa buono” per contestualizzare nel 50° anniversario della apertura del Concilio Vaticano II questo bel libro del Professore e Padre Abate Patrick Regan. Egli infatti, scrivendo questo volume, ha voluto attestare – con tutta l’onestà intellettuale e la competenza scientifica necessaria – la “grande grazia” che la Riforma Liturgica ha portato alla vita della Chiesa. In tal senso ha perfettamente ragione Kevin Irwin, nella Prefazione al testo, quando dice che l’autore, fin dalle prime pagine del libro, si pone “candidamente” l’obiettivo di mostrare “l’eccellenza e la superiorità della liturgia riformata sulla precedente, della forma ordinaria sulla straordinaria”. Occorre tuttavia subito notare – e lo facciamo con molta ammirazione – che il tono del discorso risulta sempre pacato, sereno, positivo, costruttivo, senza polemiche, quasi “recto tono”. Bisogna dare merito al Prof. Regan di aver saputo essere sulla pagina così come lo conosciamo dal vivo: sorridente, pacato, sereno, accurato, attento, pieno di umanità, e tuttavia altrettanto dolcemente e umanamente fermo e risoluto nelle sue determinazioni. Nel più tipico “understatement” anglosassone, l’oggettività del discorso si trasforma sulla sua pagina in un giudizio ponderato, equilibrato, ma determinatissimo, che non lascia ombre: ne esce un panorama solare, luminoso, pienamente ed efficacemente convincente.
Un tale libro, 50 anni dopo quel discorso di inaugurazione del Concilio, è uno svolgimento autorevole delle parole di Giovanni XXIII, è una dura e cocente sconfitta per tutti i vecchi e nuovi profeti di sventura, che nella Chiesa, come nella vita, vedono solo decadenza. È l’attestazione lampante e scintillante di un vero progresso liturgico, oggettivo e potente, che garantisce e protegge la sana tradizione proprio individuandone con pacato discernimento le rughe, le fragilità, le dispersioni, le contraddizioni: se ne prende cura e le sana. La riforma liturgica appare, dalle pagine del nostro Autore, come un grande atto di risanamento, una guarigione, un sorprendente arricchimento, un’iniezione di vitalità e una ricarica di entusiasmo.

Vorrei mostrare alcuni esempi di questi grandi meriti del testo, riferendomi come da accordi alla “settimana santa”, o, meglio, alla Domenica delle Palme e al Triduo Pasquale.
Potremmo dire subito: siamo al centro dell’Anno liturgico. Bene, ma dobbiamo subito chiederci: questa coscienza della centralità del Triduo Pasquale come è emersa alla coscienza ecclesiale? Quale è stato il cammino storico che ci ha condotti, passo dopo passo, a ricomprendere questa centralità? E, se l’abbiamo ritrovata, in che modo e per quali cause l’avevamo perduta?
Nella sequenza storica con cui l’Autore ricostruisce il cammino del Rito Romano appaiono evidenti alcune prime verità, che vorrei considerare subito, per poi entrare più nel dettaglio in alcuni aspetti specifici di questa storia:

a) Il rito romano nella forma del 62 (straordinario) e quello nella forma del 69 (ordinario) hanno tutti, alla radice, una riforma liturgica molto recente: se consideriamo questo “tempo” della Settimana Santa, scopriamo subito che non si tratta della contrapposizione tra una presunta “liturgia di sempre” e una “liturgia riformata”, ma di due stadi progressivi di un complesso percorso di riforma. Poiché tutto questo ambito, che va dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua, è stato oggetto di una profonda revisione durante il papato di Pio XII e poi è stato riesaminato e ulteriormente modificato dopo il Concilio Vaticano II. In certo modo dobbiamo ammettere che entrambe le forme – tanto quella ordinaria quanto quella straordinaria –  si collocano decisamente e inequivocabilmente “oltre Pio V”.

b) Dal testo risulta in modo lampante che la logica della revisione della Domenica delle Palme e della Settimana Santa, nel 1955, non ha ancora acquisito – né ritualmente né teologicamente – la coscienza della centralità del Triduo. Rimane sullo sfondo la definizione che Regan ne dà all’inizio del cap. 5, traendola giustamente dalla enciclica Mediator Dei dove si dice, al n. 158: “nella Settimana Santa, quando la più amara sofferenza di Gesù Cristo viene messa di fronte a noi dalla liturgia, la Chiesa ci invita a salire sul Calvario e a seguire la via crucis del Divino Redentore, per portare la croce con lui, per riprodurre nei nostri cuori il suo spirito di espiazione e per morire con lui”. In questo testo non vi è riferimento al Triduo e la lettura della partecipazione al rito è tutta giocata sul registro dell’actus animae.

c) Anche quando il riferimento al Sacro Triduo viene esplicitato, come nella istituzione del nuovo Ordo del 55, esso appare semplicemente equiparato agli “gli ultimi tre giorni della quaresima” – ossia non costituisce una entità diversa e autonoma rispetto al tempo quaresimale –  ed è costituito dal giovedì, venerdì e sabato santo. Comincia la mattina del giovedì e finisce con i vespri del sabato, lasciando fuori la domenica di Risurrezione.

d) Nel rito del 69, infine, giungiamo ad un ulteriore approfondimento, per noi del tutto decisivo, di questo interessante e sorprendente percorso: il Triduo cambia nome (non viene più definito Sacro Triduo, ma Triduo Pasquale); il cambiamento di nome corrisponde ad un cambiamento di “logica rituale” e di “ermeneutica teologica”. La logica rituale individua il Triduo come “entità autonoma”, come “tempo a sé” e lo fa cominciare con la “Messa in cena domini” del giovedì sera per farlo giungere ai “Vespri della domenica di Pasqua”; questo comporta, sul piano teologico, una vera “rivoluzione”: il triduo non riguarda più semplicemente la passione, o la sepoltura del Signore, ma abbraccia passione morte e resurrezione. La continuità della tradizione passa qui attraverso una forte discontinuità. Essa è necessaria per non perdere il significato unitario della Pasqua, che è “passio” e “transitus”.

e) Ma vi è di più. Questa unità di struttura rituale e di ermeneutica teologica rinnovata rilegge il mistero pasquale, integrando la celebrazione ecclesiale nel mistero stesso. Ogni giorno del Triduo è Pasqua. E la pasqua rituale e pasqua storica, il rito della cena e la morte in croce, si compiono nella Pasqua ecclesiale: come diceva Agostino il transitus Christi si compie e si rinnova nel transitus Christianorum. La comunità celebrante è, da questo punto di vista, parte integrante del mistero celebrato: “Il triduo celebra la Pasqua di Cristo attualizzata ecclesialmente come perfezione della salvezza e fine della creazione” (158).

Bisogna dire che questo crescendo sul Triduo Pasquale, che dopo si sostanzia nelle 80 pagine successive, trova corpo anzitutto nelle pagine 155-158, che bisognerebbe far studiare a memoria a tutti gli studenti di teologia e sorprendono ogni lettore, per chiarezza, incisività, ricchezza e serenità.

A questo punto vorrei considerare conclusivamente i risultati più significativi di questo importante volume, che l’autore colloca come conclusioni del suo testo:

- l’Ordo Missae del 1969 è un capolavoro della riforma liturgica, sia come Messale sia come Lezionario. La ricchezza dei testi (biblici e eucologici) e la teologia da essi mediata costituisce una grande ricchezza per la Chiesa postconciliare.

- Le Norme generali dell’anno liturgico propongono una nuova centralità della esperienza iniziatica del mistero pasquale, che va a compiersi nel nuovo Ordo della Iniziazione cristiana degli adulti, altro capolavoro della riforma liturgica.

- La grande ricchezza dei testi biblici, prefaziali, eucologici conduce l’autore ad una affermazione finale che merita di essere qui accuratamente riportata e considerata:

“In breve, la terza edizione tipica del Messale Romano di Paolo VI e il Lezionario sono tesori di inestimabile valore. Insieme al rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti, rappresentano il meglio della riforma liturgica generata dal Concilio Vaticano II. Una delle sfide pastorali più urgenti che attende la Chiesa contemporanea è di raggiungere l’ars celebrandi della forma ordinaria allo stesso livello di questi libri”

Nella considerazione conclusiva l’Autore segnala il compito di una attuazione della Riforma, che chiede alla Chiesa una nuova accuratezza in quella “ars celebrandi” che non è soltanto la applicazione accurata di tutte le rubriche, ma anche e soprattutto la attivazione di tutti i linguaggi della celebrazione, come ricorda la Esortazione Apostolica “Sacramentum Caritatis”.

Che cosa possiamo dedurre alla fine da questo testo?
Una prima cosa da osservare è che un libro del genere segna il nostro tempo di una qualificazione nuova. È, in fondo, un piccolo evento. Esso attesta che è possibile serenamente avvicinare due riti, storicamente divenuti, e ora resi “contemporanei” in determinate condizioni ecclesiali e pastorali, e si può farlo con grande serietà e serenità.
Ma in tutto questo desumiamo, in secondo luogo, una grande esperienza di “ricchezza” del rito del 1969. Scopriamo, nelle accurate sinossi proposte con grande cura dal P. Regan, che il rito del 62 è segnato invece da una grande povertà. È la nuova ricchezza a mostrarci questa antica povertà. È la profezia conciliare ad averci fatto scoprire a quanta ricchezza avevamo potuto e dovuto rinunciare.

Il MP “Summorum Pontificum” del 2007 rende possibile celebrare – solo a determinate e precise condizioni – mediante la forma povera del rito romano. In una certa misura, negli ultimi anni, possiamo ritenerci autorizzati a scegliere non la ricchezza, ma la povertà. Siamo liberi di impoverirci. Nella Chiesa questo non può certo stupire. C’è una scelta per i poveri e una vocazione alla povertà che, per certi versi, è costitutiva della Chiesa stessa. Ma qui, dobbiamo riconoscerlo, le cose stanno in modo decisamente diverso. Dobbiamo ammettere apertamente che non si dà, in nessun modo, l’ipotesi che questa scelta del rito povero possa mai diventare per noi una “opzione preferenziale”. Forse il senso comune lo aveva già suggerito a tutti, ma ora, dopo aver letto il libro di Patrick Regan, questa sproporzione tra ricchezza e povertà, tra ricchezza dell’ordinario e povertà dello straordinario, ha assunto una evidenza mai prima così chiara. Per questo motivo voglio proporre la traduzione in italiano di questo testo, perché possa essere subito conosciuto e apprezzato anche qui da noi, in Italia.

Grazie, P. Patrick, per il servizio che ha reso a tutta la Chiesa e ad ogni fedele. Questo suo libro, corrispondendo così bene alla profezia conciliare evocata all’inizio di queste mie parole, dimostra che essa davvero ha cominciato ad avverarsi. Il suo volume, come una bussola, potrà guidarci lungo la strada che abbiamo davanti, nel lavoro di comprensione teorica e di cura pastorale che i nostri figli si attendono da noi. E noi speriamo di poterlo svolgere appieno, lasciandoci contagiare dalla sua competenza scientifica di Professore, ma anche dalla sua fraterna cordialità di Padre.
 

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