DIgnitatis Humanae Vitae (/1): Paolo VI e la sessualità dei cristiani: tre obiezioni a Mons. Marengo (Luca Badini)


HV

A poco meno di un anno dai 50 anni di Humanae Vitae, la nota enciclica di Paolo Vi dedicata alla “paternità e maternità” responsabile, vorrei aprire un dibattito su quel testo e sulla sua recezione. L’occasione è data non solo dall’anniversario imminente ma anche da alcune notizie recenti, secondo cui:

- Una Commissione Vaticana è stata costituita per valutare una reinterpretazione del la enciclica di Paolo VI e alla sua guida è stato posto G. Marengo.

- Il capo dalla Commissione ha rilasciato una intervista nella quale esprime alcune valutazione rilevanti sul testo e sulla sua recezione in questi quasi 50 anni.

 A questa intervista è dedicato il commento critico di Luca Badini, che è Direttore di ricerca del Wijngaards Institute for Catholic Research. Con essa inizia una “serie” di post tematici, identificati da un titolo comune: Dignitiatis Humanae vitae, nel quale si sintetizzano icasticamente i poli di una tensione ancora irrisolta, sostanzialmente tra il Concilio Vaticano II, la riconciliazione con la “società moderna” e le resistenze cieche su posizioni ottocentesche in materia di sessualità, di generazione e di rapporto matrimoniale,  che appaiono prive di rapporto non solo  con la realtà, ma anche con la tradizione cristiana. 

 

Paolo VI e la sessualità dei cristiani: tre obiezioni a Mons. Marengo

di Luca Badini

Spiace constatare come la recente intervista di Mons. Gilfredo Marengo su Paolo VI e la genesi dell’enciclica Humanae vitae (HV) contenga affermazioni inesatte, che sanno di revisionismo e “alternative facts” di sapore orwelliano.

1) La prima affermazione, meno grave, consiste nel suggerire che Paolo VI abbia dato un’impulso vigoroso all’idea che la pianificazione familiare sia un bene.

Marengo dice: “È importante ricordare che in quegli anni molti ancora guardavano l’esercizio della regolazione delle nascite come, potremmo dire, una ‘benevola concessione’ alle coppie, piuttosto che come un valore positivo da perseguire.”

Vero, ma tace sulla storia completa, e cioè del fatto che Paolo VI fu fin dall’inizio tra quelli che cercarono di moderare tale sviluppo. Andiamo per ordine.

Anzitutto, fu il Vaticano II che per primo “dichiarò senza incertezze che l’esercizio responsabile della paternità è un valore obiettivo per le famiglie cristiane,” per dirla con Marengo. Nello specifico, Gaudium et Spes affermò che gli sposi hanno la responsabilità di raggiungere una decisione mutuale riguardo alla procreazione, tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi (GS 50).

Per la prima volta nella storia della chiesa cattolica la bontà della regolazione delle nascite fu esplicitamente accettata in un documento conciliare.

Nella HV, Paolo VI non fece altro che ripetere tale conclusione. E non avrebbe potuto fare altrimenti: si trattava di un traguardo storico, raggiunto dopo aspre discussioni, e ormai ritenuto inoppugnabile.

Tuttavia, la HV ebbe come effetto quello di silurare proprio tale traguardo faticosamente raggiunto dal dibattito conciliare: essa infatti stabilì che la regolazione delle nascite poteva solo essere conseguita attraverso l’astenersi periodicamente durante i periodi fertili del ciclo mestruale (e solo per seri motivi), mentre ogni uso di contraccettivi “artificiali” a scopo di pianificazione familiare era da considerarsi sempre e ovunque “intrinsecamente malvagio”.

In altre parole: il sì conciliare alla pianificazione familiare, a lungo atteso da milioni di cattolici, durò meno di tre anni, dopodiché fu soppresso de facto dalla proibizione papale contro l’uso di tutti i metodi più efficaci a raggiungere tale scopo.

Non solo. Va anche ricordato che il traguardo faticosamente raggiunto dai padri conciliari fu raggiunto nonostante le pesanti obiezioni di Paolo VI, che infatti riuscì a far modificare – e diluire – la bozza finale dei paragrafi rilevanti della Gaudium et Spes.

Questo obiettivo da Paolo VI fu ottenuto agendo in maniera assolutamente illegale dal punto di vista delle regole ufficiali del dibattito conciliare stesso. Mancavano circa due settimane alla fine del concilio, e la sezione sul matrimonio della Gaudium et Spes, dopo lunghe discussioni, era finalmente giunta allo stadio finale. Ogni frase del testo era stata accuratamente scolpita; la commissione dottrinale, preposta al vaglio delle richieste di modifiche del testo avanzate dai padri conciliari, ne aveva integrate molte (e molte respinte!). Il testo della bozza era ormai stato approvato di comune accordo: perciò ogni ulteriore richiesta di modifica dell’ultima ora, prima del voto finale, poteva toccare solamente la forma (il modo di dire le cose) e non la sostanza.

Improvvisamente, in tale periodo febbrile a pochi giorni dalla chiusura del concilio, Paolo VI ordina a nientemeno che la Segreteria di Stato Vaticana di scrivere una lettera (senza però dire esplicitamente che venisse da lui!) alla commissione dottrinale, con delle precise richieste di modifiche molto sostanziali alla bozza finale della Gaudium et Spes.

Ecco i tre cambiamenti che Paolo VI richiese (a porte chiuse, finita la discussione, e quasi ai tempi supplementari, cercando dunque con successo di evitare che venissero discussi e votati dai padri conciliari!):

  • riaffermare la dottrina contenuta nella Casti Connubii e nel discorso di Pio XII alle Ostetriche, e cioè che usare contraccettivi è sempre intrinsecamente malvagio in quanto innaturale, e che il metodo del ritmo può essere tollerato per gravi ragioni;
  • enfatizzare maggiormente l’importanza di fare figli
  • enfatizzare maggiormente l’importanza della castità nella vita coniugale.

Tali obiezioni furono in parte respinte dalla commissione dottrinale. Tuttavia, i membri della commissione non se la sentirono di rigettarle completamente, così da non offendere Paolo VI. Dunque cercarono di modificare il testo della bozza finale, per accomodarle quanto più possibile, cercando allo stesso tempo di non diluire quanto faticosamente raggiunto dal dibattito conciliare. Purtroppo tali modifiche portarono comunque a un certo svilimento del testo finale.

Tuttavia – c’é spesso un lato positivo anche nelle cose negative! – alcune delle risposte della commissione alle modifiche richiestegli da Paolo VI rifiutarono come sbagliate alcune affermazioni che diverranno poi assolutamente centrali nella HV, come ad esempio quella che ogni rapporto sessuale ha per natura una finalità procreativa.

In altre parole la HV contraddice esplicitamente su alcuni punti la spiegazione ufficiale della Gaudium et spes fornita dalla commissione dottrinale stessa. Questo è stato sempre taciuto in ogni documento ufficiale dopo la HV, ed è possibile che Paolo VI stesso non si accorse di tale contraddizione. Rimane il fatto che, deliberatamente o no, Paolo VI si prese la sua rivincita su quei paragrafi cruciali della Gaudium et spes 47-51.

I cambiamenti richiesti d’autorità da Paolo VI alla commissione dottrinale della Gaudium et Spes, riportati sopra, dimostrano come egli stesse già giocando da reazionario su questi temi ancora prima della fine del Vaticano II. Con la HV riuscì di fatto a bloccare quanto era stato sbloccato dalla Gaudium et Spes. Che mons. Gilfredo Marengo faccia passare papa Montini come eroe incompreso dimentica quanto sopra ricordato. Bisognerebbe dire piuttosto che, su questo tema, Paolo VI tentennò molto, e decise infine di fare la scelta sbagliata, e per le ragioni sbagliate.

2) La seconda affermazione inesatta di mons. Marengo e’ quando egli dice che Giovanni Paolo II ha mostrato “tutta la ragionevolezza di quanto ‘Humanae Vitae’ insegna”.

Davvero? Allora Mons. Marengo indichi esattamente dov’è che Giovanni Paolo II fornisce una spiegazione esauriente alle tre domande seguenti:

  • Com’è possibile affermare allo stesso tempo le due cose: che scindere deliberatamente lo scopo procreativo da quello unitivo del sesso è sempre e comunque intrinsecamente malvagio (HV §14), e che utilizzare il metodo del ritmo a scopo contraccettivo è lecito (HV §16);
  • Com’è possibile che rapporti sessuali con intenzione contraccettiva siano permessi solo se intrapresi utilizzando metodi “naturali”, e non quando utilizzando contraccettivi “artificiali” (HV §16);
  • Come giustifica Giovanni Paolo II l’affermazione tanto cruciale quanto infondata della HV, secondo la quale ogni rapporto sessuale ha sempre in sè, per natura, finalità procreativa? La HV dice che tale affermazione e’ basata sulle “leggi del processo generativo” (HV §13, vedi anche §§11, 12 e passim). Ma tutti sanno che secondo tali leggi biologiche, negli esseri umani la stragrande maggioranza dei rapporti sessuali non ha nemmeno la capacità di procreare: e come fanno allora ad avere sempre la procreazione come finalità?

Il fatto che continua a venire sottaciuto – come se la gente non se ne fosse accorta! – è che la HV è sia contraddittoria in se stessa, che profondamente sbagliata nelle sue conclusioni.

Contraddittoria, perché da una parte essa afferma che ogni atto sessuale deve sempre avere una finalita’ procreativa (HV §12), cosicché “un atto coniugale, reso volutamente infecondo, [è] perciò intrinsecamente non onesto.”

Dall’altra ammette che sia moralmente legittimo usare il metodo del ritmo per fare sesso “con mutuo e certo consenso di evitare la prole per ragioni plausibili, cercando la sicurezza che essa non verrà”, cioè con intenzione contraccettiva.

La HV è anche profondamente sbagliata nel suo tentativo di far quadrare tale cerchio. La HV spiega infatti che la ragion per cui i metodi “naturali” son permessi e quelli “artificiali” no è appunto che questi ultimi vanno contro natura (HV §16). Nello specifico, essi non rispettano le “leggi [biologiche] del processo generativo” secondo le quali, a parere dell’enciclica, ogni rapporto sessuale ha una finalita’ procreativa, che la gente deve assolutamente preservare.

Il che dimostra una seria mancanza di comprensione della biologia basilare, da scuola secondaria per intenderci: nessun rapporto sessuale, preso singolarmente, ha “per natura” una capacità intrinseca e indipendente di procreare. Se la avesse, significherebbe che ogni rapporto/inseminazione risulterebbe in un concepimento. Invece, dal punto di vista biologico (il solo cui l’enciclica si appella), la capacità procreativa del rapporto sessuale è relativa, piuttosto che assoluta o indipendente, e cioe’ dipende dal soddisfacimento di innumerevoli altre condizioni.

Per dirla in soldoni, la stragrande maggioranza dei rapporti sessuali non ha la minima capacità procreativa, e dunque non può in alcun modo essere descritta come avente la procreazione come finalità sempre e ovunque – “a prescindere”, direbbe Totò.

Senza contare che, uscendo dal campo strettamente biologico, dire che ogni coppia in ogni rapporto sessuale deve mantenere, e non ostacolare, la “naturale” (!) finalità procreativa vuol dire fraintendere la sessualità umana, che ha molteplici altre finalità e significati oltre la trasmissione del genotipo – finalità e significati ulteriori che sono perlopiù proprio ciò che distingue la sessualità umana da quella della stragrande maggioranza degli altri animali sessuati.

3) La terza inesattezza di mons. Marengo – forse la più grave – è stata quella di dire che Paolo VI “non fu sempre sostenuto” dalla Pontificia Commissione sul Controllo delle Nascite, che studiò la questione per conto di Giovanni XXIII prima e Paolo VI stesso dopo, dal 1963 al 1966.

Questa è una distorsione dei fatti che lascia veramente allibiti. Tale commissione segreta compì un tour de force straordinario. Inizialmente piuttosto piccola e con tendenze conservatrici, essa fu allargata enormemente da Paolo VI stesso fino a raggiungere un totale di 72 membri, esperti nelle discipline rilevanti, monsignori, vescovi e cardinali.

Nel corso di tre anni, con molteplici riunioni e discussioni (esiste un affascinante riassunto ufficiale in francese delle minute di tali discussioni stilato da padre Henri de Riedmatten OP, segretario della commissione, originariamente ad uso del papa, ora “declassificato”) infine produsse il famoso Rapporto Finale, che si espresse in favore della liceità dell’uso dei contraccettivi artificiali a scopo di pianificazione familiare.

Paolo VI non se la sentì di seguire il loro avviso. Non perché fosse convinto della bontà degli argomenti in supporto alla proibizione dei suoi predecessori: anzi, persino i quattro membri conservatori che si dissociarono dal Rapporto Finale della Commissione ammisero che non c’erano argomenti di ragion naturale a sostegno della condanna di ogni uso di contraccettivi come intrinsicamente immorale. Anzi, tale ammissione la misero esplicitamente per scritto nel memorandum privato che riuscirono a far arrivare a papa Montini,  insieme al testo del rapporto finale della Commissione.

No: la ragione per cui Paolo VI decise di ignorare il parere della commissione fu probabilmente il suo essersi convinto dell’impossibilità che i suoi predecessori si fossero sbagliati su di un tema tanto importante. Non so quanto Paolo VI fosse convinto da tale ragione, e si sa che egli riflettè a lungo sulla questione. Puo darsi che nemmeno lui ne fosse del tutto convinto.

Per quasi tutti gli ex-membri dell’ormai sciolta Pontificia Commissione sul Controllo delle Nascite cominciarono dunque due lunghissimi anni di attesa per sapere cosa il papa pensasse del loro rapporto finale. E la loro speranza iniziale dev’essersi smorzata sempre più quanto più tale risposta papale tardava a venire – un ritardo per loro inspiegabile.

Di fatto, tale ritardo era spiegabilissimo dalla decisione di Paolo VI di stracciare il rapporto finale, e ricominciare da zero con esperti stavolta fidati. Il loro compito era quello di trovare giustificazioni adeguate in supporto ad una conclusione già raggiunta: e cioé che ogni uso di contraccettivi artificiali a scopo di pianificazione familiare fosse immorale. Tali esperti furono selezionati a messi al lavoro in gran segreto, senza ovviamente dire nulla ai membri dell’ormai sciolta Commissione Pontificia. Dopo mesi di lavori, tali esperti presentarono Paolo VI con un testo la cui sostanza poi divento la Humanae vitae, pubblicata nel luglio del 1968. Il resto, come si dice, è storia.

Cosi andarono le cose, a grandi linee. Ed insinuare invece, come mons. Marengo ha fatto, che la Pontificia Commissione non sostenne il papa come avrebbe dovuto semplicemente non corrisponde ai fatti. Peggio: getta anche fango sul duro lavoro e lo straordinario sviluppo intellettuale della settantina di membri di tale commissione, i quali risposero con generosità alla richiesta di due papi di aiutarli a comprendere una questione spinosa.

C’è da sperare che, in vista del cinquantesimo anniversario di quell’enciclica così disastrosa, non si perda un’occasione irripetibile per riesaminare a fondo la HV e cambiare la dottrina papale corrente. Tale insegnamento papale è in aperto contrasto con la fede e la prassi della chiesa cattolica; è dunque fonte di divisione e scandalo tra gerarchia e laicato cattolico, e anche – non va dimenticato – tra i cattolici e gli altri cristiani (sia riformati che ortodossi) che hanno da tempo accettato la liceita dell’uso dei contraccettivi.

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