Che cosa è un problema sistematico? Coppie omosessuali e pedagogia della legge


AdamEvaOtranto

Poiché nelle prime reazioni di ieri al responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla illeceità della benedizione delle coppie omosessuali mettevo in luce il “difetto sistematico” del pronunciamento, vorrei oggi chiarire meglio di che cosa si parla quando si usa l’aggettivo “sistematico” in un discorso teologico. Talvolte le parole “difficili” servono sono a gettare fumo negli occhi di chi guarda e rimbombi nelle orecchie di chi ascolta. Ma poiché la questione sistematica è a mio avviso decisiva per capire il caso concreto, cerco di far comprendere in che senso il profilo sistematico merita attenzione.

Se il sale perde il suo sapore…

Iniziamo dal sale. Sì, il sale. In cucina ha il suo posto tra le spezie e deve essere sistemato in un punto chiaro, per poter essere facilmente trovato. Ma quando usiamo il sale, a che cosa pensiamo? Per quale “fine” usiamo il sale? I fini sono più di uno:

- dare gusto alle pietanze

- non ingrassare troppo

- salvaguardare la salute cardiaca

Un problema “sistematico”, nell’uso del sale, è come comporre questi tre fini, che possono avere soluzioni diversissime. Il piacere della tavola, la forma atletica o la salute di ferro sono ideali che creano, lo si sa bene, conflitti non da poco. Il sale entra “sistematicamente” nella nostra vita, se assumiamo consapevolmente tutti questi “fini” e gestiamo in modo illuminato ed equilibrato i conflitti tra piacere della gola, bellezza della forma e salute del corpo.

Grandi sistemi teologici

Lo stesso meccanismo opera anche nella vita cristiana e in teologia. Ovviamente i sistemi con cui “risolviamo i conflitti” sono diversi e storicamente mutano. Studiare i grandi sistemi che la storia ci ha offerto è sempre istruttivo, anche quando non possiamo più condividerli. Anzi, vorrei dire che impariamo un sapere sistematico soprattutto da sistemi che non sono più i nostri. Leggere con interesse il “De ecclesiasticis officiis” di Isidoro di Siviglia, uno dei primi “sistemi” sulla liturgia cristiana, è utilissimo per capire il che modo si “sistemavano le cose” nel VII secolo, con tante luci e tante ombre. Lo stesso vale per il sistema con cui S. Tommaso d’Aquino organizza il sapere teologico nel suo complesso. Intanto è utile sempre ricordare che S. Tommaso ha più di un sistema. Nella Summa Theologiae e nella Summa Contra Gentiles ci sono organizzazioni del materiale della tradizione operate secondo logiche molto diverse e con fini differenziati. Ma qui mi interessa capire, nello specifico, come Tommaso usa il materiale della tradizione per risolvere una questione concreta.

Il sistema degli impedimenti al ministero

Ad esempio, come considera Tommaso il “sesso femminile” nel campo del ministero ecclesiale? Tommaso utilizza il riferimento al “sesso femminile” come prima “voce” nell’elenco degli impedimenti alla ordinazione. Per Tommaso, che qui esprime una visione culturale e sociale molto netta, il sesso femminile è collocato in “prima posizione” in un elenco che non può non incuriosire, a distanza di quasi  800 anni: essere donne, essere incapaci, essere schiavi, essere rei di gravi delitti, essere figli naturali ed essere disabili. Queste condizioni sono “senza potere” – o per necessità “naturale” o per contingenza storica – e quindi non possono essere investite di ruoli di potere, nemmeno nella Chiesa.

Questa comprensione sistematica, come è evidente, non ha una origine “teologica”, ma “culturale” e “sociologica”. Non ha nulla di “rivelato”, ma è uno strumento per comporre i conflitti. Nel farlo tuttavia, assume come normativo ciò che oggi in larga parte non possiamo più accettare. Oggi progettiamo “città senza barriere architettoniche”, mentre nel mondo di Tommaso il disabile era costretto, anche moralmente, a restare a casa, nascosto.

Vorrei fermarmi un attimo di più sulla quinta condizione problematica di questo elenco: essere “figli naturali”. Il titolo di “figlio naturale” era, nella società tradizionale, il segno di una emarginazione dovuta al “disordine” da cui proveniva il figlio. Essere nati “fuori dal matrimonio” era percepito come una minaccia, per l’ordine sociale e per l’onore dei soggetti. La gestione dei conflitti era garantita dalla “esclusione” del figlio naturale. Essendo il sesso pensato come “mezzo per la generazione nel matrimonio”, ogni esercizio del sesso al di fuori del matrimonio era di fatto scomuncato prima socialmente, e poi anche ecclesialmente. Ogni tradizione cristiana ha avuto le sue forme di scomunica. O decreti di Vescovi o di parroci o panche in chiesa con scritto sopra “meretrici” segnalavano il “disordine”, che era immediatamente rilevante per l’ordine pubblico.

Il sesso diventa sessualità: un cambio di paradigma

Questo “sistema” ha resistito fino ai grandi rivolgimenti dei primi del 1800. Dove è nato non solo lo “stato liberale”, ma è nata la “sessualità”, che potremmo definire una nuova percezione del sesso, in termini non soltanto funzionali. La sessualità è una visione, una esperienza e un uso del sesso come parte della identità del soggetto e come espressione della sua umanità e delle sue relazioni. Questo cambiamento modifica profondamente il “sistema” con cui pensiamo la vita dell’uomo nel mondo e di fronte a Dio. La Chiesa cattolica ha vissuto questo cambiamento “sistematico” come un trauma, come l’inizio della fine, come il tracollo di ogni ordine dei valori e come una perdita di potere. Ma ha anche reagito “modificando il sistema”. Uno dei punti sistematici più interessanti è il modificarsi del “sistema dei beni” del matrimonio. Era stato inventato, in un altro mondo, da quel genio di S. Agostino, che con una sintesi ammirevole aveva sancito come nel matrimonio fossero tre beni: i figli, la fedeltà e il sacramento (inteso come indissolubilità). Questa sintesi ha orientato il modo di pensare per quasi un millennio e mezzo e ancora oggi è assai utile. Ma non è più sufficiente. Perché nel matrimonio, da 60 anni, ufficialmente, c’è anche il “bonum coniugum”, ossia il “bene dei coniugi” che è categoria sistematica nuova, che cambia in radice il sistema di Agostino. Il soggetto ha assunto un nuovo rilievo e per questo anche il “generare figli” può essere “responsabile”, ossia subordinato a condizioni diverse e significative.

Un “atto disordinato” e il sistema dei vizi

Queste considerazioni sistematiche – che spero ora risultino tutt’altro che oziose – possono avere una grande influenza anche sul modo con cui la Chiesa parla dei comportamenti omosessuali e delle identità omosessuali. Se utilizziamo il concetto di “atto disordinato” – categoria che riguarda tutte le forme di “uso del sesso” fuori dal matrimonio e/o non orientato alla generazione – proiettiamo sui soggetti implicati la luce di un faro che li illumina soltanto in un mondo che non c’è più. Perché legge la loro sessualità soltanto come “lo strumento per la generazione”. Qui sta il punto sistematico inadeguato e irrimediabilmente distorto. Ma attenzione, la distorsione non sta nel tematizzare la generazione, che resta cosa del tutto ragguardevole, ma nell’assumerla come l’unico profilo decisivo per valutare un comportamento, per relazionarsi con le persone e per  assumere una decisione.

Gli scandalosi diritti dei figli naturali

Vorrei aggiungere un altro piccolo esempio che ho sempre ritenuto altamente istruttivo. L’episodio risale a qualche anno fa, durante il “Governo Letta”, quando l’allora presidente del Consiglio – lo ricordo bene – in una conferenza stampa diede notizia che anche l’Italia si era finalmente adeguata ai nuovi standard europei e aveva finalmente equiparato totalmente la posizione giuridica del “figlio naturale” a quella del “figlio legittimo”. Il “disordine” nel quale il figlio era nato non pesava più sulla sua posizione giuridica nell’ordinamento dello Stato. Ricordo che mi trovai a Roma  a parlare con un canonista di questa notizia. E notai che in lui vi era una certa resistenza. Alla fine esplicitò il suo disagio con una frase che mi colpì molto: “Con questa legge ora le persone non si sposeranno più nemmeno per regolarizzare i figli”. Trovai illuminante la reazione: il “sistema” era ancora pensato come quello di un mondo in cui le leggi hanno essenzialmente una funzione “pedagogica”, ossia devono porre doveri prima che riconoscere diritti. Anche a costo di mantenere una discriminazione, pur di salvare il principio. Questa credo che sia la prospettiva sistematica che influisce molto anche sulla decisione assunta dalla Congregazione: l’idea è che bisogna evitare di benedire le coppie omosessuali per ostacolare ogni pedagogia che incentivi il disordine. Si guarda all’ordinamento, non ai soggetti. Questo è tipicamente premoderno. Risponde ad un paradigma che non è più il nostro.

Due diversi problemi sistematici

Insomma, come ho cercato di illustrare mediante una piccola riflessione e qualche esempio, le gravi perplessità di fronte al “responsum” dipendono da due problemi sistematici che influiscono pesantemente sulla soluzione adottata:

a) una sistematica teologica superata non riesce ad uscire da una lettura del sesso che lo riduce a “funzione della generazione”. Da 200 anni, almeno in Europa, non è più così: la esperienza di uomini e donne è diversa e le forme di vita seguono altre logiche. Alle quali non ci si deve arrendere, ma che devono essere considerate nel sistema in una forma non accessoria.  L’imbarazzo del responsum appare del tutto chiaramente quando cerca di “aggiungere” il rispetto per le persone, senza modificare un “sistema” che non può assolutamente considerarle. L’effetto grottesco, insieme tragico e comico, viene proprio da questo “scontro tra sistemi”. O si lavora sul sistema o si fanno pasticci sempre più grandi.

b) una sistematica giuridica, ferma ad una lettura ottocentesca della codificazione e della legge universale e astratta, unita ad una visione “solo pedagogica” della legge. Se è vero che il mondo moderno può parlare solo di diritti e non riconscere la funzione decisiva dei doveri, è altrettanto vero che una Chiesa che non riesca a concepire il “diritto del soggetto” ad essere riconosciuto per come è, e per il bene che può vivere e testimoniare, costituisca un problema altrettanto grave. Riconoscere il bene che c’è – e poterlo anche benedire – piuttosto che puntare solo al bene massimo da imporre a tutti i costi, non è “relativismo”, ma principio di realtà e primato del reale sull’ideale.

Il sistema come accesso alla realtà

Un’ultimo punto deve essere chiarito, ed è fondamentale. Spesso capita di sentire obiezioni rivolte ai teologi, accusati di “complicare le cose semplici”. Da questo punto di vista sono proprio i “sistematici” ad essere in prima fila nelle accuse. Senza voler difendere in astratto una intera categoria, che talora ha tutte le sue brave colpe, cerco solo di mostrare che una sistematica adeguata non è qualcosa che si “aggiunge” alla realtà, ma un elemento decisivo che la rende pienamente visibile e percepibile. Ciò che nel responsum colpisce in modo più sorprendente è proprio il fatto che, a causa di una sistematica teologica e di una sistematica giuridica vecchia di più di un secolo, il testo della Congregazione fallisce l’oggetto della discussione. Cioè non riesce a fare esperienza della questione e la risolve riferendosi a concetti e a norme che la sfigurano. Qui c’è lavoro per teologi che vogliano servire la Chiesa, e la aiutino a riconoscere le strade chiuse e a tracciare nuovi sentieri per uscire dal bosco, in un passaggio assai complesso, ma proprio per questo del tutto meraviglioso.

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