Usi e abusi dei “miracoli eucaristici”. La devozione tra ingenuità e responsabilità
La discussione intorno al giovane Carlo Acutis, che sarà canonizzato il 7 settembre, offre molti motivi di riflessione. Tra di essi vi è, certamente, un riferimento ai “miracoli eucaristici” che ha segnato il suo interesse per la “presenza del Signore” in mezzo ai suoi, con la collezione la più ampia possibile di questo fenomeno particolare, chiamato appunto “miracolo eucaristico”, nel quale la presenza sostanziale (sempre invisibile e impercepibile per dogma) si fa visibile e tangibile (come sangue, come carne, come bambino…). Carlo Acutis, quando ha nutrito questo interesse, aveva 13 e 14 anni. La “mostra” dei miracoli eucaristici appare così come una collezione organizzata da un ragazzino con una forte domanda spirituale, ma con strumenti di analisi e con forme di cultura del tutto elementari e molto unilaterali: per questo poco controllate e poco avvertite. Questo vale per il ragazzo, in modo limpido, ma non vale per la Associazione che ne ha sostenuto la causa di beatificazione successivamente alla sua morte e per la Congregazione dei Santi che ha elaborato il processo di beatificazione e canonizzazione.
Sarebbe ingiusto attribuire ad Acutis intenzioni “antigiudaiche”. Acutis nemmeno era consapevole delle radici e delle conseguenze antigiudaiche di alcuni dei cosiddetti “miracoli eucaristici” di cui ha fatto una volonterosa collezione, senza porsi molti problemi su ci che collezionava. Molto superficiale è stata invece la trattazione di singoli episodi (ad es. del cosiddetto “miracolo di Bruxelles” o della “ostia fritta di Trani”) che presentano oggettivamente una componente antigiudaica, la quale non si può superare semplicemente omettendo la identità dei soggetti implicati nella vicenda. Questo è un aspetto grave, che non può non essere segnalato alla attenzione e che avrebbe meritato una maggiore cautela, anche con un più accurato e consapevole discernimento dei “casi di miracolo” da inserire nella mostra. La superficialità che si può perdonare ad un giovane di 14 anni, che non possiede i criteri per discernere in modo adeguato nella sua passione per la “collezione”, non è accettabile negli adulti che lo hanno accompagnato e poi ne hanno ricostruito vita e opere.
Certamente il cammino inaugurato solennemente dal documento Nostra Aetatedel Concilio Vaticano II (1965) non è in alcun modo messo in questione della canonizzazione di Acutis: la riconciliazione con la tradizione giudaica è una delle perle preziose del cammino ecclesiale degli ultimi 60 anni. Piuttosto dovrebbe preoccupare la Chiesa cattolica l’uso che della figura di Acutis e della sua inclinazione devota potranno fare i settori tradizionalistici, che hanno cercato di costruire, intorno a quel giovane, quella atmosfera di “santità classica”, che viene segnata dai tratti di una certa apologetica classica, riprendendo in modo acritico i modelli moderni e medievali di cultura cattolica, ivi compresi i suoi tratti marcati da antigiudaismo. Questa lettura vecchia della santità, che la valorizza soprattutto per essere “contro” (contro i protestanti ma anche contro i non cattolici e quindi contro ogni altra religione) rischia di leggere ciò che Acutis ha concepito e studiato per fede sincera come l’incitamento ad un “ritorno al passato”, ad una “smentita del Concilio Vaticano II”, ad una “restaurazione ecclesiale”, ad una riaffermazione un po’ arrogante della diversità del cristianesimo cattolico da ogni altra confessione cristiana e da ogni altra religione. Questo spirito reazionario, presente in settori tradizionalistici, rischia di confondere la tradizione cattolica e il vangelo con l’antigiudaismo. Ma questo è un errore grave, che un cattolico non deve più commettere. Tuttavia sarebbe irragionevole negare che si tratta di un rischio reale di fraintendimento, che non ha direttamente a che fare con la figura e il profilo del giovane Carlo Acutis, ma con il modo caricaturale e forzato con cui è stato presentato ufficialmente. Vi è una responsabilità istituzionale innegabile, che rischia di alimentare equivoci.
Non è Acutis il problema: è il modo con cui la sua “passione per l’eucaristia”, non essendo stata adeguatamente educata già quando era in vita, è stata ulteriormente semplificata e resa ottusa dal trattamento semplicistico con cui viene proposta nella “Mostra sui miracoli eucaristici”. Certamente il teologo può attestare con tutta certezza che l’uso antigiudaico della figura di Carlo Acutis sarebbe contrario alle intenzioni del giovane santo, il quale non aveva alcun elemento di antigiudaismo esplicito nelle sue convinzioni, se non per ciò che ripeteva di una tradizione, della quale coglieva solo ciò che la devozione e il sentimento gli suggerivano immediatamente, senza alcuno studio né storico né teologico. Acutis stesso sarebbe vittima delle letture antigiudaiche che in campo cattolico si dovessero proporre della sua testimonianza.
Tuttavia la dimenticanza del lato apologetico dei “miracoli eucaristici”, soggettivamente così carente in Carlo quasi ex necessitate, diventa un problema oggettivo per una Chiesa che voglia proporre, nel 2025, una versione caricaturale e travisata della propria identità, senza fare il giusto discernimento nella propria storia, avendo imparato per esperienza a distinguere bene le tradizioni sane dalle tradizioni malate.