Sostiene Montagna. Il giornalismo con deficit di teologia


Ho letto con attenzione i due articoli della giornalista Diane Montagna  (si possono leggere QUI), che molti siti tradizionalistici considerano una “svolta” nel modo di considerare il VO e la strategia di Roma di fronte ad esso. Proprio su questo abbaglio credo che si debba riflettere con attenzione e cerco di contribuire ad un chiarimento fondamentale sul tema. Inizio cercando di ricostruire le intenzioni di Diane Montagna, poi dimostro come tutto il suo testo (nelle sue successive versioni) riposi su un errore di lettura che si sarebbe dovuto evitare, attingendo ad un minimo di vera cultura teologica.

Partiamo dunque dall’inizio. Il MP Traditionis Custodes, con cui papa Francesco ha abrogato nel 2021 il precedente MP Summorum Pontificum, con cui, Benedetto XVI, nel 2007, istituiva una “forma straordinaria” del rito romano, parallela a quella ordinaria, non sarebbe, sostiene Montagna, il frutto di una vera consultazione dei Vescovi, ma di un “colpo di mano”. La verità, sostiene Montagna, sarebbe molto imbarazzante. La prova si troverebbe nel testo della “Giudizio Complessivo” con cui la IV Sez della Congreg. per a Dottrina della Fede sanciva una conclusione molto diversa, sostiene Montagna. Il punto di arrivo della verifica conclusiva non sarebbe la domanda di un cambiamento, ma, sostiene Montagna, la conferma del regime istituito da SP. Il riferimento alla “consultazione”, sostiene Montagna, sarebbe perciò un pretesto, visto che le conclusioni, tratte dalla IV Sez della Congregazione, sono state disattese, sostiene Montagna. Perciò il Vaticano dovrebbe oggi spiegare perché di fronte a un testo conclusivo, che traeva, sostiene Montagna, conclusioni di conservazione del regime istituito dal SP, papa Francesco abbia invece voluto smentirlo (arbitrariamente, sostiene Montagna) pur di introdurre un cambiamento che ha alterato la pace liturgica, la quale soltanto SP sarebbe in grado di garantire, sostiene Montagna.

Questo esame del testo del Giudizio Complessivo, che ho già pubblicato nella sua integralità (cfr. qui), mi sembra un caso tipico nel quale una giornalista, sicuramente di buone intenzioni, manca degli strumenti tecnici (teologici e liturgici) con cui poter valutare i testi che si trova a dover considerare. Come vedremo, proprio a causa di questo “errore di lettura”, Montagna ci ha permesso di conoscere un testo infelice, con cui finisce la triste esperienza della Commissione Ecclesia Dei (prima) e poi della IV Sez della Congregazione per a Dottrina della fede, segnata da una comprensione inadeguata, tanto della tradizione liturgica, quanto della sua funzione ecclesiale e teologica.

In effetti, se Montagna avesse davvero studiato le cose di cui parla, avrebbe compreso che il testo del Giudizio Complessivo, di cui è venuta a conoscenza, non è il resoconto dei dati di una indagine conoscitiva, ma il prodotto di una lettura ideologica della storia che va dal 2007 al 2021. E’ una narrazione tossica, dalla quale occorre difendersi con le armi della intelligenza e della competenza. Proprio a questo servirebbero i giornalisti. Se si esamina il testo, infatti, si comprende che non siamo di fronte a una attenta presentazione dei dati rilevati nella indagine, ma di una difesa unilaterale delle scelte del 2007, che tenta di confutare, in modo piuttosto goffo e apologetico, tutte le critiche emerse proprio dalla indagine. Il testo che Montagna ha “scovato”, lo ha scovato abilmente in un archivio, o in un cassetto, che è di fatto un “cestino” in cui si sono depositati i documenti che non hanno superato un esame serio e sereno della questione: non era un tesoro nascosto, ma un documento rifiutato. All’inizio del Concilio Vaticano II queste cose sono successe a ben più alti documenti, ma cestinati con lucidità teologica e pastorale.

La prova più lampante di questa condizione di “minorità” del testo della Congregazione scovata da Montagna si può leggere verso la metà, quando il testo stesso di confronto con le poche critiche a cui dà la parola. Riporto per intero questa parte:

Alcuni Vescovi affermano che il MP “Summorum Pontificum” avrebbe fallito nel suo intento di riconciliazione e dunque ne chiederebbero la soppressione, sia perché la riconciliazione interna alla Chiesa non è completamente avvenuta, sia perché la Fraternità Sacerdotale San Pio X non è rientrata nella Chiesa. Dall’analisi generale e particolare di dette risposte si comprende che l’occasione di questa indagine ha permesso a taluni Vescovi di leggere e iniziare a conoscere meglio il documento in oggetto dell’inchiesta. Alla prima obiezione si fa notare che questi processi di riconciliazione sono lunghi e lenti nella Chiesa; il MP “Summorum Pontificum” ha messo le basi per questa riconciliazione. Circa la seconda obiezione va ricordato che il MP “Summorum Pontificum” non è stato fatto per la FSSPX, essi avevano già quello che è stato concesso col MP “Summorum Pontificum” e dunque non ne avevano bisogno.

Le due obiezioni dei vescovi, che non sono affatto secondarie, non vengono considerate nella loro rilevanza, ma diventano subito “oggetto di confutazione”, per di più con argomenti piuttosto fragili: sia perché quando l’effetto di un provvedimento è di lacerazione, è difficile leggerla come “lenta riconciliazione”, sia perché negare ogni legame tra VO concesso universalmente come “forma straordinaria” e riabilitazone della FSSPX non ha alcuna possibilità di essere creduto, essendo diventato, per almeno 10 anni, un luogo comune dei tentativi (maldestri) con cui la Commissione Ecclesia Dei ha tentato di promuovere una intesa tra Roma e FSSPX mediante la tecnica di una progressiva riduzione degli aspetti vincolanti del Concilio Vaticano II. E’ evidente che SP non serve “ai lefebvriani”, perché loro già celebrano con il VO, non accettando la Riforma Liturgica. A loro non serve SP, perché rifiutano il NO. Se però tu estendi il loro errore a tutta la Chiesa (come prova a fare SP) puoi sperare che loro possano accettare di rientrare, diciamo con uno sconto interessante!

Diane Montagna non si è per nulla accorta (e per una giornalista che voglia essere à la page è cosa piuttosto grave) che questi argomenti, usati in sede di  verifica e di giudizio finale, appaiono piuttosto sospetti. Se si arriva a lanciare un sondaggio universale, perché ci si è resi conto che SP produce non pace, ma lacerazione e conflitto, esaminando con intelligenza critica queste conclusioni si sarebbe dovuto notare (se si fosse avuta una mens teologica adeguata) che il tenore delle conclusioni esprime invece 5 diverse preoccupazioni, che nulla hanno a che fare con il sondaggio:

a) Anzitutto vuole fin dall’inizio ribadire che SP è fondamentale per la vita della Chiesa

b) Insinua l’idea che la posizione dei vescovi che sollevano critiche debba puntualmente essere fatta oggetto di tentativi di confutazione

c) Manifesta come la posizione dei vescovi che hanno espresso le ragioni di una continuità con SP possa essere citata semplicemente come una autorità.

d) Sostiene che la funzione della IV Sez della Congregazione è decisiva per la vita della Chiesa

e) Suggerisce che fare un sondaggio non è servito a nulla

Questo non è un metodo adeguato per “tirare le somme”, ma solo per “imporre conclusioni” a dati molto più critici e complessi. Per questo il testo a cui, grazie alla sollecitudine di D. Montagna che lo ha pubblicato, cercano di attaccarsi i tradizionalisti, per fare pressione sul Vaticano e su papa Leone, è in realtà una gaffe piuttosto grave. Il testo è finito nel cestino nel 2021 perché non rispondeva alla funzione di una “analisi conoscitiva”. Questo Giudizio complessivo e conclusivo assomiglia piuttosto ad un pistolotto di autogiustificazione di alcuni ufficiali di curia, che vedono messo in dubbio il loro ruolo di “arbitri” di fronte ad un sondaggio che fa emergere malumori crescenti dell’episcopato e che minaccia di preludere ad un cambiamento normativo.

Tuttavia, a ben vedere, al di sotto e al di là di tutto questo, in gioco vi è il superamento di un “regime di eccezione”, nel quale il MP  Summorum Pontificum del 2007 aveva fatto cadere la vita della Chiesa cattolica, scavalcando le competenze episcopali, sostituendole prima con la Commissione Ecclesia Dei, e poi con la IV Sezione della Congregazione per la Dottrina della fede. Il testo cestinato è una forma di ribellione della Curia alla iniziativa del Papa e dell’episcopato. Per questo Francesco ha avuto la forza di cestinarlo e di scrivere un testo diverso, che ha cambiato il regime e lo ha riportato alla sua normalità. Per capire questo fenomeno, obiettivamente complesso, la giornalista Diane Montagna avrebbe dovuto conoscere la logica fondamentale della grande tradizione liturgica, in cui la competenza episcopale sulla liturgia e la unicità della lex orandi non sono principi discutibili: nemmeno se a caldeggiarne il mutamento è una giornalista, che sembra conoscere poco della tradizione, anche se –  o forse, proprio perché –  ne parla con troppa enfasi.

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