Sinodo: le storie dimenticate. I limiti della soluzione processuale


Il Sinodo sul matrimonio e la storia dei coniugi: il rischio di un “approccio pastorale” ridotto alla riforma del processo canonico

Nella sua sintesi dei primi due giorni di lavoro sinodale, L. Accattoli ha scritto:

“Dunque l’avvicinamento all’idea papale pare in atto. La revisione dei tribunali, lo studio di una via non giudiziale al riconoscimento delle nullità, la definizione di un nuovo titolo di nullità che potremmo chiamare “incomprensione del sacramento” sono mete che il papa già cercava in proprio. Al Sinodo chiede il consenso per quelle riforme e l’abbozzo di “una pastorale matrimoniale un po’ profonda” (sempre parole dell’aereo). Credo che Francesco sia soddisfatto delle prime due giornate di lavoro sinodale”.

Non vi è dubbio che questi siano autentici segnali di “riforma”. E che anche ad essi mirasse il sogno sinodale concepito da Francesco. Ma bisogna chiedersi se questi primi segnali si muovano realmente nella linea di una “chiesa in uscita”, che rinunci decisamente alla propria autoreferenzialità. Perché in tutte le proposte avanzate finora ufficialmente manca precisamente quella idea di “pastorale” – originata dal Concilio Vaticano II – alla quale papa Francesco e il Card. Kasper si sono riferiti nel Concistoro del febbraio scorso. O, per dire meglio, nelle proposte che si sono finora delineate il concetto di “pastorale” è ridotto e ristretto alla modificazione dei meccanismi di accertamento della “nullità del vincolo”.  La storia dei coniugi, le loro gioie e i loro dolori, le loro difficoltà e le loro incomprensioni, le ostilità e gli smarrimenti sono semplicemente cancellati, retrodatati, ricondotti ad una “carenza iniziale”, lontana, immemorabile, quasi inaccessibile. Una pastorale che si riducesse ad ampliare a dismisura la possibilità di far valere questo “difetto originario” non affronterebbe la questione, piuttosto la aggirerebbe. E questo, anziché risolvere le cose, rischierebbe soltanto di aggravarle.
I lavori del Sinodo sono appena iniziati, e la speranza è che non si rassegnino alle logiche autoreferenziali. Chiamo autoreferenziali quelle logiche che ragionano sul reale come se fosse “interno” alla competenza ecclesiale. Come se fosse la Chiesa a poter definire, ex auctoritate, la struttura e la forma del matrimonio naturale e istituzionale; come se fosse la Chiesa, ex auctoritate, a poter stabilire nuove “cause di inesistenza” del matrimonio; come se fosse la Chiesa, ex auctoritate,  a poter riconoscere o meno le coscienze dei soggetti.
Se la “indissolubilità” fosse una “qualità naturale del matrimonio”, rispetto a cui la stessa cristologia e pneumatologia apparirebbero quasi come secondarie, sarebbe una metafisica e non una teologia la chiave di volta della pastorale matrimoniale. L’accesso alla metafisica è un pensiero, non una relazione. Per questo la “via autoreferenziale” rimane privilegiata in questa impostazione: tuttavia un matrimonio soltanto “pensato in sé” non è ancora all’altezza delle sfide contemporanee. Anzi, rischia di rimanere irrimediabilmente “estraneo” al dibattito culturale dell’ultimo secolo nonché alle gioie e ai dolori dei soggetti implicati: un matrimonio solo disciplinare, quasi condannato alla anaffettività.
La pretesa di risolvere le questioni del matrimonio contemporaneo con una “metafisica” – con pretese non teologiche, ma filosofiche – è una delle forme con cui la Chiesa si chiama fuori dalle questioni più urgenti del proprio tempo. Soprattutto, con questo “metodo”, il Sinodo rischia di immunizzarsi ancora una volta dalla storia dei coniugi. Li invita a parlare e a dare testimonianza, ma li chiude nella irrilevanza come “esseri storici”, che possono essere qualcosa di più e di diverso rispetto ad un “atto puntuale”. Nei vissuti dei coniugi felici e infelici ci sono storie che, non solo a monte, ma anche a valle del consenso e della consumazione, hanno bisogno di essere considerate in tutta la loro rilevanza. Se un approccio medioevale al matrimonio impedisce di dare rilevanza a queste “storie successive al consenso”, la Chiesa non ha alternativa: o supera il modello di comprensione metafisico-giuridico del medioevo, oppure si autocondanna a non poter dare alcun peso reale a queste storie di vita. Sembra ritenere di poterle affrontarle  soltanto spostando l’attenzione a quanto accaduto “prima del consenso e della consumazione”. Questa, appunto, non è una pastorale, ma la finzione di una pastorale. E’ piuttosto uno stratagemma giuridico, di nobili origini, ma che oggi non appare più coerente con le evidenze di coscienza e con le legittime aspirazioni di uomini e donne obiettivamente non più medioevali.
In questi tentativi “indolori” di soluzione del problema bisogna riconoscere che serio è l’intento, ma non è seria la modalità. La pastorale, d’altronde, è proprio la delicata arte delle modalità.  Pastorale, secondo il sogno del Concilio Vaticano II, è la necessaria differenza tra “sostanza dell’antica dottrina” e “formulazione del suo rivestimento”. Pastorale dice coraggio e intelligenza nel tradurre la sostanza della dottrina di sempre in rivestimenti nuovi, con fedele creatività. Troppe volte nel Sinodo è risuonata, invece, una accezione di “pastorale” come mera “applicazione” di una dottrina quasi intraducibile e semplicemente applicabile. Questo mi pare un deficit teologico piuttosto grave, su cui sarà bene che i padri sinodali trovino tempo e modo di riflettere con cura.  Il cammino, che va dal Sinodo straordinario al Sinodo ordinario è sufficientemente lungo perché si possa cogliere fino in fondo la portata “pastorale” della ambizione sinodale che la iniziativa di papa Francesco ha sollecitato con grande forza e inaugurato con legittima soddisfazione. Ma la strada è ancora lunga.

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