Sarebbe bello se…ma va bene anche senza. La teoria dei “minimi necessari” riguardo al Concilio Vaticano II


Nessuno può dubitare che vi sia un intento di riconciliazione e di pace nel comunicato che il Prefetto per il Dicastero ha firmato il 12 febbraio, dopo l’incontro con Davide Pagliarani, Superiore generale dei lefebvriani. Ma, essendo lo stesso comunicato a mettere in campo la esigenza di un “dialogo specificamente teologico” per portare a maggiore chiarezza la posizione delle parti, mi pare necessario discutere, con tutta la necessaria parresia, i tre “concetti sistematici” che vengono utilizzati all’interno della pagina del comunicato: da un lato i “differenti gradi di adesione che richiedono i diversi testi del Vaticano II” , poi la “interpretazione dei documenti”, e quindi i “minimi necessari” per la piena comunione.

Ovviamente non si deve trascurare il fatto che il dialogo su questi punti risulta condizionato da una rinuncia: ossia alle ordinazioni episcopali, che i lefebvriani hanno fissato per la prossima estate. Il dialogo potrebbe iniziare soltanto se loro rinunciassero ad un nuovo atto scismatico.

Resta comunque il fatto che venga prefigurato un dialogo possibile sul valore del Concilio Vaticano II e sulla misura della adesione ad esso, come possibile “ravvedimento” rispetto alla lettura che del Concilio quel gruppo ha offerto tra il 1965 e il 2026, definendolo come “eretico”.

Per capire la questione occorre fare alcune precisazioni sistematiche e storiche, senza le quali il Comunicato resta piuttosto sibillino.

1. La “indole pastorale” del Vaticano II e la sua recezione

Rispetto ai precedenti concili ecumenici, il Vaticano II è anzitutto un “evento linguistico”, proprio per il fatto che rinuncia sia ai canoni di condanna, sia alle formulazioni dogmatiche. Questa rinuncia colloca i suoi documenti su un piano diverso dai Decreti tridentini o dai Canoni di Nicea. La ermeneutica del Vaticano II chiede, perciò, di uscire dalla idea del “minimo necessario”. Se lo si interpreta con quel criterio, lo si sfigura, proprio perché lo si porta in un ambito ermeneutico che non lo riconosce nella sua novità. Il Concilio di Trento, ad es., dice che i sacramenti sono 7, né più né meno. Questo costituisce un criterio formidabile per stabilire il “minimo necessario” per la comunione con la Chiesa cattolica (per quanto oggi possa essere discutibile). Se si condanna una proposizione erronea, si ha un criterio indiscutibile per stabilire il confine tra comunione e scomunica. La logica narrativa del Vaticano II, che caratterizza il 95% dei suoi testi qualificanti, non procede per condanne, ma per qualificazioni positive. Per questo, se letto con il criterio del minimo necessario, può ridurre la propria necessità dottrinale ad un pugno di mosche. Facciamo alcuni esempi, in forma narrativa:

– sarebbe bello che la liturgia fosse partecipata da tutti i battezzati, ma se celebra solo il prete e tutti assistono, va bene lo stesso;

– sarebbe bello che la Parola di Dio fosse celebrata, letta, costituisse la fonte della esperienza e di immaginazione per tutti i battezzati, ma anche se resta emarginata e strumentalizzata in sistemi ad essa alieni, va bene lo stesso;

– sarebbe bello che la Chiesa fosse una esperienza di comunione e vivesse della condivisione organica dei “tria munera Christi” da parte del popolo di Dio, ma se resta un semplice esercizio giurisdizionale da parte della gerarchia va bene lo stesso;

– sarebbe bello che il rapporto con il mondo diventasse un luogo e un esercizio gioioso di apprendimento del vangelo, ma se resta un modo di insegnare la dura verità ad un mondo di tenebre va bene lo stesso;

– sarebbe bello che potessimo riconoscere gli ebrei come fratelli maggiori, ma se restano perfidi deicidi va bene lo stesso;

– sarebbe bello che potessimo scoprire che la libertà di coscienza di ogni uomo e di ogni donna è luogo di rivelazione, ma se la condanna della libertà moderna resta il presupposto del rapporto con Dio va bene lo stesso.

2. Il precedente liturgico: un campanello di allarme

Questo ragionamento sui “minimi necessari”, che ho provato ad illustrare in modo narrativo, non è solo una “ipotesi di scuola”. Proprio in campo liturgico ha avuto il suo luogo di esperimento più avanzato. La cosa viene da lontano, da prima del Concilio Vaticano II. Fu Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, che nel 1951 lanciò questo modo di ragionare. Lo applicò, credo io per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, alla riforma della veglia pasquale, voluta da papa Pio XII. Egli disse: sarebbe bello che tutti potessero fare la veglia “in nocte”, ma se qualcuno vuole conservarla a mezzogiorno, lo si consenta. Il “minimo necessario” è che ci sia una veglia pasquale, non importa se a mezzogiorno o la notte. Lo stesso argomento, meno di 20 anni dopo, lo utilizzò, su dimensioni maggiori, il vescovo Marcel Lefebvre, dicendo a papa Paolo VI: chi vuole utilizzare i nuovi testi liturgici riformati può farlo, ma si lasci liberi i vescovi di usare i testi precedenti. Per Lefebvre il “minimo necessario” del Concilio era, sostanzialmente, poterlo ignorare, senza perdere la comunione con Roma. Il fatto che oggi questo concetto, del “minimo necessario” e dei “gradi di adesione” al Vaticano II sia verbalizzato in un Comunicato del Dicastero per la Dottrina della fede appare sorprendente. Ma non è ancora tutto. Occorre aggiungere un tassello decisivo a questa ricostruzione.

3. “Summorum pontificum” e la “forma straordinaria” del rito romano

Dopo Siri e Lefebvre, lo stesso argomento è entrato nella esperienza papale. Siri lo aveva usato in dialettica con Pio XII, Lefevbre lo aveva usato in dialettica con Paolo VI, ma Benedetto XVI lo ha usato in dialettica con il Concilio Vaticano II. Se nel 2007 si dice che accanto alla forma ordinaria si riconosce una forma straordinaria del rito romano, di fatto si rende la riforma liturgica un “minimo non necessario”. Questo provvedimento ha inaugurato, dal 2007 al 2021, una fase di “dialogo” con i lefebvriani in cui si poteva dire: “del minimo necessario richiesto ai lefebvriani non fa parte la riforma liturgica”. Abbiamo la testimonianza storica di posizioni assunte da membri qualificati dalla Commissione “Ecclesia Dei”, che è stato il luogo in cui più intensamente si è coltivata questa “riduzione ai minimi termini” del Concilio Vaticano II, fino alla stesura di un “protocollo” in cui il Concilio veniva sfigurato “ad usum delphini”. Vorrei ricordare una intervista a Guido Pozzo, del 2014, (di cui allora ho scritto qui: https://www.cittadellaeditrice.com/munera/una-infelice-intervista-di-mons-guido-pozzo/) in cui affermava:

«Le riserve o le posizioni della FSSPX su alcuni aspetti che non rientrano nel dominio della fede ma che riguardano temi pastorali o d’insegnamento prudenziale del Magistero non devono essere necessariamente ritirati o annullati dalla Fraternità».

E, più avanti:

«Non c’è alcun dubbio sul fatto che gli insegnamenti del Vaticano II hanno un grado di autorità e un carattere impegnativo estremamente variabile in funzione dei testi. Così per esempio, le Costituzioni Lumen Gentium sulla Chiesa e Dei Verbum sulla Rivelazione hanno il carattere di una dichiarazione dottrinale, anche se non c’è stata una definizione dogmatica». Mentre le dichiarazioni sulla libertà religiosa, sulle religioni non cristiane e il decreto sull’ecumenismo «hanno un grado di autorità e un carattere impegnativo diverso e inferiore».

Vorrei far notare che Guido Pozzo, allora, nulla diceva della liturgia. Infatti era allora vigente, grazie a SP, una ricostruzione forzata della tradizione, che rendeva di fatto possibile celebrare indifferentemente con la forma ordinaria o con la forma straordinaria del rito romano. La riforma liturgica era, nei dialoghi di allora, esclusa dai “minimi necessari”. Lo stesso Pozzo non aveva mai nascosto di far uso normale della forma straordinaria del rito romano. Ed è sorprendente che, come se nulla fosse, la riapertura del “dialogo” abbia visto nei giorni scorsi lo stesso Guido Pozzo tra i soggetti coinvolti nel dialogo. Come se non avessimo imparato nulla dagli errori del passato e nessuno fosse chiamato a ravvedersi per gli abbagli che ha sostenuto e promosso per decenni.

 

4. La discussione futura

La teoria dei “diversi gradi di adesione” e dei “minimi necessari” rivela una lettura sistematica della tradizione che non è senza problemi. Introdurre una “gerarchia delle proposizioni” all’interno dei documenti del Vaticano II è un modo di leggerlo con occhi vecchi e col cuore freddo. La traduzione della tradizione, che si realizza nel Vaticano II, accade mediante una elaborazione che incide non sui “minimi necessari”, ma sui “massimi gratuiti”. Questo non significa affatto che il dialogo con i fratelli lefebvriani non sia una cosa buona, se si aprirà uno spazio grazie alla rinuncia alle ordinazioni laceranti. Purché sia chiaro che di ravvedimento non hanno bisogno solo coloro che stanno seduti al di là del tavolo, ma anche alcuni che, da questa parte, si sono illusi per decenni di poter usare il dialogo con i fratelli scismatici per abbassare la autorevolezza del Concilio Vaticano II nella comunione cattolica. Anzitutto a partire da una frequentazione disordinata di forme rituali che contraddicono l’unica lex orandi, ristabilita nella sua autorità nel 2021 e che si impone oggi anche alle nuove forme di incontro opportuno e di dialogo possibile, ma senza doppi giochi.

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