Per ricordare Don Crispino Valenziano: notturno a tre voci
Lo scorso 24 gennaio è mancato, all’età di 93 anni, mons. Crispino Valenziano. Tre amici ricordano qui tre aspetti del suo lungo e fecondo magistero, con riconoscenza e affetto.
Monsignor Crispino Valenziano / OSB.ORG
Crispino Valenziano a S. Anselmo: testimone del Concilio Vaticano II
Andrea Grillo
La forza e la forma con cui Crispino Valenziano ha portato il Concilio Vaticano II nelle aule dell’Ateneo S. Anselmo resta una immagine viva e indimenticabile, attestata dai numerosi interventi, a lezione e nei convegni. Vorrei legare questa presenza forte e profonda alla sua produzione più interessante e ricca di suggestioni, sempre a cavallo tra storia ed estetica, ma con un piglio e una ispirazione capace di lasciare sempre il segno, un segno indelebile.
Per molti anni, i miei primi di insegnamento e i suoi ultimi a S. Anselmo, ho avuto la fortuna di avere la mia camera vicina alla sua, nella “Appendice” al piano terreno: lui aveva la camera n. 5 e io la n. 7. Molte volte ci incontravamo nelle pause di lavoro, spesso nella sala insegnanti accanto al refettorio, dove lui sfogliava volentieri l’Osservatore Romano e commentava, annuiva o mostrava perplessità, con piccole frasi di commento, sempre salaci. Alcune volte abbiamo mangiato uno di fronte all’altro e le parole che ho sentito da lui, della sua esperienza di studio a Parigi e Strasburgo – ma anche sul vero gusto del tonno, in Sicilia – restano davvero indimenticabili. Raccontava di aver vissuto da studente nella stessa casa di De Lubac, e di aver frequentato le lezioni di Nédoncelle e di Levi-Strauss…e per questo diceva: ho sentito tutto il meglio, che cosa posso aggiungere oggi? Questa grande esperienza, sia di discorsi teologici, sia di discorsi culturali, sia di raffinate considerazioni rituali, lo rendeva un uomo dalla parola sapiente, difficile da catalogare. Era fuori serie, nel pensiero come nella espressione. Le sue frasi, sia quelle colloquiali, sia quelle accademiche, avevano una tornitura tutta particolare, che la parola scritta non valorizzava allo stesso modo della parola detta. La oralità di Crispino era solenne, maestosa e curiosa, di fine elaborazione retorica, con tonalità altamente differenziata e con una filigrana di significati primi, secondi e terzi che corrispondeva ai testi che citava. Maestro di citazioni, che scovava nella tradizione in modo singolare, con acribìa e gusto del testo raro, nella fuga da ogni luogo comune troppo frequentato. Faceva uscire dalla trama dei testi dei Padri una ricchezza di dettagli e una forza di sintesi che poi subito scompariva, se perdevi la sua guida. Quasi come un incantatore, faceva apparire scene, correlazioni, figure, che “ci sembrava di sognare”.
Per due volte ci siamo trovati, uno accanto all’altro, all’interno di pubblicazioni. Nel primo caso fu quando gli amici della Fuci della Cattolica – che anche in questa memoria postuma restano puntuali compagni di strada – ebbero l’idea di chiedere, a lui e a me, di parlare loro della liturgia e poi raccolsero i suoi e i miei appunti in quel libro che si intitola “L’uomo della liturgia”, uscito prima nel 2007 e poi, in una nuova edizione, nel 2017. L’altra occasione venne invece dalla Prefazione che Crispino scrisse per il mio volume “Oltre Pio V”, con la ripresa di una citazione di Rosmini che struttura tutto il suo intervento.
Ma accanto alla lezione accademica, o alla conferenza in occasione di Convegni, il suo eloquio sapiente si manifestava in modo davvero travolgente nella analisi delle opere d’arte: affreschi, mosaici, sculture, architetture, serie di immagini, progetti iconografici venivano riportati alle fonti, alle discussioni teologiche, alle intenzioni artistiche, ai dibattiti estetici, ma con una vivacità e una intelligenza davvero impressionante. Ricordo di aver assistito, in un caso, alla sua monumentale illustrazione dell’affresco di Raffaello, nelle stanze vaticane, spesso intitolato “Disputa del Sacramento”. Il suo sguardo attento mostrava le contraddizioni di letture troppo comuni, che non coglievano il fenomeno del dipinto, così come si presentava: per comprenderlo occorreva, allo stesso tempo, acuto occhio artistico e fine orecchio teologico, cosa che è difficile trovare nella stessa persona. Così appariva, d’un tratto, la evidenza di un affresco sconosciuto, e facilmente ricondotto dal senso comune ad un significato forzato e proiettato, che non corrispondeva a ciò che l’occhio vede, che la mente riflette e che il pensiero ricostruisce.
Quella volta, davanti al capolavoro di Raffaello, e al problema di inquadrarne accuratamente il significato, mi era apparsa a tutto tondo la forza di una ostinata volontà che Crispino esercitava, direi con tutto il corpo, nel porsi al servizio della tradizione, sfuggendo a quei meccanismi di omologazione e di generalizzazione di cui la tradizione stessa è spesso vittima prediletta. Lasciare alla tradizione la sua dinamica costitutiva, la sua vocazione “arcaico-generativa” come lui diceva, era la grande fatica dello studio, che Crispino applicava ad ogni “oggetto” di studio, grande o piccolo che fosse: un grande affresco o il Presepe, la Via crucis o la iconografia della penitenza, le grandi feste dell’anno liturgico o un semplice gesto rituale, un titolo mariano o un indumento sacro, il concetto di “homo liturgicus” o la posizione dell’altare. Ogni tema era guardato in modo integrale, in tutta la tradizione accessibile, verbale e non verbale, con un pensiero che si potrebbe definire “onnilaterale”.
Una lode della “onnilateralità” di Crispino può essere utile oggi, nel grande passaggio che viviamo e di cui lui era pienamente consapevole. L’ultima volta che ho ascoltato la sua parola, in una occasione ufficiale, è stato nel 2021, durante un incontro “on-line” organizzato dal Marianum per il primo anniversario della morte di p. Silvano Maggiani. Questa associazione nella memoria, tra Crispino e Silvano, mi pare una vera profezia. Le loro voci, che lungo i 60 anni del postconcilio, hanno avuto un valore di orientamento decisivo, devono continuare a parlare nei loro successori. Quello che fu il titolo con cui Crispino parlò di Silvano allora, “Allievo, collega, amico, fratello” vale oggi per noi, che restiamo. Tener fede alla parola audace e forte di cui Crispino e Silvano sono stati interpreti, con vasta comunanza di interessi e di sensibilità, ci rende saldi nel nostro lavoro. Con alle spalle così grandi maestri, tanto generosi di mappe, di indicazioni, di consigli e di raccomandazioni, non sarà troppo facile correre il rischio di sbagliare strada.
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don Crispino Valenziano al Seminario di Munera “Religione e cultura” – Cittadella, Assisi 2016
Il problema della cultura secondo Crispino Valenziano
Stefano Biancu
Il problema della cultura è stato centrale nella riflessione di Crispino Valenziano: non quale problema tra i tanti, ma quale prospettiva adeguata per affrontare tutti gli altri problemi, anche quelli più schiettamente teologici o liturgici.
Egli considerava lo stesso Concilio, al quale aveva partecipato giovanissimo in qualità di perito, un grande progetto culturale. Un progetto ancora incompiuto, della cui incompiutezza tuttavia egli non si stupiva e neppure si rammaricava, convinto com’era che ogni progetto culturale necessiti di almeno settant’anni per trovare attuazione. Era dunque serenamente consapevole del fatto che di quel progetto, alla stesura del quale aveva partecipato e contribuito, non avrebbe fatto in tempo a vedere una piena attuazione.
La centralità del problema della cultura derivava dalla sua formazione. Dopo gli studi teologici e filosofici, il giovane don Crispino fu chiamato a introdurre nelle università pontificie l’insegnamento dell’antropologia culturale, allora presente solo alla Gregoriana (si trattava di un corso tenuto da un gesuita indiano). Fu così mandato a Parigi, per formarsi alla scuola di Claude Lévi-Strauss, all’epoca frontiera avanzata sul campo.
Come egli stesso racconta su Munera 1/2017 (https://www.cittadellaeditrice.com/munera/tutti-gli-articoli/munera-12017-crispino-valenziano-colere-nellantropologia-dellumanesimo-cristiano/), nel 1978, don Crispino fece parte di una commissione nominata per lavorare sul tema della “culturazione”, ovvero sulle dinamiche di attuazione della cultura.
La commissione produsse un documento, che iniziava con le parole Homo Deus. Il documento arrivò tuttavia sul tavolo di papa Paolo VI troppo tardi: il papa era appena morto e il documento non avrebbe dunque mai visto la luce.
Il punto centrale di quel documento, che ancora oggi sarebbe di grande interesse riprendere e sviluppare, è la sottolineatura di come la “culturazione”, l’attuazione di una cultura, si muova in cinque direzioni differenti, che troppo spesso si fatica a distinguere, con pesanti ricadute negative sulla comprensione – anche ecclesiale – delle culture del nostro tempo.
Queste dunque le cinque direzioni della culturazione:
- in-culturazione: è l’inserimento di un soggetto in una cultura (così come, ad esempio, un bambino, nato in un certo luogo e in un certo tempo, si inserisce nella cultura di quel luogo e di quel tempo);
- ac-culturazione: è il fenomeno che deriva dall’incontro tra due culture e comporta dunque dialogo e paziente ricerca comune;
- trans-culturazione: è il fenomeno che si verifica in epoche di cambiamento culturale, e che rende più complesse tanto l’inculturazione quanto l’acculturazione;
- de-culturazione: è il fenomeno per cui, in una cultura, un elemento – un valore, un modello, un’istituzione… – decade e finisce;
- re-culturazione: è la ripresa eventuale di questo elemento che è caduto.
Molto ci sarebbe da dire su ciascuno di questi termini, ma ci si dovrà limitare a un paio di sottolineature, alla scuola di don Crispino.
La prima sottolineatura ha a che fare con la transculturazione che caratterizza il nostro tempo: il nostro trovarci non in un’epoca di cambiamento, ma in un “cambiamento d’epoca” (papa Francesco). È evidente come tale fenomeno epocale renda complicata tanto l’inculturazione dei soggetti (che inevitabilmente sperimentano un certo spaesamento) quanto l’acculturazione, ovvero l’incontro e lo scambio tra culture. Si è come in mezzo alle doglie di un parto, ma proprio l’acculturazione – in circostanze simili – può risultare feconda, a condizione che la paura dell’altro non prevalga, come facilmente può accadere nei momenti di spaesamento e di incertezza.
Una seconda sottolineature riguarda la reculturazione, rispetto alla quale don Crispino era convinto occorresse molta prudenza. Su Munera egli scriveva: “Quello che si de-cultura è prudente non tentare di reculturarlo subito: bisogna prima vedere se le circostanze, le cause che hanno portato alla de-culturazione, sussistono ancora, nel qual caso è inutile insistere con la re-culturazione. La re-culturazione si può fare solo se vale la pena”. Si tratta di un monito attualissimo nei confronti di tutti coloro che vorrebbero semplicemente ritornare a un passato che non esiste più, e che forse non esiste per un qualche motivo e per qualche ragione. Non è prudente, né saggio, voler a tutti i costi reculturare ciò che si è deculturato.
Don Crispino aveva compreso, molto tempo prima che papa Francesco lo esprimesse in Evangelii Gaudium con la sua icastica formula, che la grazia suppone la cultura: non solo dunque la natura (secondo l’adagio classico), ma anche la cultura, senza la quale non si dà neanche natura.
Qui sta un grande lascito di don Crispino: c’è un compito culturale che ci attende, come credenti e come donne e uomini del nostro tempo, e non è affatto un compito salottiero. È un compito di culturazione, che la grazia precede ma anche presuppone. Un compito penultimo, che proprio il riferimento all’ultimo rende al contempo possibile e urgente.
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don Crispino Valenziano – Cattedrale di Trapani, 1997
La sensibilità teologica di don Crispino Valenziano
Girolamo G.M. Pugliesi
La figura di don Crispino è stata molto importante per la mia formazione, specialmente al sorgere della passione per la teologia e per la liturgia. Io, ancora adolescente, mi sono ritrovato ad ascoltare e a studiare la prospettiva di don Crispino, imparando da lui uno stile di “fare” teologia, uno stile teologico “poietico”.
Non è semplice riassumere in poche parole ciò che don Crispino ha lasciato in eredità a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo; ma, nello stesso tempo, se dovessi individuare una parola, sceglierei senza timore: “sensibilità”.
“Sensibilità” ha a che fare con l’estetica elementare, eppure fondamentale, dei sensi; ma ha anche a che fare anche con il senso – che dai sensi si dispiega –, mostrandone in questo modo la profondità.
Ed è così che la sensibilità acquista la forma della sapienza, la più originaria e insieme la più piena forma di sapere, che è insieme sapore e intelletto, gusto e riflessione. Posso affermare, senza timore di smentita, che sia nella voce, sia nello scritto, don Crispino non ha mai separato questi aspetti della sapienza, che ha sempre coltivato.
La sensibilità è, poi, tatto; è una sapienza della mano, ed è così che la sensibilità è anche un sapere legato al “fare”, alla poiesis: la poietica liturgica, artistica, architettonica a cui si è largamente dedicato è nel suo sguardo più che espressione, essa è la mediazione inaggirabile affinché l’essere umano possa conoscere sé stesso e Dio, senza negare l’uno né l’altro; in altri termini, nella visione di don Crispino, ogni forma poietica mantiene una traccia della originaria mediazione cristologica, anche quella apparentemente lontana dal cristianesimo.
La sensibilità è anche olfatto, è un ricordare e un vivere evocando ciò che non si vede immediatamente. La parola e il pensiero così non sono che evocazione olfattiva di ciò da cui discendono, e il bonus odor Christi un modo eminente della presenza del Cristo nel corpo crismato ecclesiale.
Lo stile della parola scritta di don Crispino non è semplice, ma “denso”, così come la sua voce riusciva ad “addensare” in modo diretto ed efficace vissuti poliedrici e vasti. La sensibilità è anche “udito”, è cogliere la voce delle cose, solo in questo modo le parole possono essere una manifestazione ulteriore del reale. Il compito del teologo è quello di dare voce all’esperienza di Dio, proprio così ascoltare don Crispino era come sperimentare ciò che narrava; o, meglio, le sue parole consentivano che l’esperienza delle cose, che esse nominavano (che fosse un’opera d’arte, o un uno spazio liturgico, o un’orazione), potesse dischiudersi, spesso in modo inaudito.
La visione per don Crispino non è mai semplice “veduta”, ma sempre “vedere” – il verbo è da preferire sempre al sostantivo, perché quando abbiamo a che fare con qualcosa di vitale e di vero, non si tratta mai di un oggetto. Proprio per questo motivo, lo statuto dei sensi è sempre sinestetico, e la “metatesi” non è solo una figura retorica, ma la struttura profonda dell’esperienza liturgica: la visione è un ascoltare e l’ascoltare è un vedere. Meno di questo significa non vedere, né ascoltare, né gustare ecc.
Penso che con la sua opera don Crispino abbia costantemente manifestato questa semplice eppure profondissima verità cristiana: la sensibilità (“estetica”) è il luogo della rivelazione, della presenza e dell’azione di Dio e dell’essere umano, e il Cristo il centro del “meraviglioso scambio”, che consente all’essere umano di essere congiunto a Dio, e che rivela che Dio ama “sentire” al modo umano, e in ciò sta la radice della “via pulchritudinis”.

































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