Pace liturgica o inquietudine liturgica? I riti cristiani nel passaggio tra società dell’onore e società della dignità


Una domanda di “pace” nasce ovunque vi sia scontro, conflitto esasperato, contrapposizione frontale. Nella Chiesa cattolica per la liturgia non è ovunque così. Si deve smentire l’idea, davvero forzata e un po’ caricaturale, che ovunque vi sia conflitto liturgico. Piuttosto dovremmo dire il contrario. Molte sono le regioni ecclesiali in cui la liturgia ecclesiale, anzitutto quella eucaristica, non solleva alcun conflitto, neppure attenzione, interesse, sorpresa, attesa, dolore o gioia. Alla domanda di “pace” la liturgia avvicina, paradossalmente, una domanda di “lotta”, di “forza” di “scandalo”, di “rilevanza”.

Una liturgia “indolore” si genera, ahimè, da ogni tradizione: sia quelli che contestano la riforma, sia quelli che la approvano, se si resta sul piano ideologico, possono generare liturgie che, pur nella loro diversità strutturale, ottengono il medesimo risultato: lasciano tutto così come è. Il modo è diverso, le lingue sono differenti, i gesti difformi, ma il risultato è il medesimo: la irrilevanza del Vangelo e la indifferenza al Vangelo.

Sia che la produciamo “a difesa del sacro”, sia che la produciamo “superando il sacro”, non ci rendiamo conto, molto spesso, che questi modi opposti di intendere la tradizione hanno in comune la irrilevanza vitale, storica ed esperienziale dell’azione rituale.

Qui tocchiamo un punto vertiginoso della questione. E dobbiamo chiederci, in tutta onestà: non sarà forse che, dietro tutte queste contrapposizioni tra riti, tra riforme e controriforme, tra messali nuovi e messali vecchi, abbiamo perso il senso stesso della questione in gioco?

La liturgia in Francia

Di recente la domanda è stata sollevata dai Vescovi francesi, che si trovano di fronte ad una condizione (non solo della liturgia, ma della fede e della presenza ecclesiale) che non è facile paragonare con la situazione italiana. Nel loro dibattito recente, a Lourdes, hanno potuto guardare alla loro condizione con una considerazione della liturgia che diventa il terreno di uno scontro tra “partiti” che lacerano la compagine ecclesiale in modo sensibile, difficilmente confrontabile con ciò che viviamo in Italia. D’altra parte, anche i Vescovi di Francia sanno bene che, proprio nella loro storia, la liturgia è stata uno dei linguaggi preferiti per negare ogni mutamento ecclesiale, istituzionale, culturale. La figura di Mons. Lefebvre, subito a ridosso del Concilio Vaticano II, ha lasciato una impronta indelebile: per restare nella tradizione occorreva salvare la immutabilità della liturgia. Viceversa la grande maggioranza dei vescovi dopo il Concilio aveva capito che, per restare nella tradizione, occorreva riformare la Chiesa e anzitutto la liturgia.

Così le “guerre liturgiche” sono iniziate dalla ostinata resistenza di chi ha ingenuamente identificato la tradizione con la forma tridentina della liturgia, ma anche della chiesa, e della morale e della presenza istituzionale. La liturgia, con la sua esteriorità, si prestava ad operazioni formidabili. Poteva essere alzata come vessillo della resistenza. Così è stata vissuta dai “nostalgici”, ma oggi la confusione è più grande. Oggi la liturgia, non importa quale, può venire brandita come la migliore forma di indifferenza. Assicura ad ognuno una identità, di qua o di là dalla barricata, ma non incide sulla esperienza, se non polarizzandola, politicizzando la fede.

La questione dunque può essere così formulata:

a) ogni liturgia, VO o NO, può essere usata come “riparo”, come “scudo”, come “schermo” per difendersi dal Vangelo, dalla sequela del Signore, dalla vita nello Spirito;

b) la buona liturgia, che c’è stata in tutti i tempi, sia pure nelle forme più diverse, non è un riparo, ma una esposizione, una sequela, una vita nello Spirito.

Le controversie tra NO e VO spesso ragionano proprio su questo: ognuno imputa all’altro di perdere il rapporto col Vangelo, di smarrire la sequela del Signore, di allontanarsi dalla vita cristiana.

La “pace liturgica” potrebbe significare: torniamo ad una liturgia rassicurante. Questo possono volerlo tutti, sia i difensori della riforma, sia i contestatori della riforma. Ma non è ciò che conta davvero.

La riforma liturgica e il progetto del Concilio Vaticano II

Il senso della riforma liturgica, nel suo nucleo originario, si coglie se si legge di nuovo il Proemio di SC, che è esordio non solo del testo liturgico, ma dell’intera assise conciliare, che si autointerpreta nel primo numero del primo documento. Eccolo:

1. Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia.

Alla luce di questo testo è evidente come la sfida, oggi, non sia tra NO e VO, ma tra la vera scoperta del rito liturgico come forma della sequela di Cristo e la riduzione della liturgia a “riparo” o a “schermo”. La rilevanza del vangelo in forma rituale è il cuore della questione. Per assicurare questo obiettivo è evidente che la riforma del rito è solo lo strumento per conseguire il fine. Non si discute sulla riforma, ma sul fine. Il fine è “far crescere ogni giorno di più la vita cristiana”. E’ ovvio che questo implica una riforma delle istituzioni (liturgiche, ecclesiali, testimoniali) in vista di questo scopo. Una “pace liturgica” che serva solo a costruire ottimi ripari, grandi schermi, formidabili scappatoie, non serve a nulla. La liturgia è fatta per inquietare, per mettere in moto, per alimentare la immaginazione e la creatività evangelica.

La “pace liturgica” è davvero la questione?

Il cammino ecclesiale del nostro tempo non invoca anzitutto una “pace liturgica”. Sono spesso i tradizionalisti a farcelo credere, almeno oggi. Ma la liturgia invoca ben altra pace, non per sé, ma tra gli uomini, nella storia, nelle coscienze. A questo la liturgia può dare un contributo decisivo purché sfugga al ruolo di “riparo” e di “schermo”, di rifugio in un mondo perfetto e immune dalla storia. Per uscire da questo gorgo, la liturgia deve assumere con decisione la via aperta dal Vaticano II, che non è “difendere la riforma”, ma assumerla per diventare “chiesa in uscita”. La liturgia non ha bisogno di pace perché è troppo appesantita dalla pace perpetua. Una liturgia viva è la vera richiesta per il nostro tempo avventuroso. Senza nessun arretramento, ma con tutta la disponibilità una vera “unione di tutti i credenti in Cristo”, non dobbiamo lasciarci distrarre da obiettivi troppo angusti. Oggi la questione non è, ripeto, “difendere la riforma”, ma “portarla a pienezza”. Per farlo dobbiamo uscire da ogni uso della liturgia come “schermo” e come “alibi”, come scusa per restare in una società dell’onore e non entrare fino in fondo in una società della dignità, per la quale la differenza di Dio non può essere annunciate nelle forme rituali ed ecclesiali della società dell’onore. L’immaginario tridentino non è altro che la forma moderna della società dell’onore. Il Vaticano II ci ha chiesto di dare figura ad una liturgia nella società della dignità, in cui tutti celebrano e Cristo e la Chiesa sono i protagonisti.

Una differenza decisiva

Questa differenza è metodologicamente decisiva. Se non si passa attraverso questa conversione, che il Concilio ci ha chiesto da 60 anni, si riduce la liturgia ad una schermo e ad un riparo dal Vangelo. Per questo occorreva che le forme rituali fossero riformate (come si è fatto da 50 anni), ma poi hanno dovuto essere riempite di significato ecclesiale e spirituale: questo non può farlo una riforma, ma qui sta il compito di una sapiente recezione, che deve ancora iniziare. Di questo ha bisogno, oggi, non solo la Chiesa di Francia. Per recepire bene la liturgia riformata dal Concilio, tutti possono insegnare qualcosa. Purché si superi la pretesa di bloccare la Chiesa nella società dell’onore, dove solo il prete celebra e può farlo anche da solo, alle 4 del mattino, come il vertice della sua esperienza personale, con cui confonde il suo ministero e il sacramento che pretende di celebrare “remoto populo”. Un sistema gerarchico di gestione della liturgia è la pace perpetua di cui non ha bisogno la esperienza di fede in una società della dignità. Impariamo a non parlare con locuzioni sbagliate. Al centro della questione, in Francia come in Europa, non c’è la pace liturgica, ma la inquietudine liturgica. Si tratta di poter annunciare il Vangelo nella forma più alta e più potente, ossia in forma rituale, senza sostituirlo con la comodità o di un sistema gerarchico di garanzie formali o di un sistema banale di rassicuranti indifferenze. In questo senso una forma rigida di VO e una forma sciatta di NO possono avere il medesimo effetto: producono solo indifferenza. Questo non significa equiparare le due forme, in nessun modo, ma diventare sempre più coscienti che entrambe possono essere usate in modo formale. Solo la seconda ha la possibilità di superare davvero le difficoltà di “adattamento”, ma non può farlo perché “viene difesa”, ma esclusivamente per come viene attuata, assunta e resa vivente. Qui, come è evidente, non è questione di pace, ma di inquietudine.

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