OePQ – Laboratori in Università Cattolica per gli studenti …e non solo.

Da alcuni mesi, si stanno svolgendo in Università Cattolica numerosi incontri di riflessione sul documento Oeconomicae et Pecuniariae Quaestiones (OePQ)[1], a cui partecipano studenti, docenti e professionisti di varie discipline. Informazioni e dettagli sono disponibili sul sito dell’Università.

Sotto la guida della Prof. Elena Beccalli, sono stati costituiti 12 Laboratori, ognuno focalizzato su un tema specifico trattato nell’OePQ. Nell’ambito del Laboratorio n. 1 dedicato alla Finalità dei sistemi finanziari, a cui partecipo, lo scorso 9 novembre ho avuto occasione di soffermarmi su alcuni aspetti, che riprendo qui di seguito. Ho focalizzato l’intervento su alcuni aspetti riferiti specificamente ai paesi con economie che si è soliti definire, con una certa imprecisione, “emergenti”.

Al par. 16 dell’OePQ vi è un primo punto importante riferito al ruolo che la finanza svolge rispetto all’economia reale: “l’attività finanziaria rivela la sua primaria vocazione di servizio all’economia reale”. La finanza non deve essere quindi fine a sé stessa. Si tratta di un principio richiamato in vari altri documenti, più volte in passato, ma è di grande attualità, in considerazione del disallineamento fra l’andamento dei mercati dei capitali e quello del PIL che si registra in queste ultimi mesi a livello internazionale, dovuto soprattutto alle politiche fortemente espansive adottate dalle principali banche centrali nel mondo. Ma come anche Mons. Gianfranco Ravasi ha richiamato[2]: «Economia non è sinonimo di finanza, caso mai quest’ultima ne è uno strumento» aggiungendo, citando Amartya Sen, «l’economia deve tornare ad essere una scienza umanistica che ha come base la filosofia morale»[3]. Il richiamo della OePQ alla necessità di evitare gli eccessi della finanza appare quindi quanto mai attuale ed urgente. Una indicazione quantitativa del fenomeno, molto semplice ed immediata, è data dal rapporto fra l’ammontare degli assets finanziari ed il PIL che è pari a circa 1000%, media del mondo, a fronte di un rapporto credito bancario/PIL pari a meno del 100%.

L’OePQ si rivolge spesso alle banche, poiché sono i principali operatori finanziari, in tutto il mondo, ma il loro peso si va gradualmente riducendo a favore degli altri intermediari finanziari. Se misuriamo il grado di financial deepening – rapportando il credito concesso al sistema privato sul PIL di un paese – vediamo che si colloca attorno al 150%, sostanzialmente stabile nelle economie più avanzate e nell’area euro, ma in graduale crescita nei paesi emergenti dove il rapporto è passato da circa 50% nel 2000 al 120% a fine 2019.

Ciò che emerge con chiarezza è però nel contempo il calo del peso delle banche nei sistemi finanziari di tutto il mondo: esse coprono ora l’80% del sistema finanziario nella macroarea emergente, solo in lieve riduzione nell’ultimo decennio, mentre il loro peso risulta in riduzione più marcata nelle economie avanzate e in particolare nell’area euro dove è sceso dal 64% nel dicembre 2010 al 54% a marzo 2020. Il processo di convergenza – l’avvicinamento delle economie emergenti alle economie più mature – quindi si va realizzando con gradualità.

Per poter cogliere il grado di diffusione dei prodotti bancari, occorre analizzare innanzitutto l’inclusione finanziaria, specie nei paesi emergenti, un tema su cui mi sono soffermata più volte su Munera, un aspetto fondamentale per capire il contributo della finanza. In OePQ non vi è una precisa indicazione all’inclusione finanziaria, che è invece presente in Fratelli Tutti, l’Enciclica di Papa Francesco pubblicata lo scorso ottobre[4].

L’inclusione viene misurata molto semplicemente dalla diffusione dei conti correnti, ovvero dal numero di persone che detengono un conto. La principale fonte di dati su questo tema è rappresentata dalla Banca Mondiale, che ogni 3 anni compie rilevazioni specifiche[5]. Negli emergenti, l’inclusione, specie digitale e via mobile, sta rapidamente migliorando, ma la dispersione dei dati rimane molto ampia (poco più del 50% risulta avere un conto, a fronte di una media mondiale complessiva del 69%).

Nei paesi ad economia avanzata, l’inclusione finanziaria può essere interpretata in una accezione più ampia, non solo cioè come diffusione dei conti bancari (prossima al 100%), ma come partecipazione attiva alla gestione finanziaria ovvero alla scelta degli investimenti proposti dalla banca o dall’intermediario a cui il cliente si rivolge, che sottintende un interesse, ma anche una capacità di valutazione e, prima ancora, la condivisione di sani principi di gestione finanziaria. Se è vero da un lato, che gli italiani mostrano un modesto grado di conoscenza dei fondamentali della finanza[6], è anche vero che, come emerge da varie indagini diffuse dalla stampa specializzata, un numero crescente chiede ai propri gestori di investire in taluni prodotti sostenibili, eticamente accettabili (non armi, pornografia o giochi d’azzardo)[7], e sempre più coerenti con il rispetto dell’ambiente e di una equa crescita sociale.

Le banche, come ho accennato, sembrano cedere il passo ad altri intermediari finanziari, la cui diffusione si è rafforzata soprattutto grazie alla tecnologia (operatori fintech, ad esempio). In vari punti, in OePQ viene richiamato il cosiddetto shadow banking[8]. Il termine ha una connotazione negativa, poiché induce a pensare ad attività poco trasparenti o illecite. In realtà, come viene indicato nel Rapporto annuale del Financial Stability Board[9], dedicato specificamente a questo tema, si riferisce all’attività svolta dagli intermediari finanziari non bancari, una categoria molto ampia che comprende i fondi pensione, i fondi mobiliari, le assicurazioni nonché altri intermediari che svolgono attività specifiche (fra cui i fondi immobiliari, i brokers e i dealers nell’ambito della negoziazione,…). Si tratta quindi di un gran numero di operatori, di varie dimensioni, in genere molto specializzati.

Come indicato in OePQ, non si tratta di operatori di per sé dannosi, ma da considerare con particolare attenzione e prudenza poiché – ed è questo il punto critico – non sono soggetti alla normativa di vigilanza, molto stringente, a cui sono sottoposte le banche. Essi cioè sono ritenuti potenziali fonti di rischio, come è stato in passato nella crisi del 2008 generata dai mutui subprime. È importante inoltre considerare che non si tratta di un segmento nettamente distinto. Le interconnessioni con il mondo bancario sono frequenti e profonde[10].

Negli ultimi anni, secondo i dati del campione FSB riferiti alle principali economie del mondo, il rafforzamento degli “altri intermediari” è stato considerevole, a fronte di un indebolimento delle banche e di una sostanziale stabilità dei fondi pensione e delle assicurazioni, le altre due categorie considerate shadow secondo il FSB. Il peso degli assets gestiti dagli “altri intermediari” è infatti passato dal 13% al 18% del totale negli ultimi cinque anni.

Una delle attività che tali intermediari svolgono – che rientra nell’approfondimento del nostro Laboratorio – riguarda la gestione dei flussi finanziari connessi alle rimesse, cioè delle somme che i migranti inviano con periodicità alle famiglie di origine. Si tratta di ingenti risorse finanziarie, pari ad oltre 500 miliardi di dollari secondo le stime della World Bank per il 2020, ma in diminuzione (-7%) e attese ancora in calo nel 2021 del 7%. La causa principale di tale flessione è ovviamente la crisi economica generata dal coronavirus, che ha fatto aumentare sensibilmente la disoccupazione ovunque nel mondo, ma anche l’intensificarsi dei flussi di ritorno dei migranti verso i paesi di origine. Le rimesse stimate uscire dal nostro paese sono pari allo 0,5% del nostro PIL ovvero circa 8.5 miliardi di euro nel 2020. I principali paesi di destinazione sono l’est Europa, le Filippine, l’Egitto e l’America latina, per i quali le rimesse sono una risorsa finanziaria fondamentale (pari a circa il 10% del PIL ad esempio in Albania e Moldavia, per ricordare i paesi più vicini a noi).

Tali risorse supportano i consumi delle famiglie nei paesi di destinazione, ma finanziano spesso anche la costruzione dell’abitazione, nell’ambito di un progetto di rientro a medio termine. Si tratta di un tema con molte implicazioni riferite al legame fra le economie avanzate e i paesi emergenti.

Le rimesse tuttavia rappresentano anche un fattore di distorsione nello sviluppo economico, poiché possono generare la cosiddetta trappola delle rimesse, ad indicare l’effetto di raffreddamento degli stimoli allo sviluppo domestico. L’affidamento sulle risorse esterne può finire per allentare la spinta alla crescita interna e il raggiungimento di una maggiore autonomia.

Abbiamo concluso il primo ciclo di incontri, a cui auspichiamo seguano altri, in quanto significative occasioni di confronto e di crescita, culturale ed umana, fra tutti – studenti, docenti e professionisti – come (tentativi di) risposta all’invito di un crescente impegno di riflessione e di studio, che ci viene rivolto dal Papa, ma prima ancora dalla nostra coscienza.


[1] OePQ, documento della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, maggio 2018.

[2] Citato in C. Marroni, Un’economia più giusta dopo gli anni della crisi, Il Sole-24 ore, 12 settembre 2016.

[3] Fra le numerose altre fonti ricordo anche Card. D. Tettamanzi, “Uscire per le strade. La sfida di costruire il bene comune”, Mondadori, 2006, che chiede ad ognuno di “raccogliere l’invito urgente e pressante ad assumere fino in fondo, con coraggio e fiducia, le proprie responsabilità, ad avere e coltivare un genuino spirito di iniziativa e di intrapresa, ad adoperarsi perché ogni intermediazione finanziaria (…) sia a reale servizio dell’uomo e del bene comune”.

[4] Al par. 130 è indicata infatti la “necessità di consentire a tutti di aprire un conto”.

[5] La prima survey è stata condotta nel 2011, successivamente nel 2014 e nel 2017. I risultati della rilevazione attualmente in corso sono attesi nel prossimo anno.

[6] Secondo SCHRODERS, in Global Investor Study 2020 (citato in G.BISELLO, Sostenibilità: gli italiani ne chiedono sempre più ai propri consulenti, Advisor, 12 ottobre 2020), il 41% degli intervistati in Italia chiede investimenti ESG (44% in Europa). Non si chiede solo l’esclusione di settori considerati non-sostenibili (come armi, alcol, tabacco, pornografia, in linea peraltro con le disposizioni della sharia islamica), ma anche una collaborazione più attiva con gli emittenti. L’82% degli investitori italiani inoltre ha dichiarato di non essere disposto a investire andando in contrasto con i propri principi personali, nemmeno per beneficiare di rendimenti più elevati.

[7] Su questo tema è in preparazione il prossimo numero di Munera, 1/2021, dedicato alla sostenibilità, che comprenderà un intervento dedicato alla finanza sostenibile.

[8] Al Par. 29: ”Non è più possibile ignorare fenomeni quali il diffondersi nel mondo di sistemi bancari collaterali (Shadow banking system), i quali, benché comprendano al loro interno anche tipologie di intermediari la cui operatività non appare immediatamente critica, di fatto hanno determinato una perdita di controllo sul sistema da parte di varie autorità di vigilanza nazionali e quindi, di fatto, hanno favorito in modo sconsiderato l’uso della cosiddetta finanza creativa, nella quale il motivo principale dell’investimento di risorse finanziarie è soprattutto di carattere speculativo, se non predatorio, e non un servizio all’economia reale. Ad esempio, molti convengono che l’esistenza di tali sistemi “ombra” sia una delle principali concause che hanno favorito lo sviluppo e la diffusione globale della recente crisi economico-finanziaria, iniziatasi in USA on quella dei mutui subprime nell’estate del 2007.”

[9] Il Financial Stability Board (costituito nel 1999 come Financial Stability Forum, è diventato ufficialmente FSB nel 2009) ha l’obiettivo di promuovere la stabilità finanziaria internazionale, rendere più efficienti i mercati e ridurre il rischio sistemico attraverso lo scambio di informazioni e la cooperazione tra autorità di vigilanza. Il FSB riunisce i rappresentanti di governi, Banche centrali e autorità di vigilanza sulle istituzioni e sui mercati finanziari.

[10] Cfr. ECB, Financial Stability Review, The role of bank and non-bank interconnections in amplifying recent financial contagion, May 2020.

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