Nuove meditazioni di teologia eucaristica/4. Ripensare la ‘transustanziazione’ (di Cosimo Scordato)


Riprende la riflessione sulla teologia eucaristica con questa bella rilettura della transustanziazione da parte del teologo palermitano Cosimo Scordato, che qui sintetizza un suo studio di prossima pubblicazione. Lo ringrazio di cuore. (ag)

Ripensare la ‘transustanziazione’ (di Cosimo Scordato)

Un termine sentinella – Dire Eucaristia e pensare alla ‘transustanziazione’ è un tutt’uno; fin da bambini, abbiamo imparato questa parola pur nella difficoltà della sua dizione. Eppure vorremmo offrire qualche riflessione che ci aiuti a salvaguardare ciò che il termine custodisce ma aprendolo ad altra possibilità. Sono noti alcuni limiti del passato (isolamento del sacerdote dall’assemblea, prevalenza dell’adorazione sulla manducazione, poco rilievo alla comunità come corpo del Signore attraverso l’Eucaristia, enfatizzazione della messa/sacrificio come offerta dell’uomo a Dio anziché come autodonazione di Dio all’uomo); ma la riflessione critica della teologia continua.

Dal passato al futuro – Nell’ultima cena, Gesù annunzia: “Questo/ciò (touto) il mio corpo (che è donato) per voi”. Che cosa è questo touto (‘ciò’) del quale viene detto che è “il mio corpo”? Il testo greco non fa riferimento direttamente al pane, altrimenti avremmo trovato l’aggettivo al maschile (outos) e non al neutro come di fatto è (touto). Ciò indica tutto l’insieme: il senso ricapitolativo dei suoi gesti e delle sue parole e il senso prolettico della piena comunione con i discepoli dentro e oltre la morte nella condizione di Risorto. Nella riflessione successiva l’attenzione si è focalizzata sulla domanda: in che modo un pezzo di pane può diventare corpo del Signore? Gi scolastici approdano alla transustanziazione: il pane e il vino mantengono i loro accidenti, ma la loro sostanza è trasformata nel corpo e sangue del Signore.

Ci chiediamo se possiamo invertire i termini dicendo: “Il mio corpo è questo”. In questo caso il soggetto è “il mio corpo” e il predicato è “questo”. Cosa cambia? Un conto è che un pezzo di pane diventi il Corpo di Cristo, un conto è che il Corpo di Cristo diventi un pezzo di pane. Nel primo caso, la trasformazione riguarda la sostanza del pane che diventa Corpo di Cristo, permanendo gli accidenti; nel secondo caso, la trasformazione riguarda il Corpo di Cristo che diventa un pezzo di pane. In questo modo il Risorto, oltre ad avere assunto la condizione umana fino alla sua forma di servo, assume anche la condizione di pezzo di pane e (calice di) vino al fine di istaurare un rapporto più intimo secondo la modalità della convivialità. Gesù risorto diventa altro da sé nel momento in cui nell’Eucaristia si offre ai suoi discepoli; ciò avviene nelle modalità del banchetto includendo in questo modo non solo il pane e il vino, ma anche tutto quello che lo ha preparato rendendolo possibile: la terra e il lavoro dell’uomo, il ritrovarsi insieme in un contesto di festa; e tutto questo non in maniera accidentale ma autenticamente. Il suo amore prende forma nel pezzo di pane offerto ai suoi discepoli e la sua comunità diventa il suo corpo visibile nel pane e nel vino condiviso! Potremmo parlare di una ulteriore chenosi del Figlio di Dio, in continuità e radicalizzazione con quella che egli ha vissuto nel farsi carne: meravigliosa la prima chenosi, altrettanto meravigliosa questa ulteriore chenosi, che si realizza in un pezzo di pane e nella comunità, radunata a farne memoria per viverne l’assimilazione più intima. Il Risorto sperimenta una ulteriore prossimità all’uomo attraverso la manducazione eucaristica e la comunità radunata fraternamente sperimenta l’assimilazione a Lui e al suo vangelo.

Il pane e il vino manifestano l’integrazione tra l’uomo e la terra nel processo evolutivo ancora in corso, oltre che nella storicità del loro continuo realizzarsi; la comunità celebrando assume l’impegno per la terra e per la storia, disponendosi ad imprimere l’impronta cristica al creato e alla storia1.

L’Eucaristia dà da ripensare tutto – L’Eucaristia non è qualcosa da comprendere a partire da altro, quasi esemplificazione allegorica di una idealità, piuttosto è l’evento a partire dal quale si dispiega il senso della realtà: relazione ‘nutriente’ verso gli altri, darsi “in pasto” con pensieri, gesti, servizi, espressioni di prossimità…2 Nella interpretazione precedente la transustanziazione nella radice trans- spingeva a pensare l’Eucaristia come innalzamento della realtà umana verso la realtà divina. La presente riflessione, invece, spinge a pensare il movimento che dispone Dio ad accon-discendere alla sua creatura trasformandosi in un pezzo di pane da mangiare. Siamo dinanzi a un trans-scendimento di amore: il cambiamento del Risorto che vive la sua condizione chenotica nell’atto di amore pasquale come abbassamento estremo verso l’uomo. A sua vola, il nutrirsi del Risorto-pezzo-di-pane fa comprendere ai commensali di diventare un tutt’uno col Signore e tra di loro. La tensione registrata nella storia tra corpo personale (vero reale e sostanziale) di Cristo e corpo (mistico) della Chiesa non ha motivo di esistere perché il “tutto ciò” comprende e tiene unito: la Parola interpretativa di Gesù, il suo invito a prendere/mangiare, il senso della sua vita come “mio corpo per voi”, il diventare un solo Corpo con i discepoli, il reciproco donarsi dei discepoli come effetto dell’evento eucaristico.

Fate questo, che cosa? – C’è una circolarità ermeneutica tra due accezioni. La prima è quella liturgica. La comunità fa memoria di Gesù celebrando la cena del Signore nel doppio significato del genitivo soggettivo (Gesù che presiede la mensa) e oggettivo (Gesù che offre se stesso). La liturgia cristiana, non dipende da altri culti e ha una sua specificità riconducibile alla vita di Gesù. La seconda accezione è quella esistenziale. Gesù interpreta la sua vita e quella del credente come “corpo donato per”, attingendo all’autodonazione (trinitaria) di Dio, fonte e culmine di ogni gesto umano.

Alcuni guadagni – La presente proposta viene incontro al desiderio di rilanciare la celebrazione dell’Eucaristia. Evidenziamo alcuni aspetti. Il primo aspetto riguarda il ripristino del pane azzimo (come avviene nella liturgia bizantina) per far comprendere che la mensa eucaristica è un banchetto vero nel quale il Signore è colui che la presiede e colui che si offre. La presenza attuale dell’ostia enfatizza l’ostia/offerta sacrificale3 e meno la gioia dell’aspetto conviviale della vita di ogni persona che, col lavoro, ‘cerca di guadagnarsi il pane’ per imbandire la mensa con i propri cari. Inoltre lo spezzare il pane e il passare il vino è costitutivo dell’atto sacramentale; esso è performativo della comunione del Signore coi fedeli e dei fedeli tra di loro; celebrando essi sono disposti a condividere la stessa mensa, nella espressione liturgica e nell’esistenza di ogni giorno. Infine le parole interpretative del Risorto assumono il banchetto in tutte le potenzialità antropologiche (comunità, alimento, festa…) per restituirlo ripieno della potenza trasformante del suo Spirito. Il Vivente e il Veniente visibilizza nei gesti umani, ricapitolati nel convivio, il compiersi della Trinità economica nel qui ed ora di ogni celebrazione.

Cosimo Scordato

1 Nel linguaggio l’espressione metaforica “Farsi un pezzo di pane” indica la disponibilità a donarsi e a essere servizievole; essa indica una persona buona che offre relazioni ‘nutrienti’ verso gli altri. Nel caso di Gesù, la metafora approda ad un realismo che è tipico ed esclusivo del gesto posto in essere da Gesù. Infatti, Egli da un lato interpreta la sua vita come un continuo venire incontro ai bisogni degli altri e un donarsi per realizzare il regno di Dio, regalità divina che ha tutto da donare; dall’altro lato, nel contesto conviviale pasquale, Egli ‘sporge’ verso un oltre che spinge il senso del suo essere e agire verso una comunione di vita che, nel pezzo di pane, evoca la compenetrazione intima con Lui e tra i commensali.

2 Possiamo assumere l’allattamento materno; esso non si esaurisce nel succhiare il latte ma si esprime nell’esporre il seno, come parte per il tutto (identificazione tra mamma e mammella!) per tradurre la relazione in qualcosa che può durare tutta la vita anche se in forma diversa dall’allattamento.

3 Circa l’acquisizione tridentina del significato della messa come sacrificio, ci limitiamo ad osservare che faremmo bene a sottolineare che la messa è un sacrificio sui generis, irriducibile agli altri sacrifici delle diverse esperienze religiose; il sacrificio non è in primo luogo offerta dell’uomo a Dio quanto piuttosto autodonazione di Dio alle sue creature, rivelazione suprema dell’autodonazione trinitaria dell’amore divino.

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