Non solo 5 cardinali: le principali proposte in vista del Sinodo dei Vescovi


Sull’ultimo numero della rivista “Settimana” [33(2014), pp.1 e 16] è uscito il mio articolo:

5 cardinali, il sinodo e il matrimonio

Una semplice lotta tra cardinali o un complesso “camminare insieme” di Chiesa? La disputa fittizia sulla difesa della tradizione e il caso serio di una teologia del matrimonio all’altezza dei tempi. Accurata ricostruzione delle variegate posizioni nella discussione pre-sinodale.

Il modo di presentare il cammino della Chiesa verso il Sinodo straordinario sulla famiglia rischia di essere fortemente segnato da un tratto eccessivamente caricaturale. A questa ermeneutica semplicistica dello “scontro finale”, d’altra parte, contribuisce non poco il tono intransigente con cui non pochi protagonisti, anche porporati, si sono disposti dinanzi alle questioni in gioco. Il recente annuncio di un libro dei “cinque cardinali” –  Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 2012; Raymond Leo Burke, prefetto della Segnatura apostolica; Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato di scienze storiche; Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna e Velasio De Paolis, presidente emerito della prefettura degli affari economici –   coalizzati in una presunta opposizione viscerale ad ogni cambiamento in materia di “disciplina ecclesiale” sui divorziati risposati, induce a rafforzare questo immaginario di “scontro”. Da un lato ci sarebbero coloro (compreso il papa?) che inclinano a “cedere al mondo moderno e ai suoi errori”, mentre dall’altro si schiererebbero gli eroici difensori della tradizione cattolica, coloro che vorrebbero “rimanere nella carità di Cristo”, secondo il titolo dato al “pamphlet pentaporporato”.

Pamphlet pentaporporato

Questa ricostruzione, tuttavia, appare del tutto fantasiosa. Ed è, già in se stessa, il frutto amaro e spudorato di un clericalismo duro a morire e di una riduzione della Chiesa a “gioco di potere” che smentisce apertamente la  vicenda ecclesiale degli ultimi 50 anni. Esattamente come l’idea che ogni deviazione in campo matrimoniale dall’alveo della dottrina “classica” sarebbe responsabile di un potenziale “scisma”, quasi a sancire il diritto ad una “obiezione di coscienza” da parte di chi non vede corrispondere la Chiesa ai pregiudizi dell’intransigentismo antimoderno.
D’altra parte questa reazione scomposta è comparsa fin dal febbraio scorso, immediatamente dopo la ormai famosa relazione del Card. Kasper durante il Concistoro. Questa polarizzazione, in realtà, nasconde una grande debolezza, che rischia di accomunare entrambi i fronti della presunta disfida. In gioco non vi è la difesa della tradizione da un attacco intestino, ma la capacità della Chiesa di saper annunciare il Vangelo del matrimonio in questo mondo tardo-moderno. In altri termini, è in gioco il modo con cui la Chiesa sa comprendere il Vangelo del matrimonio, qui ed ora.
Se, tuttavia, proviamo a cambiare prospettiva, ad uscire dalla logica della disfida e ad entrare nel percorso del cammino sinodale – disponendoci ad ascoltare davvero la tradizione, della quale fa parte anche la vita del popolo di Dio del 2014 – possiamo notare che, al di sotto delle diverse posizioni “predefinite”, molte cose si stanno muovendo e diverse proposte di riforma sono entrate nella comune considerazione. Come sempre, anche in questo dibattito non contano solo i “titoli” con i quali si parla, ma anzitutto gli argomenti che si utilizzano. Vorrei qui presentare alcune delle posizioni in campo, cercando di uscire dalla logica del “gioco in difesa”, come ha sollecitato a fare papa Francesco nel suo discorso del 18 settembre ai Vescovi neoletti, quando ha detto: “Vi vorrei Vescovi rintracciabili non per la quantità dei mezzi di comunicazione di cui disponete, ma per lo spazio interiore che offrite per accogliere le persone e i loro concreti bisogni, dando loro l’interezza e la larghezza dell’insegnamento della Chiesa, e non un catalogo di rimpianti.” O, più avanti: “E, per favore, non cadete nella tentazione di sacrificare la vostra libertà circondandovi di corti, cordate o cori di consenso, poiché nelle labbra del Vescovo la Chiesa e il mondo hanno il diritto di trovare sempre il Vangelo che rende liberi”.

Il problema

Il discrimine fondamentale, per cogliere la realtà del dibattito ecclesiale sul tema dei divorziati risposati, è costituito dalla possibilità di ammettere che la Chiesa, in questa materia, sta vivendo una crisi profonda, che non è dovuta al modificarsi delle pratiche e dalle forme di vita degli uomini e delle donne, ma dalla sua capacità di rispondere efficacemente a questa crisi.

La risposta classica

Anche tra i 5 cardinali che si lasciano etichettare volentieri come “conservatori” almeno due sanno bene che l’attuale modo di gestire la questione dei divorziati risposati conosce troppi difetti. Per questo, proprio da questo fronte apparentemente “chiuso”, sono emerse proposte di revisione del procedimento di accertamento della nullità del vincolo matrimoniale, che prospettano due vie:
– un ampliamento della rilevanza del “vizio di fede” come causa di nullità;
– una estensione del potere di dichiarazione della nullità al ministero del Vescovo, in forma amministrativa.
La rilevanza delle proposte mostra bene che il problema viene colto in tutta la sua gravità. Il limite è, semmai, la adeguatezza delle risposte alla natura del problema. Bisogna pertanto domandarsi se sia teologicamente corretto e pastoralmente produttivo impegnarsi in una difesa della concezione classica della “indissolubilità” e poi smontarne la rilevanza ampliando a dismisura le modalità con cui poter dichiarare nullo il matrimonio. Vi è, in questo ostinarsi della riflessione e della pratica, una grande debolezza teorica. Non riuscendo a “pensare” adeguatamente la indissolubilità, si lascia immutata la sua logica in astratto, salvo poi recuperare il contatto con la realtà del vissuto dei soggetti mediante un “escamotage” giuridico, del quale, anziché arginare la portata, si alimenta la articolazione.
Il fatto che, con breve anticipo sull’inizio del Sinodo, sia stata annunciata la costituzione di una Commissione per la Riforma del processo canonico matrimoniale sembra avvalorare l’ipotesi che questo punto sia ormai già acquisito e che quindi il Sinodo sia dispensato dal doversene occupare in prima battuta. La realtà è già oltre il dibattito sulla sua possibilità.

La risposta differenziata

Vi è poi un secondo ambito di proposte che, lavorando sempre sul livello giuridico della questione, prendono diverse strade:

– da un lato (come fanno i coniugi Ruster, il cui libro sta per apparire in italiano da LDC) propongono di distinguere accuratamente il matrimonio sacramentale dal matrimonio naturale, introducendo nella Chiesa la possibilità di riconoscere due tipi di matrimonio valido: un matrimonio sacramentale e un matrimonio non sacramentale.

– su un altro piano, invece, si propone di trattare il sacramento del matrimonio come il sacramento dell’ordine (Demmel e Schockenhof, in uscita da Queriniana), per poter dichiarare che il primo matrimonio, pur restando valido e così salvaguardando la sua indissolubilità, rimane privo di quegli effetti, che invece discenderebbero da una seconda unione, in tal modo riconosciuta come valida.

La risposta pastorale

La via del “foro interno”, coordinata con un percorso pastorale e con una riconciliazione e comunione ecclesiale, rimane al di qua della questione giuridica e si manifesta come soluzione “puramente pastorale”. Lo stesso card. Kasper, che ne è stato il sostenitore più convinto, ha segnalato che si tratta di una proposta da integrare, che apre una via ancora da precisare e da sviluppare.

La risposta di ripensamento

Vi è infine una ultima linea di proposte (Petrà e Grillo, con contributi recenti usciti con Cittadella) che sostiene la necessità di una profonda ricomprensione della possibilità che il matrimonio “fallisca” o “muoia”. Recuperando categorie antiche, orientali, e dialogando con la cultura contemporanea, questa linea di risposta richiede che si sappia riconoscere al vincolo una storia e che si possa garantire, a certe condizioni, un “nuovo inizio”. La rigidità con cui la Chiesa confonde e sovrappone, immediatamente, livello naturale, istituzionale e sacramentale del matrimonio attesta la difficoltà con cui non riesce a elaborare categorie teologiche adeguate ad una cultura in cui la coscienza e la libertà non possono essere, semplicemente, presupposte.  L’amore di Dio non muore mai, ma i soggetti e le loro storie conoscono la morte e con essa debbono necessariamente confrontarsi, a pena della perdita di rapporto con la realtà, con chiusure autoreferenziali assicurate.

“Ante et retro oculata”

Come è evidente, piuttosto che uno scontro tra chi vuole riformare e chi vuole conservare, sembra che in vista del “cammino sinodale” in questi mesi si sia delineato un orizzonte riformatore molto vasto e molto articolato. Il “cammino comune” dei lavori sinodali ha bisogno di pastori e di teologi che siano, insieme, audaci e prudenti, rispettosi e critici.
Esso presuppone e in qualche modo produce una “ecclesia ante et retro oculata”. Ognuna di queste risposte merita di essere considerata. Ciò che nessuna di queste cinque diverse posizioni può ammettere è che la quaestio  sia soluta solo perche Roma ha paura della realtà. Nel libro dei 5 cardinali si potebbe trovare, in dosi differenziate, proprio una tale posizione: che per difendere la tradizione cattolica si debba far finta di vivere nel 1815 e di dover difendere il papa dall’assedio liberale. No, il progetto del Sinodo è quello di un camminare comune, di un lasciarsi toccare dalle condizioni di vita e di speranza delle “nuove famiglie allargate”, senza pregiudicarle in logiche clericali o settarie. Per assumere questo obiettivo i vescovi e i cardinali potranno sempre ricordare quanto papa Francesco ha appena detto, nel citato discorso ai nuovi vescovi:
“Pertanto, non [siate] Vescovi spenti o pessimisti, che, poggiati solo su sé stessi e quindi arresi all’oscurità del mondo o rassegnati all’apparente sconfitta del bene, ormai invano gridano che il fortino è assalito. La vostra vocazione non è di essere guardiani di una massa fallita, ma custodi dell’Evangelii gaudium, e pertanto non potete essere privi dell’unica ricchezza che veramente abbiamo da donare e che il mondo non può dare a sé stesso: la gioia dell’amore di Dio”.

Da tutto ciò emergono alcune linee direttrici sulle quali nessuno potrà barare:

a) La storia non è un monolite: una ecclesia retro oculata conosce la tradizione del matrimonio, in tutta la sua varietà e non come un monolite, e sa che anche le recenti aperture di Familiaris Consortio non sono semplicemente il massimo da poter concedere, o il bastione su cui bloccare le proprie truppe, ma il minimo da cui partire, la prima intuizione di un percorso articolato e da sviluppare: aver recentemente riconosciuto e proclamato la santità di papa Giovanni Paolo II non significa aver reso irreformabili i suoi documenti magisteriali;

b) Per una teologia del matrimonio “in uscita”: una ecclesia ante oculata conosce la possibilità di non restare imbrigliata dal proprio stesso linguaggio: sa che “rimanere nella carità” non significa “restare fermi” o “aspirare ad una perenne immobilità”, ma “uscire”, “andare incontro”, “pensare in grande”, saper tradurre il “depositum” in forme nuove, per non tradirlo a causa del proprio immobilismo e della propria paura. Alcune pagine del prossimo libro “a 5 mani” rischiano  di assomigliare molto a quello stile minore, con cui taluni professori di diritto canonico risolvevano praticamente tutti i problemi del sacramento del matrimonio, premettendo al loro corso una breve annotazione, secondo la quale nel sacramento del matrimonio il sentimento d’amore non avrebbe alcun rilievo…

c) Per una coraggiosa traduzione dottrinale e disciplinare: una Chiesa veramente fedele saprà equilibrare le diverse risposte, uscendo dalla crescente finzione che minaccia la forma “pura” della sua dottrina, così come impostata negli anni 80 del secolo scorso. In particolare dovrà meglio raccordare il livello giuridico e quello pastorale, il livello dogmatico e l’esperienza storica dei soggetti, senza temere di por mano tanto ad una migliore formulazione della dottrina quanto ad una più lungimirante articolazione della disciplina.

Si dovrà dunque riconoscere apertamente che la questione dei divorziati risposati non è il tutto della teologia del matrimonio e che solo in un orizzonte ampio e di respiro profondo essa potrà trovare una adeguata soluzione. Ma altrettanto urgente sarà ammettere che per rispondere efficacemente al problema sollevato dai vissuti complessi di questi battezzati risposati sarà necessaria una profonda riformulazione della dottrina e della disciplina del matrimonio, senza cedere alla paura. Le due cose stanno o cadono insieme. Soluzioni pasticciate o indifferenze coperte da teologie inutilmente magniloquenti rischiano di essere un  rimedio peggiore del male. Al quale il Sinodo dei Vescovi difficilmente potrà rassegnarsi.

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