Legittimo, illegittimo, naturale, adottivo, contronaturale: le vicende del figlio tra “ancien régime” e Vangelo
La tarda modernità, per come è stata vissuta dalla Chiesa cattolica, ha messo in primo piano la comunione familiare come “tema di incontro-scontro” tra la tradizione e il nuovo mondo che si dischiudeva: esso era stato inaugurato dalla rivoluzione industriale e dalle rivoluzioni politiche di fine settecento e primi ottocento. Non vi è dubbio che il magistero cattolico, soprattutto a partire da Pio IX, ma in seguito e in crescendo, da Leone XIII in poi, ha interpretato le vicende della “unione sessuale” e della “generazione filiale” come decisive per la identità del cittadino cattolico del tempo. Questo grande fenomeno di “apertura” della società, che ha toccato profondamente la “comunione matrimoniale” e il “riconoscimento filiale”, è stato vissuto in modo profondamente traumatico e spesso tematizzato con i toni della difesa ad oltranza dello “status quo”. La difesa della comunione matrimoniale e familiare, pur giustificata dalla grande novità che si profilava, correva il rischio di identificarsi sostanzialmente con la difesa dell’ “ancien régime” e con la totale svalutazione delle novità importanti che stavano nascendo nella società, nelle coscienze, nelle forme di vita e anche nelle comunità ecclesiali.
I figli tra natura e istituzione
La vicenda della “generazione” è stata, a questo proposito, del tutto esemplare: per lunghi secoli la “forma canonica” – introdotta dal Concilio di Trento nel 1563 – aveva avuto anche una funzione regolativa nella distinzione tra “filiazione legittima” e “filiazione naturale”. La Chiesa, con intuizione profetica, da metà del XVI secolo in poi, aveva “legittimato” i figli nei loro diritti mediante il grande artificio istituzionale della “forma canonica”. Aveva in qualche modo “de-naturalizzato” il rapporto, per garantirne forme e autorità, Ma con il passare dei secoli, e con il crescere di una cultura giuridica liberale, la “legittimità” della filiazione diventava appannaggio dei nuovi stati liberali. A questo sviluppo non prevedibile la Chiesa reagiva, da fine 800, lungo due strade diverse: da un lato contrapponendo legge a legge (da cui il sorgere del codice di diritto canonico nel 1917); dall’altro contrapponendo natura ad artificio: Casti connubii, nel 1930, e Humanae Vitae nel 1968, indicano bene la forza di questa seconda via, di riscoperta del “naturale” rispetto al “legittimo”.
Forma canonica e legge naturale
Le vicende dei “figli” sono rimaste profondamente condizionate da queste scelte argomentative e procedurali. Da un lato il figlio naturale è risultato discriminato rispetto al figlio legittimo: ciò per l’Ancien régime era del tutto evidente e anche raccomandabile e la Chiesa, in modo mai unilaterale, stava dentro questo modello, senza esasperarlo. Non solo per ricevere la eredità, ma anche per essere ordinati preti, la condizione di “figlio naturale” era considerata come impedimento. Un interesse sociale al patrimonio e alla autorità discriminava necessariamente la irregolarità. Ma più tardi le cose hanno potuto anche capovolgersi. Di fronte ad una “legittimazione” del figlio secondo logiche diverse e nuove, il richiamo alla “natura” diventava principio per discriminare il figlio legittimato e per chiederne il non riconoscimento. Le locuzioni “figlio naturale” o “figlio illegittimo” dicono, della stessa persona, due prospettiva di lettura e di soluzione. Per questo ritengo che oggi potrebbe essere una utile provocazione parlare di “figli contronaturali”, la cui identità rischia di essere semplicemente pregiudicata dal giudizio sui comportamenti distorti o addirittura delittuosi dei possibili genitori. Poiché, nella surrogazione della maternità, non sono da escludersi strumentalizzazioni, ricatti, pressioni su terzi, che permettano questa filiazione “in persona alterius sexus absentis”. In gioco vi è un effettivo rischio di disumanizzazione e di contraddizione grave nei confronti della dignità delle donne e dei neonati. Ma, pur con tutto questo vasto ambito di questioni effettivamente delicate, il figlio “si dà” nella sua esistenza e merita di essere considerato in modo concreto e non astratto. Lo spazio di discernimento dei giudici resta inaggirabile. E questo riconoscimento di complessità è, se non un bene, almeno un male minore. Non vedere o non provvedere è una falsa soluzione.
Eguaglianza tra i figli: progresso e rischi
Vorrei far notare come qui agisca, opponendo una comprensibile resistenza, una “cultura della legge” di carattere apertamente pre-moderno e che merita di essere considerata, nei suoi pro e nei suoi contro. Per capire che cosa sia in gioco in queste rappresentazioni assai diffuse voglio passare attraverso un esempio per me illuminante.
Alcuni anni fa, in occasione della approvazione della legge che equiparava figli legittimi, naturali e adottivi (2012) mi capitò di ascoltare una obiezione proveniente da un professore di diritto canonico che mi ha molto illuminato. La legge, infatti, introduceva per la prima volta il principio di unicità dello stato di figlio: ciò, se valutato dal punto di vista del figlio, appare come una grande conquista, che superava secoli di pesante discriminazione. Ma, se considerata dal punto di vista “pedagogico”, la novità poteva apparire anche come un grande rischio. Qui lascio la parola al collega canonista che disse: “Così i genitori non si sposeranno nemmeno più per regolarizzare la condizione dei loro figli”. Questa osservazione rivela una concezione della legge che la considera dal punto di vista esclusivamente “pedagogico”. Le leggi orientano e educano i cittadini. Questa concezione, che è classica, fatica in molti casi a considerare che la legge non solo “orienta e plasma il dover essere”, ma “riconosce e governa l’essere”. Risponde ad un progetto, ma governa anche fatti.
La legge c0me pedagogia e come riconoscimento
Dietro a questa reazione io vedo profilarsi un rapporto più complessivo con il mondo tardo-moderno. Vi sono, infatti, anche oggi tendenze a ragionare sulla legge in modo solo pedagogico. Sia ben inteso: è proprio la perdita di percezione della dimensione pedagogica della legge una delle croci maggiori del nostro tempo. Ma ciò non implica che, per rispondere al relativismo giuridico, dobbiamo diventare tutti fondamentalisti e dimenticare la complessità dei fenomeni.
Come ricordava P. Sequeri, due mesi fa su Avvenire, la generazione è uno dei punti ciechi della riflessione teologica sulla famiglia. Essa richiede una comprensione teologica nuova, che tenga conto dell’orizzonte trinitario e creaturale del generare, senza dimenticare come le forme storiche della condizione di figlio non devono far pesare sui figli le eventuali colpe dei padri. «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» (Gv 9,2) diceva il senso comune dei discepoli a proposito del cieco nato. Anche S. Tommaso d’Aquino rimane in questa logica quando, a proposito dei “figli illegittimi” da escludere dalla ordinazione scrive: “Quia obscuratur hominis claritas ex vitiosa origine, ideo ex illegitimo toro nati a susceptione ordinum repelluntur” (S. Th. Suppl. 39, 5, c). Alcune risposte ecclesiali e anche istituzionali, di fronte a nuove e complesse forme di esperienza filiale, rimangono su questi registri e rischiano o di non vedere il fenomeno nuovo (“non esistono figli contronaturali”) o di pregiudicarlo in schemi vecchi (“non riconosciamoli per salvarli dal peccato”). Non credo che queste risposte tengano conto della complessità nuova, alla quale possiamo rispondere solo con nuove categorie, capaci di riconoscere non solo il male da combattere, ma il bene possibile, che pure esiste, e la comunione di fronte alla quale dobbiamo sempre saperci inchinare. Se sapessimo guardare alla tradizione con gli occhi di Philomena – la protagonista del famoso film inglese – sapremmo custodire le ragioni dei figli, anche quando derivano da forme di vita che a nostro avviso sarebbero da censurare o da condannare. Dobbiamo salvare gli spazi di comunione effettiva: anche quando non corrispondono ai nostri ideali.
Saper riconoscere spazi effettivi di comunione
La realtà della comunione è più grande della Chiesa e dello Stato: è come Dio. La comunione che vedevamo garantita dall’ancien régime era e resta piena di valori, ma appare anche segnata da gravi ingiustizie. Le libertà che pretendono gli uomini di oggi sono assai rischiose e non di rado contraddittorie, ma non sono incapaci di dischiudere veri spazi di comunione, che vanno riconosciuti e custoditi. Il Vangelo – dobbiamo sempre ricordarlo anzitutto a noi stessi – non è mai garantito soltanto dal passato. E ci invita a vigilare non anzitutto contro il male che può sempre sorprenderci, ma piuttosto in vista del bene, che viene come un ladro, quando e da dove meno te lo aspetti.