Le reliquie, il corpo e la ostensione. Sul rapporto tra venerazione e adorazione


(Floriano Bodini, Argenti per la custodia eucaristica di S. Giovanni Rotondo)

Due differenze di rilievo stanno alla radice delle forme del culto cristiano: di ogni “martire della fede in Cristo” resta il corpo. Su queste spoglie si costruisce l’altare, la chiesa, la città. Questo è tipico del cristianesimo fin dai primi secoli, che in questo si differenzia rispetto al mondo antico, che invece separava rigorosamente i morti dai viventi. La vita cristiana si sviluppa in una relazione stretta con il corpo dei defunti. D’altra parte, di Gesù non abbiamo reliquie: la risurrezione e ascensione per il Signore (e la assunzione al cielo per Maria) escludono per il Signore (e per Maria) la relazione con “reliquie”. Il corpo risorto non si incontra in reliquie, ma nel Corpo di Cristo, vivo, che è seduto alla destra del Padre, che ha figura sacramentale e identità ecclesiale. A differenza del corpo del Figlio, il corpo di Maria è semplicemente “assunto in cielo”.

E’ evidente che questa differenza radicale, tra il Redentore e i redenti (di cui fa parte anche Maria) rende difficile assimilare le forme della venerazione delle reliquie e della Madre di Dio, con la forme della adorazione del Signore.

Eppure, nella storia, soprattutto del cattolicesimo, ma anche della ortodossia, abbiamo potuto assistere ad un avvicinamento tra venerazione e adorazione, soprattutto nel fenomeno della “ostensione”. La ostensione della reliquia, la ostensione della immagine/icona e la ostensione della “particola” hanno assunto, col tempo, elementi di prossimità, che possono da un lato rassicurare, dall’altra preoccupare. Vorrei soffermarmi brevemente su due fenomeni di questa “sovrapposizione” tra venerazione e adorazione: la relazione tra reliquiario/ostensorio e la relazione tra riserva/tabernacolo

 

1. La vicinanza tra reliquiario e ostensorio

Come ho detto, la venerazione delle reliquie dei martiri sta alla base del modo con cui i cristiani hanno costruito i loro luoghi di culto e le loro stesse città. Le tombe dei martiri sono la base su cui si edifica l’edificio per il culto e per la celebrazione. L’altare sta sopra le tombe. Così si vede bene a S. Pietro a Roma, a S. Ambrogio a Milano. Lo sviluppo nella storia del culto dei santi non ha mai smentito questa prassi, che ha conosciuto anche i “reliquiari”, con cui la reliquia non viene semplicemente conservata, ma anche venerata ed anche esposta, sempre con la discrezione e la riservatezza della “parte”, della “particola”. Le spoglie del martire sono onorate in vista di altro. Più recente è la prassi di esporre l’intero corpo, opportunamente trattato. Mai era accaduto che le spoglie di S. Francesco fossero esposte, in una teca, alla venerazione. Questa è una cosa nuova, che si discosta dalla discrezione consueta.

Già nei primi secoli appaiono “reliquiari” in cui un frammento del corpo del santo viene “esposto”. Ciò che resta di morto della vita del santo è venerato. Diversa è la storia dell’ostensorio, che nasce molti secoli più tardi ed è riservato al pane consacrato. L’ostia, però, è il corpo e il sangue del Signore vivo e presente. Essendo il reliquiario nato molti secoli prima dell’ostensorio, non si può non vedere una certa analogia tra la venerazione della reliquia e la adorazione del Corpus Domini. Del martire restano le spoglie, di Gesù non resta nulla dei suoi accidenti, neppure un capello: la sostanza è presente, ma lui siede vivo alla destra del Padre. Resta la Chiesa, come suo corpo vivo.

In entrambi i casi, tuttavia, si tratta di atti intermedi: la reliquia del corpo rimanda alla vita del martire e del santo. Il pane consacrato, come corpo di Cristo sacramentale, rimanda al corpo di Cristo ecclesiale. La comunione dei santi e la comunione eucaristica sono il centro della esperienza, cuore vivo dell’atto di venerazione e di adorazione.

La “imitazione” che l’estensorio eucaristico fa del reliquiario, tuttavia, implica un discernimento fondamentale: è evidente che tra la reliquia del santo e le specie eucaristiche vi è una analogia molto fragile. La reliquia rimanda al corpo direttamente: è parte di quel corpo mortale che il martire o il santo ha vissuto nella sua testimonianza di fede. E’ il corpo mortale a rinviare alla vita di grazia. La specie del pane rimanda invece non tanto direttamente al Corpo di Cristo, ma alla azione di comunione che si compie con il pane. Questa differenza è dimensionale e crea interferenze possibili. La reliquia è fattaer “restare” e per “conservarsi”, mentre la specie per “passare” e per “consumarsi”.

2. La custodia eucaristica e il tabernacolo

Non si può negare, tuttavia, che anche le specie eucaristiche abbiano una logica di “custodia”, come le reliquie. Si tratta di una forma “marginale”, rispetto all’uso proprio. Le specie eucaristiche sono destinate alla consumazione, non alla conservazione. Tuttavia, anzitutto per i malati, una custodia eucaristica è attestata come una prassi molto antica. Ma almeno per un millennio è una custodia e una riserva che non ha alcuna centralità, tanto meno ha una “ostensione”.

Con il II millennio, soprattutto dopo le prime controversie eucaristiche, la fede nella presenza del Signore nel pane e nel calice della comunione conduce ad una nuova valorizzazione della “elevazione” durante la messa, della “adorazione” del pane consacrato, fino alla invenzione di “ostensori”, costruiti nella forma dei “reliquiari”, ma destinati non a reliquie, ma a particole consacrate.

Il punto massimo di sviluppo di questa lettura si può trovare dopo la più grande controversia eucaristica, quella tra protestantesimo e cattolicesimo, che ha determinato due svolte profonde nelle prassi di venerazione e di adorazione. Su entrambe, infatti, la distanza tra le chiese evangeliche e la chiesa cattolica si è molto accentuata a partire dalla seconda metà del XVI secolo. Due documenti sono, da questo punto di vista, del tutto esemplari.

Da un lato il testo della XXV Sessione del Concilio di Trento (1563): Della invocazione, della venerazione e delle reliquie dei santi e delle sacre immagini.

Dall’altro il testo di Carlo Borromeo, del 1577, sulla edificazione delle Chiese: Istruzioni sull’edilizia e la suppellettile ecclesiastica

Mentre la venerazione (con la intercessione e il culto delle immagini) vede confermata una sua legittima centralità, la adorazione del SS Sacramento assume una “centralità spaziale” del tutto inedita. Dal testo di Carlo Borromeo, con la sua influenza esercitata a livello europea, nasce un modo di costruire le chiese in cui il tabernacolo si pone per 400 anni come “centro” dell’edificio e centro esteso (con una forzatura) anche rispetto alla stessa azione liturgica.

3. Il discernimento sul modo della presenza

Sul “tabernacolo”, posto sull’altare maggiore dal XVI secolo, abbiamo imparato, negli ultimi decenni, ad essere cauti. Oggi le norme, esplicitamente, sconsigliano la soluzione che era stata predisposta da Carlo Borromeo, quando diceva, nel suo testo del 1577:

“Poichè per decreto provinciale si deve collocare il tabernacolo della Santissima Eucarestia sull’altar maggiore…” 

Dice invece il testo della Nota Pastorale CEI sull Adeguamento delle Chiese secondo la Riforma Liturgica, del 1996, riprendendo una indicazione dell’IGMR 1970

L’altare della celebrazione non può ospitare la custodia eucaristica…La soluzione vivamente raccomandata per la collocazione della riserva eucaristica è una cappella apposita, facilmente identificabile e accessibile, assai dignitosa e adatta per la preghiera e per l’adorazione. In essa sarà ospitato il tabernacolo che, tuttavia, non deve essere mai posto sulla mensa di un altare, ma piuttosto collocato a muro, su co- lonna o su mensola.”

Le ragioni liturgiche, oltre che teologiche, si fondano almeno su due principali motivi:

a) una presenza che non è “come in un luogo”

Poiché le specie eucaristiche non sono una reliquia, ma il sacramento del Corpo di Cristo, che trova la sua verità ultima nel rito di comunione, una comprensione “locale” del Corpo di Cristo resta una questione problematica. Esemplare è la risposta che Tommaso D’Aquino dà alla domanda “se il Corpo di Cristo sia presente come in un luogo” (sicut in loco). Ecco la sua risposta:

“ Il corpo di Cristo, come si è già detto, non è in questo sacramento alla maniera delle quantità estese, ma piuttosto alla maniera delle sostanze. Ora, ogni corpo localizzato è nel luogo alla maniera della quantità estesa, cioè commisurando ad esso le proprie dimensioni. Ne segue perciò che il corpo di Cristo è in questo sacramento non come in un luogo, ma alla maniera (per modum) delle sostanze: ossia alla maniera in cui una sostanza può essere contenuta dalle dimensioni. Infatti in questo sacramento la sostanza del corpo di Cristo subentra alla sostanza del pane. E quindi come la sostanza del pane non era localmente ma sostanzialmente sotto le proprie dimensioni, così la sostanza del corpo di Cristo. Quest’ultima però non fa da soggetto a quelle dimensioni, come lo faceva la sostanza del pane. Perciò il pane era ivi presente localmente in forza delle proprie dimensioni: poiché si riferiva a quello spazio tramite le dimensioni proprie. Invece la sostanza del corpo di Cristo si riferisce a quello spazio per mezzo di dimensioni non proprie: anzi, le dimensioni proprie del corpo di Cristo si riferiscono a quello spazio per mezzo della sostanza. E questo è contro la natura della localizzazione di un corpo. Dunque in nessun modo il corpo di Cristo è in questo sacramento come in un luogo.

La localizzazione del Corpo di Cristo, mediante l’ostensorio e il tabernacolo, presenta una assimilazione alla logica locale della reliquia che solleva un problema di esperienza: se la adorazione decade e a venerazione, la stessa identità del mistero viene ridotta e trasformata, con un certo rischio di fraintendimento e di confusione.

La presenza del Corpo di Cristo non è locale, ma sostanziale, dice Tommaso. Questa differenza è la differenza tra reliquia e Corpo di Cristo, tra venerazione e adorazione.

b) il primato dei tabernacoli viventi

La istituzionalizzazione del “tabernacolo” come forma per eccellenza della presenza di Cristo tende a mettere in ombra il primato dei tabernacoli viventi, di cui la celebrazione eucaristica è la forma più alta. A questa perplessità ha dato parola la rilettura della teologia eucaristica che fu fatta propria anche dal giovane Joseph Ratzinger, quando in un saggio del 1961 (Idee fondamentali del rinnovamento eucaristico del XX secolo – Opera Omnia, VII/1, 21-32) scriveva:

Quando oggi si inizia a progettare una chiesa, in un certo senso la si pensa intorno a un diverso centro, a partire da un punto di vista diverso rispetto a quello del tempo dei nostri padri e dei nostri nonni” (21). “la forma rinnovata dei nostri edifici sacri riflette quel grande rinnovamento spirituale nella comprensione dell’Eucaristia che iniziò con Pio X e che rappresenta una delle grandi speranze per questo nostro secolo a volte così buio” (22).

L’analisi inizia da una osservazione di carattere storico:

Negli ultimi tre/quattro secoli, in modo alquanto unilaterale, era stato posto l’accento su fatoo che nell’ostia consacrata è presente Dio stesso. […] E tuttavia non è la cosa decisiva in questo sacramento.” (22)

Lo sviluppo di ostensori e di tabernacoli attesta, solo dal tardo Medioevo, una lettura adorante del sacramento, mentre ricevere la comunione divenne un fatto sempre più raro. Su questa base Ratzinger afferma che

l’insieme non corrispondeva del tutto al senso originario di questo sacramento” (23).

Per correggere la prospettiva si propone un argomento definito “molto facile”:

Se il Signore lega la sua presenza alla figura del pane, il senso di un simile procedimento è assolutamente chiaro: anche questo pane santo in primo luogo non è fatto per essere guardato, ma per essere mangiato. Vuol dire che egli è restato non per essere adorato, ma soprattutto per essere ricevuto. Ancor più dei tabernacoli di pietra, a lui interessano i tabernacoli viventi.” (23)

4. In conclusione

Il necessario discernimento tra “reliquie” e “corpo di Cristo” resta uno dei pilastri della spiritualità cristiana. Il fatto che nella storia ci siano forme di “scivolamento” della relazione con il Corpo di Cristo verso forme della “venerazione delle reliquie” fa parte della dinamica storica con cui la Chiesa cammina nel tempo, tra luce e ombra. La riscoperta degli ultimi due secoli, giunta a maturazione con il Concilio Vaticano II, della differenza tra forme della venerazione e adorazione nella comunione liturgica non significa una cancellazione della tradizione, ma una usa rilettura sapiente. La localizzazione del Corpo di Cristo e la insistenza sulla sua “permanenza” in forma sacramentale inclina la esperienza della adorazione ad una problematica prossimità con la venerazione. Non vi è nulla di negativo nel venerare le reliquie di San Francesco, come spoglie mortali di un santo. Ma se avessimo un rapporto simile con l’eucaristia, mediato anzitutto dalla forma della “ostensione”, sarebbe l’indizio di una confusione che alimenta pratiche eucaristiche in cui non è ancora chiara la vera destinazione delle specie: non alla conservazione, ma alla consumazione. Perché il corpo di Cristo sacramentale, che è sostanziale e mistico, divenga corpo di Cristo ecclesiale, tabernacolo storico e vivente di comunione e di unità.

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