La Settimana Santa e i suoi segreti: arduo discernimento tra Quaresima Pasqua


Con l’inizio della Settimana Santa ci avviciniamo al cuore della nostra fede, che sempre viviamo durante l’anno, ma celebriamo in maniera particolarmente intensa proprio nei prossimi 7 giorni, in una forma tanto forte, da farne scaturire, come dice la tradizione, sette settimane di festa, fino a Pentecoste (che  significa appunto 50 giorni, ossia quarantanove dopo la Domenica di Pasqua, che è compresa nel conteggio).

Il punto delicato, tuttavia, è il modo con cui la tradizione ci ha offerto le chiavi di interpretazione di questo lungo periodo, nel quale ha introdotto distinzioni numerose, che tra loro spesso non sono del tutto coerenti.  Per questo appare piuttosto arduo ricostruire l’esperienza ecclesiale in modo limpido, senza lasciarsi trascinare da usi, convenzioni e convinzioni che sono di ostacolo ad un autentico cammino spirituale. Va detto che proprio queste feste centrali per la identità cristiana e cattolica sono state oggetti di accurata revisione a partire dagli anni 50, prima per iniziativa di Papa Pio XII e poi per la riforma successiva al Concilio Vaticano II, con Paolo VI. Ne è derivato il succedersi di tre modelli diversi di celebrazione:

a) Quella precedente alla riforma del 1951-55 ,che ha investito l’intera Settimana Santa

b) Quella voluta da Pio XII, a partire dagli anni 50.

c) Il ripensamento complessivo di tutto l’anno liturgico, successivo al Concilio Vaticano II, con il nuovo Messale.

Questo riassetto progressivo è avvenuto sul piano istituzionale, con una forte adesione capillare. Ma questo non ha significato un cambiamento della mentalità, dello spirito e della forma ecclesiale della esperienza. Per questo, sulla soglia dei riti che andremo a celebrare nei prossimi giorni, può essere utile esaminare i nodi più profondi di questo ricco e complesso aggiornamento, che resta ancora incompiuto e quasi sospeso.

a) Il passaggio tra Queresima e Pasqua

Più o meno tutti capiscono che c’è una differenza tra Quaresima e Pasqua, spesso ridotta al tono penitenziale della prima e al tono gioioso della seconda. Questo “luogo comune”, che appare scontato non solo nella cultura ecclesiale, ma anche nella cultura comune, ha la sua radice in un assetto istituzionale che ha segnato gli ultimi secoli in modo molto profondo: questo assetto ha prodotto una spaccatura all’interno del mistero della fede, separando da una parte la Passione e morte del Signore, e dall’altro la Risurrezione. Fino al 1970, ossia fino al nuovo Messale successivo al Vaticano II, si poteva dire che la Quaresima comprendeva tutta la Settimana Santa, fino alla Veglia del sabato santo. Non importa  se questa Veglia fosse celebrata la mattina del Sabato (come è stato per secoli) o la notte del sabato (come a partire dal 1951). Entrambe queste versioni pensano che fino al Gloria della Veglia del Sabato il tempo ecclesiale sia la  “quaresima”. Il fatto nuovo, che scaturisce dopo il Concilio Vaticano II, riallacciandosi alla esperienza dei primi 8 secoli, è che la Quaresima termina con il tramonto del Giovedì Santo. In questo modo il Sacro triduo (che la tradizione secolare aveva inteso come parte della quaresima) diventa “triduo Pasquale”, festa di Pasqua in tre giorni. Il Triduo sta oltre la Quaresima ed è costituito da tre giorni di Pasqua.

b) La terminologia dei “giorni” e dei “riti”

Accanto a questo primo problema ve ne è un secondo, forse ancora più insidioso. Esso consiste nel fatto che ci siamo abituati, anche per motivi istituzionali e per assetti rituali, a celebrare “per giorni” e non “per eventi”. Se la Settimana Santa è composta da 7 giorni, ogni giorno tende ad avere una propria autonomia. Così Giovedì Santo, Venerdì Santo, Sabato Santo e Domenica di Risurrezione tendono a imporre una logica “di 24 ore” in una forma troppo lineare e troppo burocratica. Spesso da questa impostazione derivano frasi come queste:

“Dopo Giovedì, Venerdì e Sabato santo festeggeremo la Pasqua”

oppure

“con il Giovedì Santo inizia il Triduo Pasquale”.

In queste frasi c’è un piccolo errore che diventa facilmente un grande difetto ecclesiale e spirituale. Se è vero quanto abbiamo detto e scoperto sopra, non è vero che la Pasqua si festeggia “dopo il sabato santo”. Con la Messa in coena domini, che si celebra la sera del giovedì, si entra nella Pasqua. Questo è il punto difficile da capire. La Pasqua non è “dopo”, ma “dentro” il Triduo, che va dalla sera del giovedì alla sera della domenica. E’ vero: triduo vuol dire “tre giorni”, ma i tre giorni devono essere contati così:

  • PRIMO GIORNO: dalla sera del giovedì alla sera di venerdì (si celebra la Pasqua rituale- eucaristia e la Pasqua storica- croce)
  • SECONDO GIORNO: dalla sera del venerdì alla sera del sabato (si celebra la Pasqua escatologica, nella sola preghiera, senza riti)
  • TERZO GIORNO: dalla sera del sabato alla sera della domenica (si celebra la Pasqua ecclesiale, nel battesimo/cresima/eucaristia

Come è evidente, la struttura della esperienza ecclesiale passa, almeno una volta l’anno, dalla sequenza di 24 ore da mezzanotte a mezzanotte, alle sequenza di 24 ore da tramonto a tramonto. Per questo è giusto dire che i tre giorni del triduo sono venerdì, sabato e domenica, se si inizia a contare dopo il tramonto del giovedì, e quindi dal fatto di trovarsi già nel giorno successivo. Dire “dopo il tramonto del giovedì” significa all’inizio del venerdì. Il giorno di giovedì, fino al tramonto, è l’ultimo giorno di Quaresima.

Pasqua è una festa talmente centrale, che viene celebrata in tre giorni, assumendo in essi tutti i suoi aspetti decisivi: quello rituale, quello storico, quello escatologico e quello ecclesiale. Seguendo le parole di S. Agostino, il triduo è memoria del Signore crocifisso, sepolto e risorto. Pasqua è festa delle tre azioni, non solo della terza.

c) Una breve storia del Triduo: uno solo, poi due, poi di nuovo uno

E’ però legittimo chiedersi come mai noi abbiamo ristretto per secoli il Triduo solo alla Passione, morte e sepoltura e abbiamo escluso da esso la Domenica di Risurrezione. Gli storici dividono lo sviluppo in due fasi. Nella prima, accanto al Triduo pasquale, conservato nella sua unità, nasceva una forma abbreviata della Ottava di Pasqua, dal lunedì al mercoledì. Così si iniziò a vivere, dopo il Triduo pasquale, un Triduo della risurrezione, come riduzione della Settimana di Pasqua. Più tardi, invece, soprattutto dopo lo spostamento della Veglia Pasquale alla mattina del sabato, si determinò uno spostamento dei giorni di conteggio (e delle forme della devozion) e si iniziò a pensare un Triduo della Passione per Giovedì/Venerdì/Sabato e un Triduo della Risurrezione per Domenica/Lunedì/Martedì. Così parlano ancora le rubriche poco prima della riforma di Pio XII. Il fatto che per secoli questo sia stato l’assetto non solo liturgico, ma spirituale, iconografico, dell’immaginario ha avuto conseguenze enormi. Così, tra le altre cose, per secoli alla Anastasis (con discesa agli inferi) abbiamo sostituito la Deposizione dalla Croce. Recuperare un Triduo Pasquale che non è quaresima, ma già Pasqua, è una impresa ardua non solo sul piano liturgico, ma su quello spirituale ed ecclesiale. La liturgia è cambiata da 80 anni, ma continuiamo a pensarla e a pregarla con le categorie vecchie e inadeguate.

d) Il recupero di una esperienza plenaria

Questo recupero non trasforma solo la Settimana Santa, smontandone la visione unitaria di tempo quaresimale, ma rilegge anche il tempo Pasquale, facendolo risultare come la “esplosione” su sette settimane di giorni dell’annuncio della Resurrezione del Crocifisso, come dono dello Spirito e vita ecclesiale del Corpo di Cristo. Anche questo tempo Pasquale chiede un ripensamento delle forme con cui la tradizione ha coperto di devozioni parallele le sequenze domenicali fino a Pentecoste. Il mese mariano e il mese del Sacro Cuore sono le tracce di una rimozione del Tempo Pasquale dalla sua centralità. Ma forse la interferenza più grande, che paradossalmente la più recente, è costituita dal sovrapporsi di una “novena devota” allo spazio che va dal Venerdì Santo alla Domenica dopo Pasqua. La trasformazione (tentata) della Ottava di Pasqua in Domenica della Divina Misericordia ci mostra quanto forte possa essere la inclinazione nel sostituire al pasto pasquale le briciole della devozione. La questione, tuttavia, riguarda l’intero impianto della esperienza che la Chiesa vive quando entra nel tempo che la tradizione chiama Settimana Santa, poi Settimana di Pasqua, come accesso al Tempo Pasquale, che si estende fino a Pentecoste.

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