La scorciatoia dei veggenti


Rembrandt_Emmaus_Parigi2

Esce oggi su Rocca (15/2015) questa riflessione sui “veggenti”.

Questioni di fede

La scorciatoia dei veggenti

Quando i due discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24. 13-35) entrano nella dimensione della fede, e riconoscono nel “viandante forestiero” il loro Signore, non hanno più bisogno di vedere. Nella duplice azione dello spiegare la parola e dello spezzare il pane accade il riconoscimento. Vedere il Signore, questo comprensibile desiderio, è sempre anche un rischio, un modo di renderlo “oggetto disponibile”, “adattabile”, “sfigurabile”, “manipolabile”. Gesù di Nazareth, nella sua vita storica, poteva essere visto da tutti, ma senza vero riconoscimento. Anche i più prossimi a lui hanno dovuto attraversare il deserto del rinnegamento e della lontananza, prima di poterlo riconoscere davvero. Gesù Cristo, il Signore Risorto, può essere riconosciuto solo nella fede, non si lascia “sfigurare” da uno sguardo neutro e oggettivo. Il “vedere Dio” è dunque una segreta aspirazione, ma anche una grande disperazione. E’ un destino, ma anche una tentazione. E’ una promessa, ma anche una minaccia, e forse una illusione.

1. La fede e i cinque sensi

Va riconosciuto, tuttavia, che la fede supera, ma anche presuppone i 5 sensi. Il toccare, il gustare, l’odorare, il sentire e il vedere fanno parte della antica tradizione di una fede che si lascia sorprendere da una vicinanza insospettabile di Dio. Il “rivelarsi”, inatteso e spaventoso, è sempre una irruzione nella esperienza ordinaria da parte di Dio, in forme che hanno una “forma comune”, ma anche un tratto “inatteso”, “sorprendente”, “strano”: il roveto “arde”, ma il fuoco non si estingue; il Signore appare come un “giardiniere” o come un “forestiero”; il Risorto compie gesti elementari – di pasto e di lavoro – ma attraverso di essi traspare un mistero, un lato indicibile, un tratto invisibile. “Forma visibile della grazia invisibile” è una splendida definizione del “sacramento”, ossia del luogo nel quale – come diceva papa Leone Magno – continua la “parte visibile” del Signore Gesù.

Vi è, dunque, a buon diritto, nella migliore tradizione cristiana, una grande attenzione a non prendere congedo dai sensi, a non rifugiarsi in una “pura gnosi”. La sensibilità è organo della fede, in tutti i suoi significati. Ma proprio per questo, proprio a causa di questa esigenza di “fine sensibilità”, le forme dirette, immediate, pubbliche, di “visione” o di “ascolto” – regolare e quasi programmato – non possono che destare sospetto e diffidenza in rapporto alla autenticità della fede.

2. Vedere e ascoltare come “manipolare”

Lì dove il vedere e l’ascoltare diventano una sorta di “trasmissione radiofonica e postale” tra Dio e l’uomo, la autenticità della esperienza di fede è messa radicalmente in questione.

Questo non esclude affatto che, in questo ambito, non possa essere esercitata una anche intensa esperienza di preghiera, diverse forme di vita comunitaria, possibilità di annuncio e di catechesi, riscoperta di vocazione, sollecitudine verso la carità. Ma il supporto “regolare” di una visione e di un messaggio costituiscono, di fatto, la sostituzione di una “fede rivelata” con forme di banalizzazione del messaggio e di autosuggestione collettiva, sotto le quali non fiorisce tanto la fede quanto l’interesse e la superstizione.

3. Pedagogia e ipocrisia religiosa

Sul piano pastorale, la esigenza pedagogica, di accompagnamento graduale alla fede, alla preghiera, alla testimonianza e, da ultimo, a una piena vita cristiana, richiedono, evidentemente, forme graduali di appartenenza e di motivazione. Su questo piano, talora, si cade nella tentazione di fare del “veggente” una sorta di “scorciatoia” per la crescita dei soggetti. Portando le persone al “santuario dei veggenti” si crede di poter compiere un cammino più rapido ed efficace di conversione e di trasformazione dei soggetti. Questa via può apparire, a qualche parroco, una via percorribile e addirittura consigliabile. Ma è, in verità, una sorta di “astrazione”, una forma di suggestione, in qualche caso una grave mancanza di responsabilità. Per aprire alla preghiera e alla vita cristiana le storie dei soggetti il “pellegrinaggio” può giungere a luoghi “santi”, ma difficilmente può avere accesso vero e serio a continue comunicazioni, a “messaggi regolari”, mediati da “veggenti”: ciò finisce per diventare, facilmente, caduta superstiziosa, dipendenza personale, asservimento. Non si deve mai dimenticare, infatti, che il contrario del peccato non è la virtù o la paura, ma la libertà. Senza libertà non esiste né rivelazione né fede.

4. La fede come rischio e come affidamento

Se torniamo al nostro parroco, che addirittura organizza i pullmann verso i “veggenti”, possiamo riconoscere, nella sua buona fede, una grande debolezza. Egli preferisce un piatto di lenticchie alla lunga marcia verso la libertà, che Dio assicura, proprio mediante la sua invisibile inafferrabilità, comunicata definitivamente solo nel suo Figlio. Fissare la Parola di Dio nelle parole di un “messaggio”, settimanale, con contenuti devozionali e intimistici, è una forma paradossale di conversione. Ci si allontana dalla ricchezza della tradizione e ci si chiude nel piccolo cerchio di una autoreferenzialità, che trova facile eco nelle trasmissioni radiofoniche, non a caso concepite sullo stesso registro, fatto di luoghi comuni dolciastri e di paura.

La fede non è “vedere Dio”, ma “essere visti da lui”, stare nel suo sguardo e sentirsi in esso compresi e guidati. In questo rischio e in questo affidamento sta il mistero della fede: che non ha bisogno di “veggenti” per dispensare gli uomini e le donne dalla loro libertà. Il nostro unico veggente è Gesù Cristo. Partecipando del suo “vedere il Padre” possiamo essere dispensati dalla idolatria di “altri” veggenti.

Share